Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 26 / Villette, villette!

di Giulio Mozzi

[Scrissi questo pezzo nei primi mesi del 2002. Si trattava di una commissione del Comune di Lignano Sabbiadoro, per una pubblicazione turistico-illustrativa. Nel 2005 lo inclusi nel libro Sotto i cieli d’Italia (con Dario Voltolini, Sironi Editore). gm]

1. Marcello D’Olivo.

Marcello D’Olivo è un architetto udinese nato nel 1921 e morto nel 1991. Marcello D’Olivo era, dalle fotografie, un uomo grande e grosso – anche corpulento, con gli anni – con il cappello in testa e una pipa perlopiù dritta in bocca; una cosa un po’ alla Simenon, per dire. Marcello D’Olivo cominciò la professione costruendo il Villaggio del fanciullo a Opicina, Trieste, e finì costruendo un complesso scolastico a Gorizia: nel frattempo progettò edifici, complessi di edifici, quartieri, intere città, in Italia, in Medio Oriente, nel Congo e in Irak. Marcello D’Olivo nel tempo libero dipingeva quadri non del tutto brutti, benché non del tutto belli; per un certo periodo il suo soggetto preferito furono persone che lottavano tra loro e si ammazzavano trafiggendosi con delle specie di pioli appuntiti; poi passò ai tori, prima singoli o in piccoli gruppi, finalmente in grandi mandrie; poi si dedicò agli uomini cacciatori primitivi a cavallo, dotandoli di strane armi tecnologiche dall’aspetto di corte aste nere lucide con sporgenze a forma di cubetti; poi cominciò a dipingere i filosofi, ovvero delle persone sedute attorno a un tavolo, con aria pensosa e svagata, con le mani giunte e le dita intrecciate, arricciate, addirittura annodate: probabilmente a significare la contorsione, forse l’inconcludenza, del pensiero filosofico; infine, e questo è l’ultimo soggetto della sua pittura, dipinse quadri a colori vivacissimi con astronavi nere lucide ricoperte di sporgenze spigolose – cubiche, piramidali – che si posavano nel bel mezzo di pianure abitate da grandi mandrie di tori e da uomini cacciatori primitivi a cavallo. Questa, in estrema sintesi, è l’opera pittorica di Marcello D’Olivo, architetto udinese.

Aldo Mozzi

Aldo Mozzi

Marcello D’Olivo fu amico di Leonardo Sinisgalli, ingegnere elettronico, matematico non trascurabile, ma più noto come poeta. Conobbe inoltre Hemingway, giornalista e romanziere americano. Conobbe anche mio nonno, Aldo Mozzi, dirigente di banca, tra i finanziatori o i garanti – non so di preciso, le memorie familiari sono incerte – del progetto di cui sto per dire.

Nel 1952 una società formata da imprenditori, possidenti e farmacisti – così dicono i libri di storia – acquistò quel terreno che oggi è noto a tutti come Lignano Pineta e sul quale allora non sorgeva nient’altro che una pineta. Il piano degli investitori era semplice: sfruttare la vocazione turistica di Lignano, realizzare una seconda Lignano, urbanizzare quel terreno, costruirci sopra, e rivenderlo a chi volesse farsi una casa al mare. Gli investitori incaricarono Marcello D’Olivo, architetto udinese, di progettare da cima a fondo il terreno sul quale avevano deciso di investire. Marcello D’Olivo – che allora era ancora un architetto giovane, con pochi progetti realizzati; assai apprezzato, e anche lodato nelle riviste di architettura; ma sostanzialmente un architetto ancora all’inizio della sua carriera – capì subito che quella era la sua grande opportunità: progettare e costruire non un singolo edificio, cosa che tutti sono capaci di fare; non un complesso di edifici, che è ancora una cosa normale; ma progettare e costruire quasi un’intera città. Una città piccola; una città per così dire a tempo parziale – da usarsi solo d’estate –; una città incompleta – doveva servire a villeggiare ma non ad abitare, a divertirsi ma non a studiare, eccetera –; una città di piccolissime dimensioni; ma tuttavia una città. Una città della quale si sarebbe potuto dire, in futuro: «Guardate questa città; guardate la sua forma; guardate i suoi caratteri originari, originali, incancellabili; bene, tutto questo l’ha fatto Marcello D’Olivo. Come Roma ha dato alle sue colonie la forma rigorosa del castrum, ossia dell’accampamento militare; come Venezia ha dato a Palmanova la forma della piazzaforte stellare; così un uomo solo, un semplice uomo, grazie alla bramosia di denaro e alla preveggenza di una congrega di imprenditori, possidenti e farmacisti, ha potuto imporre una sua forma, un “segno” di sua invenzione, a un’intera città». Questo, o qualcosa del genere, possiamo supporre che passò per la testa di Marcello D’Olivo.

