Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 12 / Sovrapposizioni, again

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 12 / Sovrapposizioni, again

L’artista pop (quasi l’inventore del pop, si potrebbe dire) Andy Warhol produsse molte opere nelle quali usava, in diversi modi, oggetti o immagini già esistenti. I suoi famosi ritratti, infatti, da Sofia Loren a Mao Tse-Tung (o Zedong, come si usa scrivere oggi), non sono altro che fotografie solarizzate con colori applicati: e, trattandosi spesso di celebrità, e di fotografie a tutti note (nel caso di Mao, di immagini ufficiali), è inevitabile che la memoria del guardante vada non solo alla persona rappresentata, ma anche a quella specifica fotografia adoperata (o “trattata”, come certi dicono) dall’artista. I suoi quadri rappresentanti scatole di detersivi, barattoli di zuppa o bottiglie di bibita scura gassata non sono forse rappresentazioni di rappresentazioni, ma sono – scusate le parolacce – risignificazioni di oggetti già di per sé significanti.

Ma questa pratica non appartiene solo all’arte pop. La celebre descrizione della peste in Atene che si trova nelle Storie di Tucidide era ben presente (e si vede, e i filologi ci hanno speso sopra anni di fatiche, producendo ponderosi volumi) a Lucrezio quando scriveva il De rerum natura; non conosceva la seconda (i manoscritti furono ritrovati più tardi), ma la prima sì, Boccaccio quando scriveva il prologo del Decamerone; e Alessandro Manzoni, quando si cimentò anch’egli con la peste, le conosceva tutte; per tacere di Albert Camus…

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 11 / Sovrapposizioni

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 11 / Sovrapposizioni

di Giulio Mozzi

Qualche anno fa un fotografo dilettante (ma bravo; dico “dilettante” perché la fotografia era una sua passione, non la sua professione – insegnava Fisica nella scuola secondaria superiore), il vicentino Claudio Rigon, classe 1948, ebbe un’idea. Non un’idea di quelle grandiose, sia chiaro, né un’idea particolarmente originale. Ma una buona idea; e Rigon ebbe la costanza di realizzarla, e la capacità artistica di realizzarla bene.

L’Altopiano di Asiago, due passi da Vicenza, è cosparso di cimiteri di guerra. Il fronte, durante la ’15-’18, passava proprio di lì. Lì si combatté la furiosa Strafexpedition, duecentotrentamila morti ammazzati in pochi giorni. Andando a spasso per l’altopiano è normale imbattersi in un qualche cimitero, o italiano o austro-ungarico, o “misto”. Ma un giorno Claudio Rigon si imbatté – non so più se cercandolo, o per caso – in un libro: Visioni di gloria. I cimiteri dei guerra dell’Altipiano di Asiago, C.D. Bonomo & Figli, Fotografi-Editori, Asiago 1924. Al libro era allegata la Carta dell’Altipiano con l’ubicazione dei Cimiteri di guerra, edita sempre da Bonomo nel 1923.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 10 / lineare, non-lineare

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 10 / lineare, non-lineare

di Giulio Mozzi

Nel quarantesimo (e ultimo) capitolo del sesto libro di Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, romanzo anti-romanzesco (se non addirittura a-romanzesco) di Laurence Sterne, il personaggio narrante (che è Tristram Shandy stesso) si ferma (cosa che fa spessissimo) a fare qualche considerazione. Shandy, che come narratore è un divagatore nato, ovvero non viene mai al punto (teoricamente il Vita e opinioni dovrebbe essere un’autobiografia: effettivamente a pagina uno Shandy narra, sia pure ellitticamente, il proprio concepimento; ma bisogna arrivare fino a metà romanzo circa perché egli accenni alla propria nascita; e dalla nascita poi in praticamente non ci fa sapere più nulla di sé), si compiace molto del proprio talento divagatorio, al punto da rappresentare la “forma”, o il “percorso”, decidete voi, compiuto nei primi quattro volumi e poi – dichiarandosi molto soddisfatto – nel quinto. Qui in alto vedete una fotografia della pagina in questione, dalla prima edizione dell’opera.

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Storia di uno sguardo a puntate, 4/ Roma-Amelia e ritorno, passando per Orte (seconda parte)

Storia di uno sguardo a puntate, 4/ Roma-Amelia e ritorno, passando per Orte (seconda parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

[Leggi la prima parte].
[Leggi la puntata successiva].

Dunque, dicevo al principio, che entrammo in Umbria dalla via Amerina.
Di quel paesaggio collinare posso enumerare gli elementi, ma non disporli in modo significativo: boschetti, vigne, oliveti, campi, pascoli, querce, stivali, pruni, fossi, conserve di frutta, conigliere, ponticelli, assi, fienili, stalle, fagiani, trattori, casali in pietra, scale, benzina agricola, galline e galli a passo d’uomo.

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Storia di uno sguardo a puntate, 3 / Roma-Amelia, passando per Orte (prima parte)

Storia di uno sguardo a puntate, 3 / Roma-Amelia, passando per Orte (prima parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. La fotografia qui sopra è di Marcello Paolocci. fp].

