Archivi categoria: Esercizi per l’esplorazione del paesaggio

Raccontare il paesaggio

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 33 / Un minuto di niente

di Giulio Mozzi

Qualche tempo fa mi sono divertito – anche se non so se divertito sia la parola giusta – a fare degli ingenui filmati col mio telefono. E li ho pure, spudoratamente, pubblicati, con il titolo (uguale per tutti): Un minuto nella vita di Giulio Mozzi. Non sto a spiegarvi che cosa sono, ve ne faccio vedere tre. Durano un minuto, un minuto e due o tre secondi.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 32 / Storia di un palo

di Giulio Mozzi

Ovviamente il palo non è quello della fotografia qui sopra (nella quale non c’è nessun palo). Il palo è un palo che fotografai in spiaggia a Rimini, se non ricordo male nel novembre del 2005 (che ci facevo a Rimini in novembre? Eh, c’era un c’era un convegno su Fellini, al quale mi avevano invitato. E perché mi avevano invitato a un convegno su Fellini? Eh, questo non l’ho mai saputo).

Storia di un palo

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 31 / Il buco là in fondo

di Giulio Mozzi

Il 4 aprile scorso, dal quarto piano dell’Ospedale sant’Antonio della mia città, Padova, ho scattato col telefono un’ingenua fotografia. La vedete qui sopra.

Ovviamente, nello scattare la fotografia, la cosa che mi interessava di più erano i due buchi quadrati. Ma no, non è proprio vero. Mi interessava ciò che vedevo un po’ perché potevo guardarlo come un quadro di Mondrian, di quelli che tutti conoscono,

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Francis Ponge, Il pane, Le pain

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 30 / Un partito preso: le cose

di Giulio Mozzi

Un celebre testo di Francis Ponge, uno dei maggiori poeti francesi del Novecento:

Le pain

La surface du pain est merveilleuse d’abord à cause de cette impression quasi panoramique qu’elle donne: comme si l’on avait à sa disposition sous la main les Alpes, le Taurus ou la Cordillère des Andes.
Ainsi donc une masse amorphe en train d’éructer fut glissée pour nous dans le four stellaire, où durcissant elle s’est façonnée en vallées, crêtes, ondulations, crevasses… Et tous ces plans dès lors si nettement articulés, ces dalles minces où la lumière avec application couche ses feux, – sans un regard pour la mollesse ignoble sous-jacente.
Ce lâche et froid sous-sol que l’on nomme la mie a son tissu pareil à celui des éponges: feuilles ou fleurs y sont comme des sœurs siamoises soudées par tous les coudes à la fois. Lorsque le pain rassit ces fleurs fanent et se rétrécissent: elles se détachent alors les unes des autres, et la masse en devient friable…
Mais brisons-la: car le pain doit être dans notre bouche moins objet de respect que de consommation.

Ed ecco la traduzione:

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Andrea Pazienza, Stella fiore notte

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 29 / Un cielo tutto cristiano, e altri cieli

di Giulio Mozzi

La striscia (anzi, il quadrato) di Andrea Pazienza che vedete qui sopra mi ha sempre commosso. Che cosa possono insegnare, gli adulti ai bambini, se non la stella, il fiore, la notte? La stella è l’infinità del mondo, dell’universo, che ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. Il fiore è la vita, la riproduzione (il fiore è pur sempre un organo genitale), la ciclicità interminabile delle molecole: un’altra infinità, che ugualmente ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. La notte è morte, altra infinità, la più misteriosa di tutte, che pure ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare.

C’è altro da insegnare? No. C’è una quantità di cose pratiche, ma la loro importanza è risibile al confronto della stella, del fiore, della notte.

E’ per questo che gli antichi, scrutando le stelle (e ne vedevano molte più di noi, soprattutto quelli che vivevano vicino a zone desertiche, o i marinai), un po’ per esigenze pratiche di memorizzazione (vedere una figura in un gruppo di oggetti è un modo per ricordarli e riconoscerli) e molto, credo, per dare un senso al cielo, s’immaginarono le costellazioni, o più esattamente s’immaginarono di vedere raffigurati in esse personaggi e oggetti della loro mitologia – noi la chiamiamo “mitologia”, e intendiamo che erano tutte balle, ma così non era per chi se l’inventò, per chi vedeva gli dèi nei canneti e nel mare, nelle montagne e nel sole.

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Italo Calvino ritratto da Tullio Pericoli

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 28 / Ehi, Mr. Palomar!

di Giulio Mozzi

Italo Calvino, Palomar, Einaudi 1983Non so se anche secondo voi il libro più interessante di Italo Calvino sia Palomar; secondo me sì, a fianco della Giornata di uno scrutatore (e il signor Palomar, il cui nome viene da quello di un celebre osservatorio astronomico, che cosa è se non uno “scrutatore”?). Se invece a vostro giudizio è il più noioso, potete fare a meno di leggere questo articolo; oppure, no: questo articolo è scritto proprio per voi. Come tutti sanno, esistono due o tre Italo Calvino: il giovanissimo cantore non tanto della Resistenza quanto della gioventù (tanti anni fa, mio nonno a mio nonno, parlando della ’15-’18 combattuta da entrambi: “Ah, come che staxévimo bén in trincèa!”, “Eh, gavévimo vint’àni!” – “Come stavamo bene in trincea”, “Avevamo vent’anni”); il divertito raccontatore di favole; il narratore quasi neorealista, ma di un neorealismo strano e straniante; il costruttore di macchine concettuali, che è quello che ha riscosso successo mondiale: da Le città invisibili a Se una notte d’inverno, da Il castello dei destini incrociati (libro peraltro bruttissimo) a Palomar (libro molto, molto bello).