Il bello è che, nei libri che ho letti, che riguardino Lignano o Marcello D’Olivo, non ho trovata nessuna traccia della storia del “segno” che Marcello D’Olivo pose su Lignano. La famosa chiocciola, della quale parleremo tra poco, sembra essergli uscita dalla testa un bel mattino, così, all’improvviso. Marcello D’Olivo si sveglia, immaginiamo, scende in cucina, mette su il caffè, comincia a preparare la pipa, va di là mentre il caffè si scalda, e su un foglio di carta disegna – da sinistra a destra – una linea lunga che poi s’arrotola in una spirale. Intanto il caffè bolle, Marcello D’Olivo torna in cucina, spegne il fuoco sotto il caffè, torna di là, si ferma a contemplare il suo segno. Due ore dopo è ancora là, in piedi, in bocca la pipa ancora spenta, mentre il caffè, in cucina, si è raffreddato nella caffettiera. Marcello D’Olivo contempla il suo segno, ed evidentemente ci si riconosce. «Così fa un vero artista!», direbbe un vero artista. Fatto sta che da qui, dalla trovata di una singola persona – e non si sottovaluti la parola “trovata”: anche Picasso diceva: «Io non cerco. Io trovo» – nasce la forma di un’intera città. E, ci dicono i libri di storia, non fu del tutto semplice farla mandar giù agli imprenditori, possidenti e farmacisti: che dovevano tirare fuori i soldi (per guadagnarne ancora di più, ovvio; ma chi tira fuori dieci per incassare cento, vedrete, che anche dopo avere incassato il cento, continuerà a piangere il morto per quel dieci inizialmente speso: questo è il miracolo del NordEst).

Lignano Pineta: la "chiocciola" di Marcello D'Olivo

Lignano Pineta: la “chiocciola” di Marcello D’Olivo

Fatto sta che la chiocciola di Marcello D’Olivo è diventata una specie di simbolo di Lignano – e non solo di Lignano Pineta. Quante sono, pensiamo un po’, le città che sono famose per il loro piano regolatore? Quante sono le città di mare, le città turistiche, che possono menar vanto del loro piano regolatore? Queste città sorgono di solito disordinatamente, spietatamente, caoticamente, insulsamente; vengono su in cinque-dieci anni, senza che nessuno sia in grado di accorgersene, non dico di controllarle o sorvegliarle o dominarle; vengono su, e all’improvviso sono lì, e sono orribili, e la gente ci dovrebbe andare in vacanza. È positivo che poi la gente ci va; ma perché non c’è alternativa, si potrebbe dire; perché ormai la vacanza al mare è così; perché non c’è scampo; perché comunque una finestra sul mare si vende, si compra, si affitta; e così via.

Così la chiocciola di Marcello D’Olivo – o meglio: quel disegno in cui Lignano è disegnato in maniera tale da assomigliare a un delfino, o a un cetaceo in genere, secondo i più, o a una lumaca, o a un gasteropode in genere, secondo me; quel disegno che è l’indispensabile guida per capire o almeno per intravedere la forma di Lignano, che a livello terra è impercepibile, e anche dall’alto di uno dei grandi condomini di Lignano City appare solo con difficoltà, e solo a chi la sa cercare – così la chiocciola di Marcello D’Olivo è diventata un simbolo di Lignano. Non il solo simbolo, naturalmente. Ci sono altri simboli. Ad esempio, in tutti i dépliant di Lignano che ho potuti raccogliere nella mia breve visita, in tutte le brochures illustrative di Lignano e delle sue qualità; nei libri illustrati su Lignano; financo nei libri serissimi, stampati con contributi bancari e assessorili, dedicati alla storia all’economia alla natura all’urbanistica di Lignano – in tutte queste pubblicazioni ho riscontrato l’esistenza di almeno un altro simbolo di Lignano.

