Mahmoud Fetih, Sovrapposizioni di colore

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 11 / Sovrapposizioni

di Giulio Mozzi

Qualche anno fa un fotografo dilettante (ma bravo; dico “dilettante” perché la fotografia era una sua passione, non la sua professione – insegnava Fisica nella scuola secondaria superiore), il vicentino Claudio Rigon, classe 1948, ebbe un’idea. Non un’idea di quelle grandiose, sia chiaro, né un’idea particolarmente originale. Ma una buona idea; e Rigon ebbe la costanza di realizzarla, e la capacità artistica di realizzarla bene.

L’Altopiano di Asiago, due passi da Vicenza, è cosparso di cimiteri di guerra. Il fronte, durante la ’15-’18, passava proprio di lì. Lì si combatté la furiosa Strafexpedition, duecentotrentamila morti ammazzati in pochi giorni. Andando a spasso per l’altopiano è normale imbattersi in un qualche cimitero, o italiano o austro-ungarico, o “misto”. Ma un giorno Claudio Rigon si imbatté – non so più se cercandolo, o per caso – in un libro: Visioni di gloria. I cimiteri dei guerra dell’Altipiano di Asiago, C.D. Bonomo & Figli, Fotografi-Editori, Asiago 1924. Al libro era allegata la Carta dell’Altipiano con l’ubicazione dei Cimiteri di guerra, edita sempre da Bonomo nel 1923.

Il libro, introdotto da una cronaca della guerra sull’altopiano – sintetica e patriottica – firmata dal dott. Luigi Bonomo, consiste delle fotografie di quarantuno cimiteri di guerra. Per ogni cimintero c’è una foto panoramica; spesso c’è anche qualche foto di dettaglio. Sono buone fotografie.

Quale sia stata l’idea di Claudio Rigon, l’avete ormai capito. Si mise d’impegno, e nel giro di qualche tempo riuscì a ripetere tutte e quarantuno le foto panoramiche del libro di Bonomo: medesima inquadratura, medesimo punto di presa.

Asiago, Cavalletto, Cimitero di guerra

Asiago, Cavalletto, Cimitero di guerra

Le fotografie più suggestive sono, inevitabilmente, quelle che mostrano il cambiamento più brutale:

Asiago, Campo Rosà, Cimitero di guerra

Asiago, Campo Rosà, Cimitero di guerra

E allora a me viene in mente che quando, nella mia città, Padova, passo per via San Francesco, non posso fare a meno di pensare che quella via segue un tracciato vecchio di duemila anni abbondanti. O, più banalmente, che la casa nella quale oggi abito sorge su quei terreni che, quand’ero bambino, mi sembravano selvaggi: ci venivo, con gli amici, a fare le esplorazioni.

Nel romanzo di Vitaliano Trevisan (anch’egli vicentino) I quindicimila passi. Un resoconto, Einaudi, il protagonista e narratore compie un viaggio a piedi, dal paese al centro città (nota: contando i passi, vedi), attraversando luoghi ormai completamente antropizzati e urbanizzati: ma nella sua percezione il paesaggio presente e il paesaggio scomparso si sovrappongono, si confondono, e forse lo scomparso prevale sul presente.

Claudio Rigon ha scritto anche un piccolo, meraviglioso libro, per il quale rimando alla recensione di Marco Rossari.

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