Che tutti questi Itali Calvini si somiglino tra loro, almeno un po’, è fuor di dubbio; ma, per capirli può essere più utile notare le differenze che le somiglianze. E così, estremizzando, in questa noterella identificherò Italo Calvino con l’autore di Palomar, e morta là. Cominciamo dunque dall’immagine in copertina, la riproduzione di una celelbre xilografia di Albrecht Dürer, Il disegnatore della donna sdraiata (1525).

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 27 / Verso l’alto

di Giulio Mozzi

Anche questo testo, come quello di ieri, è estratto dal libro Sotto i cieli d’Italia, che feci con Dario Voltolini e fu pubblicato dall’editore Sironi. Si tratta di una passeggiata che feci, in un freddo giorno di pioggia, da Ronchi dei Legionari a Redipuglia – in Friuli -, in compagnia di Carlo Dalcielo. Che, devo dire, quel giorno era piuttosto insopportabile.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 26 / Villette, villette!

di Giulio Mozzi

[Scrissi questo pezzo nei primi mesi del 2002. Si trattava di una commissione del Comune di Lignano Sabbiadoro, per una pubblicazione turistico-illustrativa. Nel 2005 lo inclusi nel libro Sotto i cieli d’Italia (con Dario Voltolini, Sironi Editore). gm]

1. Marcello D’Olivo.

Marcello D’Olivo è un architetto udinese nato nel 1921 e morto nel 1991. Marcello D’Olivo era, dalle fotografie, un uomo grande e grosso – anche corpulento, con gli anni – con il cappello in testa e una pipa perlopiù dritta in bocca; una cosa un po’ alla Simenon, per dire. Marcello D’Olivo cominciò la professione costruendo il Villaggio del fanciullo a Opicina, Trieste, e finì costruendo un complesso scolastico a Gorizia: nel frattempo progettò edifici, complessi di edifici, quartieri, intere città, in Italia, in Medio Oriente, nel Congo e in Irak. Marcello D’Olivo nel tempo libero dipingeva quadri non del tutto brutti, benché non del tutto belli; per un certo periodo il suo soggetto preferito furono persone che lottavano tra loro e si ammazzavano trafiggendosi con delle specie di pioli appuntiti; poi passò ai tori, prima singoli o in piccoli gruppi, finalmente in grandi mandrie; poi si dedicò agli uomini cacciatori primitivi a cavallo, dotandoli di strane armi tecnologiche dall’aspetto di corte aste nere lucide con sporgenze a forma di cubetti; poi cominciò a dipingere i filosofi, ovvero delle persone sedute attorno a un tavolo, con aria pensosa e svagata, con le mani giunte e le dita intrecciate, arricciate, addirittura annodate: probabilmente a significare la contorsione, forse l’inconcludenza, del pensiero filosofico; infine, e questo è l’ultimo soggetto della sua pittura, dipinse quadri a colori vivacissimi con astronavi nere lucide ricoperte di sporgenze spigolose – cubiche, piramidali – che si posavano nel bel mezzo di pianure abitate da grandi mandrie di tori e da uomini cacciatori primitivi a cavallo. Questa, in estrema sintesi, è l’opera pittorica di Marcello D’Olivo, architetto udinese.

Aldo Mozzi

Aldo Mozzi

Marcello D’Olivo fu amico di Leonardo Sinisgalli, ingegnere elettronico, matematico non trascurabile, ma più noto come poeta. Conobbe inoltre Hemingway, giornalista e romanziere americano. Conobbe anche mio nonno, Aldo Mozzi, dirigente di banca, tra i finanziatori o i garanti – non so di preciso, le memorie familiari sono incerte – del progetto di cui sto per dire.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 25 / Il potere della didascalia

di Giulio Mozzi

Effettivamente, in un certo senso, quello che vedete qui sopra non è “un Magritte”: è “un [ritratto fotografico di] Magritte”, dove per “Magritte” s’intende “René Magritte”, noto pittore di scuola surrealista. Ma, in un altro senso, quello che vedete qui sopra è effettivamente “un Magritte”, così come di un rampollo di una certa famiglia, es. della famiglia Mozzi, si può dire che è “un Mozzi”. Se vi interessano le figure retoriche, in questi comunissimi modi di dire ce ne sono tre o quattro, e di quelle importanti: ma non vi tedierò su questo. Vi tedierò, invece, con una breve riflessione sulla didascalia.

La didascalia posta sotto o accanto a un quadro o a una fotografia dovrebbe, secondo il senso comune, dire che cosa c’è dentro il quadro o la fotografia (e, accessoriamente, chi ne è – se noto – l’autore). Per esempio:

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