Marcello D'Olivo (al centro) e il progetto della "chiocciola" di Lignano Pineta

Marcello D’Olivo (al centro) e il progetto della “chiocciola” di Lignano Pineta

Si tratta, per farla breve, della fotografia d’una ragazza stesa sulla sabbia, a pancia in giù, vestita solo d’un tanga – non dei più abbondanti –; appoggiata sui gomiti, che lasciano appena appena intravedere un’impressione di tetta; le spalle puntate in alto, la testa abbassata – il viso non si vede, si vede la massa dei capelli –; fotografata da un fotografo posizionato diciamo a un metro dal suo piede sinistro, in piedi. La ragazza non è particolarmente bella o particolarmente sexy. La luce è pomeridiana, calda, già quasi radente. La pelle della ragazza è uniformemente abbronzata, bronzea, non nera. Una buona foto. Si potrebbe dire: la più casta delle foto osé, o la più osé delle foto caste. Quella ragazza probabilmente oggi ha tre figli, o si è trasferita in Nuova Zelanda, o è morta d’un male incurabile, o ha sposato un avvocato che la tradisce, o vende gelati in un chiosco un po’ fuori mano; non so; e non si sa, a dire il vero; la foto comunque è di una quindicina d’anni fa, almeno; ed è tutto fuorché una foto straordinaria; è una foto come un’altra; tuttavia è diventata una foto simbolo, la foto simbolo di Lignano. Perché? Probabilmente perché è stata usata tante volte; e sarà stata usata tante volte perché era una foto giusta, equilibrata, abbastanza ardita da suggerire che a Lignano ci si può togliere quasi tutto di dosso, abbastanza trattenuta da suggerire che a Lignano non si incontreranno nudità invereconde per ogni dove; una foto giusta, in somma, pubblicabile perfino in una pubblicazione che riceva un finanziamento bancario o assessorile, per l’appunto. Una foto adatta, e perciò simbolica.

Ma – e questa è la cosa che mi sta più a cuore far notare – se noi osserviamo attentamente questa fotografia; e se noi osserviamo attentamente il celebre disegno di Marcello D’Olivo; ci accorgiamo che essi sono quasi esattamente sovrapponibili. Facciamo coincidere le parti: la tetta che s’intravede appena, è quasi sovrapponibile alla Terrazza a mare di Sabbiadoro (che non c’è; ma D’Olivo l’aveva disegnata); il laccetto del tanga cade giusto giusto sopra il Pontile a mare; la Purità di Maria è posata, con rispetto parlando, sopra la natica destra; l’edificio municipale è accolto nell’incavo del ginocchio destro; il piede destro delimita la Marina di Punta Faro; mentre lungo tutta la gamba e il fianco sinistro corre la spiaggia; e la zona sacra, perché di proprietà vescovile, quella inaccessibile ai bagnanti, dà corpo alla coscia sinistra. Idealmente, via Tarvisio è l’asse di simmetria, la colonna vertebrale di questa ragazza in fiore. La chiocciola doliviana è tutta contenuta nel busto; e il suo centro, piazza Rosa dei Venti, indubbiamente è posato sul cuore.

Lignano Pineta e la "chiocciola" di Marcello D'Olivo

Lignano Pineta e la “chiocciola” di Marcello D’Olivo

Possiamo supporre che Marcello D’Olivo conoscesse questa fotografia, quando progettò Lignano Pineta? Proprio no; con certezza essa fu scattata anni e anni dopo; quando Marcello D’Olivo, reduce dalle molteplici esperienze progettuali e costruttive in Africa e in Medio Oriente, si era ormai ritirato della nativa Udine, dedicandosi a progetti tutto sommato di poco conto e costo. Possiamo suppore che il fotografo che scattò la fotografia conoscesse il famoso disegno di Marcello D’Olivo? Probabilmente sì; probabilmente l’aveva visto; magari l’aveva anche osservato; tuttavia, che ce l’avesse in mente nel mentre fotografava la bella figliola, è cosa di cui è lecito dubitare. I fotografi di belle figliole, si sa, raramente hanno in mente qualcosa, se non quello: che è quel che è.

