Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 2 / Contare i passi

di Giulio Mozzi

Molti anni fa, credo nel 2005, mi capitò di visitare (al Macba di Barcellona) un’esposizione dedicata all’artista olandese (ma originario del Suriname) Stanley Brouwn. Nell’esposizione, in realtà, non c’era molto da vedere. Però quel poco che c’era dava molto da pensare.

Di Stanley Brouwn non sapevo niente, e non so niente – sia chiaro – nemmeno ora. Ma mi ritrovai a contemplare tutta una serie di piccoli disegni. Tipo questi:

Ogni foglietto era marcato, credo con un timbro, “THIS WAY BROUWN”. Mi par di ricordare che ci fossero anche nelle date precise, ma negli esempi che trovo in rete mi par di leggere solo firma e anno. Come funziona la faccenda, l’avrete già capito: il signor Stanley Brouwn, con questi disegni, annotava i suoi percorsi fuori casa. Il problema è che di questi foglietti ce ne sono a centinaia, a migliaia. Stanley Brouwn, vien da pensare, non usciva di casa senza prender nota meticolosamente di ogni suo percorso.

Un mio amico artista figurativo, Bruno Lorini, mi disse una volta: “Qualunque fotografia, se ingrandita moltissimo, diventa bella”. Estenderei il principio: ogni gesto, se ripetuto infinite volte, diventa arte. Quella di Stanley Brouwn è un’arte che mi dà da pensare.

Ma non è finita qui.

In una sala dell’esposizione c’era anche un grosso schedario da biblioteca in legno, sul tipo di questo (ma non questo):

Tirando i cassetti si trovavano tante schedine (ciascuna con un foro in basso nel mezzo, e fissata al perno centrale: come nelle biblioteche, per l’appunto), e ciascuna schedina recava una data, un percorso, un numero. Che numero? Il numero dei passi compiuti.

Alcune azioni artistiche di Stanley Brouwn consistevano semplicemente nel percorrere un certo numero di passi da un punto a un altro; con l’inizio (vedi la foto in alto) e la fine del percorso segnalati da sobrii cartelli.

Ora: per quel che mi riguarda, e per quello che ne so, il signor Stanley Brouwn potrebbe anche essersi inventato tutto. Potrebbe anche non essere mai uscito di casa, e aver trascorso le sue giornate a tracciare percorsi immaginari e a contare passi immaginari. Potrebbe aver spedito suo cugino a piantare cartelli qua e là. Ma non fa niente.

Il punto (per me) è che nei mesi successivi cercai di seguire il suo esempio. Feci fuori una risma di carta per prendere nota di tutti i miei percorsi fuori di casa. Fui meno bravo nel contare i passi. Però imparai a contare altro: le persone che incontravo, per esempio, quelle con le quali scambiavo due parole (anche solo due: “Mi dia il Corriere, per favore”; “Grazie”), o gli oggetti di un certo colore o di un certo tipo.

L’effetto fu quello di intensificare la mia attenzione, e di farmi percepire l’esistenza – nel breve mondo quotidiano dei miei spostamenti – di una quantità inimmaginabile di cose e persone. La mia percezione del mondo – del paesaggio, del territorio – era cambiata.

L’arte fa questo: cambia la tua percezione del mondo.

Qui sotto: quello con lo spolverino bianco è Stanley Brouwn. Non so chi sia la signora che regge la bicicletta. La fotografia è stata scattata ad Amsterdam nel 1964, quando io avevo quattro anni.

* * *

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