(leggi puntata precedente) (leggi puntata successiva)

Arrivai ad Amelia la prima volta a metà pomeriggio di un sabato, dopo un pranzo che si era protratto in chiacchiere in un ristorante di campagna in fondo a una piccola valle – non dico agriturismo perché di turistico c’era davvero poco. Mio marito e io venivamo dalla delusione di aver visitato una casa in vendita a Orte: un rudere di blocchetti di tufo su un terreno ripidissimo, in alto a sinistra i piloni del viadotto della superstrada, in basso a destra la ferrovia. Nell’andarcene, alla svelta, imboccammo casualmente la via Amerina. In macchina, naturalmente.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 9 / Confini

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 9 / Confini

di Giulio Mozzi

Non esistono paesaggi sconfinati. Non potremmo percepire il paesaggio, se non ne percepissimo i confini (se non altro quelli del nostro campo visivo; o quelli dei bordi della fotografia o del quadro); e, in fondo, che cos’è un paesaggio, se non un intrecciarsi di confini?

Cagliari, 17 febbraio 2018
Cagliari, 17 febbraio 2018

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 8 / Sorprendere

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 8 / Sorprendere

di Giulio Mozzi

Sezionare un immaginario italiano è molto più difficile rispetto a quello di altri paesi, come gli Stati Uniti. L’immaginario visivo del Novecento è, nel nostro paese, composto da immagini che derivano dalle fotografie degli Alinari, dai sussidiari, dalle cartoline illustrate, dai libri del Touring Club e da mille altri luoghi. Sono cataste di immagini. Ogni fotografo vede l’Italia attraverso questa infinita miriade di immagini. Questo tende a costruire quello che definirei il “luogo comune”. Questo “luogo comune” è la piazza di San Pietro con il porticato, la cupola, magari un prete che la attraversa. Il problema è quello di vedere attraverso tutte le immagini precedenti quel luogo e nel contempo di cancellarle per avere una propria “prima visione” di piazza San Pietro.

Così il fotogafo Luigi Ghirri, in una conversazione con Marco Belpoliti, avvenuta nei giorni della mostra Viaggio in Italia (1984) e ripubblicata pochi giorni fa in Doppiozero. Che di nuovo ci riporta al tema sul quale, in questi esercizi, stiamo insistendo: il “paesaggio” non è, o almeno non è solo, una cosa che c’è: è anche, o forse soprattutto, una nostra costruzione.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 7 / Ambient music

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 7 / Ambient music

Brian Eno è considerato l’inventore dell’ambient music. In realtà, molto tempo prima, all’inizio del Novecento, già il compositore Erik Satie aveva immaginato una musica il cui suono (cito a memoria) «si confondesse con quello delle forchette e dei coltelli». E, dopo averla immaginata, una musica di questo tipo Satie l’aveva pure composta. Provare per credere: ascoltate questo o questo brano durante la colazione, il pranzo o la cena, e giudicate. O magari anche un pezzo di John Cage, intitolato – chissà come mai – In a landscape.

Concerto campestre, di ignoto mantovano, ca. 1550
Concerto campestre, di ignoto mantovano, ca. 1550

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 6 / Che suono fa questo giardino?

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 6 / Che suono fa questo giardino?

di Giulio Mozzi

Nel 1979 comperai un disco pubblicato cinque anni prima. Si intitolava Canti e vedute del giardino magnetico, il compositore era un certo Alvin Curran del quale non sapevo niente. La copertina (la vedete qui sopra) era abbastanza orrenda, l’etichetta (Ananda Records) mai sentita prima.

Perchè comperai quel disco? Semplicemente perché mi incuriosiva l’idea che qualcuno avesse cercato di raccontare (lo so, la parola “raccontare” è fuori luogo, in parte; ma io percepisco qualunque cosa come un “racconto”) un luogo o un paesaggio con un pezzo musicale o una serie di pezzi musicali. Certo: a scuola l’insegnante di musica ci aveva fatto ascoltare La Moldava, poema sinfonico di Bedřich Smetana, e ci aveva spiegato appunto che un poema sinfonico era “musica descrittiva”. Ma un disco intitolato Canti e suoni dal giardino magnetico non aveva l’aria di essere “musica descrittiva”, e poi dalle note in copertina si capiva che dentro dovevano esserci suoni elettronici, registrazioni più o meno trattate, campanacci, fischi, sibilii, e il racconto del ritrovamento di un ragno grandissimo: tutte robe interessanti (vado a memoria, ma sono sicuro di non sbagliarmi).

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 5 / Che cosa succede quando non succede niente

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 5 / Che cosa succede quando non succede niente

di Giulio Mozzi

Ci sono molte cose in place Saint-Sulpice, ad esempio: un municipio, degli uffici di tesoreria, un commissariato di polizia, tre caffè di cui uno è anche un tabacchi, un cinema, una chiesa ai cui lavori hanno partecipato Le Vau, Gittard, Oppenord, Servandoni e Chalgrin e che è consacrata ad un cappellano di Clotario II che fu vescovo di Bourges dal 624 al 644 e che si festeggia il 17 gennaio, un editore, un’impresa di pompe funebri, un’agenzia di viaggi, una fermata degli autobus, un sarto, un albergo, una fontana decorata dalle statue di quattro grandi oratori cristiani (Bossuet, Fénelon, Fléchier e Massillon), un’edicola, un negozio di oggetti votivi, un parcheggio, un istituto di bellezza, e molte altre cose ancora.
Di queste cose, molte, se non la maggior parte, sono state descritte, classificate, fotografate, raccontate o recensite. Nelle pagine che seguono, il mio intento è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò di cui normalmente non si prende nota, ciò che non si osserva, ciò che non ha importanza: ciò che succede quando non succede niente, se non il tempo, le persone, le macchine e le nuvole.

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