Questa inopinata sovrapposizione d’immagini – il disegno di Marcello D’Olivo; la bella figliola – ci riporta comunque al centro di quella che potrebbe essere definita, credo, la poetica di Marcello D’Olivo: la relazione tra un territorio, una terra, degli alberi, degli animali ecc.; che ci sono, che sono lì; e l’intervento di chi inventa, progetta, costruisce. Una relazione che è, o almeno sembra, nell’idea di Marcello D’Olivo, una non-relazione, o un’antirelazione. Le costruzioni di Marcello D’Olivo sono generalmente come le astronavi dei suoi quadri: degli oggetti-mostro, enormi, che si posano sul terreno senza entrarci dentro, senza mischiarcisi, senza dialogare; stanno lì, pesantissimi, cementissimi, s’innalzano astratti e matematici: ma di una matematica greve, lourde. Invece, quando disegnava un territorio Marcello D’Olivo faceva dei disegni incredibilmente, come dire, organici: linee curve, sinuose, che fanno venire in mente – a me, che sono figlio di biologi – immagini al microscopio elettronico di microrganismi o di tessuti animali (animali, più che vegetali). Anche Lignano, nel suo disegno, è così: un animale, un delfino, un gasteropode, una bella figliola. Ancora per contrasto: quando un visitatore visitò lo studio di Marcello D’Olivo, nel pieno dei lavori per Lignano, vide una grande pianta del territorio interessato, nella quale erano segnati anche gli alberi, tutti, dico tutti i singoli alberi; e Marcello D’Olivo, così riferì il visitatore, così ho letto in una biografia di Marcello D’Olivo, dichiarò: «Spero proprio di salvarli tutti». In effetti, non c’è nulla di più innaturale di una pianta urbana fatta a chiocciola; che la pianta sia ispirata a un oggetto esistente in natura, non conta nulla; conta che gli esseri umani, ma anche gli animali, quando costruiscono naturalmente, ossia seguendo semplicemente la loro necessità, fanno tutt’altro. Allora? Allora, abbiamo una città fatta per dare l’esperienza del “vivere nella natura”, ma che è totalmente innaturale. Abbiamo una città dove, ad ogni passo, ogni volta che ci si smarrisce – ed è impossibile, a Lignano Pineta, dove non c’è una strada che sia la via più breve da un luogo a un altro, non smarrirsi – si è costretti a ricordarsi dell’intervento umano, meglio, dell’intervento di quel singolo uomo, che fu Marcello D’Olivo.

Ecotown: un progetto,non realizzato, di Marcello D'Olivo

Ecotown: un progetto,non realizzato, di Marcello D’Olivo

La natura, quindi; e la non-natura; sovrapposti; e disuniti; distinti per sempre; inconfondibili; senza nessuna illusione: l’astronave è astronave, le mandrie di tori sono mandrie di tori.

[Chi volesse approfondire può leggere il bel saggio di Marzia Marchi Mappe e cartoline per la città delle vacanze: Grado e Lignano Sabbiadoro].

2. Le villette invisibili.

Vagando per Lignano Pineta ci si imbatte in ciò che è più caratteristico di Lignano Pineta: le villette.
Il territorio di Lignano «ha registrato nel corso degli ultimi decenni una profonda alterazione dell’originario paesaggio lagunare, […] anche in seguito alla realizzazione di una ininterrotta serie di villini, condomini e alberghi, allineati senza soluzione di continuità lungo oltre 8 km di spiaggia sabbiosa». Così l’Enciclopedia europea, edita da Garzanti nel 1979, alla voce «Lignano»: voce assai imprecisa, a dire il vero, poiché la spiaggia di Lignano presenta un’assai consistente «soluzione di continuità» (la zona sacra, come già detto, inaccessibile ai bagnanti comuni, scarsamente edificata, ospitante alcune colonie estive per anziani e disabili), e le volute della chiocciola doliviana rendono problematica l’applicazione di un aggettivo come «allineati». Tutto è allineato, a Lignano Pineta, secondo linee non rette; e pertanto appare, a qualsiasi sguardo, come tutt’altro che allineato. Ma tant’è. Le enciclopedie sono quel che sono. Dobbiamo accontentarcene.
E quindi alla voce «Villa» della stessa enciclopedia leggiamo: «La villa sorge come residenza padronale al centro di complessi produttivi agricoli; come sede emblematica del prestigio e del benessere, particolarmente adatta all’espletamento delle relazioni sociali; oppure come luogo per il riposo o per un tipo di vita alternativo rispetto a quello della città. […] Edificio agricolo-residenziale, o semplicemente residenziale, il cui carattere distintivo è nell’accentuata e intenzionale correlazione tra elemento architettonico e contesto naturale». Ma la villa, prosegue il severo autore della voce nell’Enciclopedia europea, si è recentemente degradata nella «tipologia del moderno villino, che adegua a una scala minore e a un’edilizia semintensiva il rapporto tra il verde e lo spazio costruito proprio della villa».
In sostanza la villetta, o villino, è qualcosa che potremmo grosso modo definire come “un’illusione di villa”: un oggetto che “sembra” una villa, solo più piccola, ma che conserva illusoriamente, o tenta di conservare, i caratteri propri della villa: il fatto di essere «padronale», di manifestare una «accentuata e intenzionale correlazione tra elemento architettonico e contesto naturale», di rappresentare una «sede emblematica del prestigio e del benessere», di consentire «un tipo di vita alternativo rispetto a quello della città».
A questo serve dunque una villetta, o villino: a creare un’illusione di villa. Illusione che peraltro, essendo socialmente condivisa e accetta, somiglia parecchio a una realtà. Quelle che qui chiamiamo oggettivamente villette, o villini, di Lignano, soggettivamente, per i proprietari abitanti affittuari vicini di casa ecc., sono a tutti gli effetti ville. Cosa da non scordare.

Vagando per Lignano Pineta è quasi inevitabile mettersi a fare il catalogo delle villette. Ce n’è di tutti i tipi; anzi, necessariamente sono di tutti i tipi; perché nessuno, dico nessuno, sarebbe disposto ad acquistare, o anche solo a prendere in affitto, una villetta che sia uguale a un’altra villetta. Infatti ogni villetta, come ci sembra di aver spiegato a dovere, per essere ciò che è ha bisogno di essere un’illusione di villa; e le ville, necessariamente, essendo «padronali», cioè riflettendo nella loro stessa forma la forma mentis del padrone, non possono che essere tutte differenti l’una dall’altra. E che cos’è il prestigio, se non l’essere differenti? E che cos’è il benessere, se non il potersi permettere una cosa differente da quella che tutti hanno? (Lo dice anche Thornstein Veblen nella Teoria della classe agiata). Così salta fuori il problema vero: che se il primo imperativo della villetta è di essere differente, il secondo imperativo sarà di essere più differente; perché una villetta differente ce l’hanno tutti; ed emergere, con una villetta differente, rispetto a un panorama di villette tutte uguali, è cosa semplice; ma emergere rispetto a un panorama di villette tutte differenti, è cosa da signori.
Così per dire.
Peraltro le villette, a saperle guardare, e a dire il vero non ci vuole molto, sono tutte uguali. Ci sono infatti, e non sono poche, alcune caratteristiche indispensabili, caratteristiche che una villetta non può non possedere: se non le possedesse, non sarebbe una villetta. Ecco un elenco sommario:
– una recinzione provvista di due cancelli: uno per le persone, l’altro per l’automobile;
– un giardino provvisto di almeno un albero (dominanti, com’è ovvio, i pini della pineta; accettati, purché piantati con discrezione, gli alberelli esotici tipo gingko);
– un posto-macchina, meglio se nascosto sul retro, meglio ancora se sotterraneo;
– una grande porta-finestra che dia sul giardino o, piuttosto, su una sorta di ballatoio rasoterra, o pedana;
– un nome, leggibile sulla facciata esposta alla strada; generalmente (ma non sempre) femminile;
– una terrazza con una scala esterna per accedervi; entrambe dotate di ringhiera;
– un barbecue, o almeno una postazione adatta ad accogliere un barbecue.
Nel caso di villetta bifamiliare, rigorosamente su due piani e con accessi distinti, tutti gli elementi devono essere raddoppiati: ciascuna famiglia disporrà di un suo pezzo di giardino, delimitato da una sua recinzione, eccetera eccetera; solo, una famiglia dovrà accontentarsi del solo ballatoio rasoterra, e l’altra famiglia dovrà accontentarsi della sola terrazza.
Anche il nome è in comune, e si dice che le trattative siano a volte durissime.

Vagando per Lignano Pineta ci è capitato di notare alcune villette di particolare interesse; alcune villette, per così dire, decisamente più differenti di tutte le altre. Ci siamo presi la libertà di descriverne alcune, anche per invitare residenti e villeggianti a visitarle e ammirarle.

a. Villa delle Piume.

Villa delle Piume è praticamente invisibile. Il suo giardino è occupato da quattro poderose palme le cui grandi foglie, dall’aspetto piumato, s’incurvano fino a toccare il terreno. Il vento le muove – basta pochissimo vento perché si muovano, leggere come sono – senza che nessun rumore si produca.
Abita nella villa, si dice, un ornitologo dalla leggendaria pazienza. Dopo aver reso onore alla scienza per una vita intera, descrivendo e classificando centinaia di nuove specie d’uccelli, ed essendo giunto finalmente alla pensione, l’ornitologo si sarebbe ritirato a Lignano – dove pare viva anche durante la brutta stagione; benché nessuno possa affermarlo con certezza – non per riposarsi delle fatiche trascorse, ma per affrontare la più ardita esperienza scientifica disponibile per un ornitologo: l’esatta descrizione e classificazione dell’uccello Roc, o Rukh – secondo le traduzioni –, quello del quale narra, nelle Mille e una notte, Sindibad il facchino a Sindibad il Marinaio: «Alzata la testa vidi un uccello di grande mole, con le ali larghe, che volava nell’aria. Mi ricordai allora di una storia che i viaggiatori e i viandanti mi avevano raccontato, e cioè che in certe isole vi era un uccello smisurato chiamato ar-Rukh, che cibava i suoi piccoli di elefanti; constatai allora che la cupola che avevo visto non era altro che un uovo del Rukh: mi meravigliai perciò di quanto aveva creato Iddio altissimo. Mentre stavo così pensando, ecco che quell’uccello si posò sulla cupola per covarla con le sue ali e stese le sue zampe dietro a sé in terra mettendovisi a dormire sopra».

L'uccello Rock

L’uccello Rock

In effetti si dice che il paziente ornitologo, nascosto alla vista di tutti dalle grandi palme piumate, abbia eretto sul tetto della villetta una cupola di plexiglas, d’un bianco abbagliante; e dicono ancora, i soliti bene informati che sanno tutto mentre fanno vista di non sapere niente, che proprio le grandi palme piumate siano l’habitat preferito dell’uccello Roc, o Rukh: che tra le poderose palme capaci di nasconderlo, infatti, avrebbe l’abitudine di deporre, una volta ogni dodici anni, il suo gigantesco uovo, la cui cova durerebbe dodici mesi.
Villa delle Piume, quindi, non sarebbe altro che una grossa trappola per un grosso uccello. È da escludere che l’ornitologo intenda uccidere l’uccello Roc, o Rukh; al massimo vorrà applicargli a una zampa la targhetta di riconoscimento, com’è d’uso fra gli ornitologi; fatto sta che il vicino di destra dell’ornitologo, un commerciante d’armi saudita recentemente subentrato a un filologo austriaco rovinato dal bere, ha recentemente affermato di aver udito distintamente e ripetutamente, in una notte molto silenziosa – mentre giaceva a letto, insonne a causa di un problema finanziario urgente – il tipico verso dell’uccello Roc, o Rukh. Che un uccello Roc, o Rukh, si aggirasse effettivamente da quelle parti; o che a emettere il verso fosse, a scopo di richiamo, lo stesso ornitologo; questo, a tutt’oggi, è impossibile saperlo.

b. Villa dei Ragni.

Villa dei Ragni è, nei limiti in cui questa espressione ha senso a Lignano Pineta, una villetta come tutte le altre. Un semplice parallelepipedo con giardino, imbiancato, con il tetto a terrazza. Gli infissi e la ringhiera delle scale e della terrazza sono di metallo rosso.
Il proprietario di Villa dei Ragni si vede poco; solo qualche fine di settimana. Non è molto socievole; non lega con i vicini; i vicini stessi non sanno dire se è italiano o austriaco o tedesco; accurate indagini hanno portato a ipotizzare, pur con un residuo margine di dubbio, che si tratti d’un piemontese.
Nulla vi è di particolare, quindi, in questa villetta particolarmente tranquilla, quasi disabitata; se non il disegno delle ringhiere della scala e della terrazza.
Anziché essere costituite, come tutte le ringhiere metalliche, da una fila di asticciole verticali su cui si appoggia il passamano, le ringhiere di Villa dei Ragni hanno un disegno bizzarro, che certe volte sembra confuso, e altre volte invece molto matematico.
Per un breve tratto, le asticciole sono effettivamente verticali. Poi s’inclinano, incrociandosi con altre inclinate nel verso opposto. Poi si dispongono come a raggiera. Poi s’intrecciano formando poligoni regolari o irregolari.
In somma, è una banalità dirlo: quelle ringhiere sembrano disegnate da un ragno di siepe: ad esempio, un ragno crociato.
Fin qui, niente di male.
Il guaio è che il disegno di queste ringhiere non sembra essere stabile. A volte è più fitto da un lato, altre volte è più fitto dall’altro. Certi giorni è più geometrico, altri giorni sembra più disordinato e sfilacciato. Per di più le ringhiere non sembrano molto solide: è facile vedere, di tanto in tanto, qualche asticciola divelta o qualche gruppo di asticciole slegato. Ma il giorno dopo è tutto a posto; magari realizzando un disegno un po’ diverso, ma ogni asticciola è stata riconnessa a un’altra.
Recentemente un vicino di casa, durante una conversazione al bar, ha raccontato di aver osservato le ringhiere, incuriosito da un insistente pigolio; e di aver notato un piccolo uccello, probabilmente un passero, incastrato tra un’asticciola e un’altra. Un altro vicino ha immediatamente lamentata la scomparsa del gatto. Un terzo vicino, con viso dolente, ha raccontato: «Ero qui con Bibi, il mio bastardino… Era la prima volta che lo portavo al mare… Ha voluto andare ad annusare, poverino, com’è giusto, perché un cane è un cane, nel giardino del vicino… Ed è scomparso, non l’ho più visto tornare…». La conversazione ci è stata riferita da un testimone attendibile.
In parole povere: tra le villette contigue o vicine a Villa dei Ragni, ben quattro sono in vendita. Nessuno dice apertamente il perché; in quanto a dirlo apertamente non sarebbe creduto; ma tutti lo sanno; e noi lo crediamo.

c. Villa del Poeta.

La Villa del Poeta è sicuramente la più brutta tra tutte le villette lignanesi; e vi assicuro che bisogna mettersi d’impegno.
Il poeta che la abita se l’è fatta costruire espressamente da un architetto famoso; il quale era felicissimo di lavorare per un famoso poeta; e tuttavia la cosa si risolse in una lite giudiziaria, perché per ogni abbellimento che l’architetto aggiungeva alla villa, il poeta imponeva l’aggiunta di una bruttura; per ogni soluzione funzionale che l’architetto trovava, il poeta imponeva modifiche che la rendevano del tutto non funzionale; e finalmente, quando si giunse alla costruzione, il poeta si accanì tanto sul capomastro, ingiungendogli di fare così e cosà, diversamente dal progetto, in violenta contraddizione con il progetto, che quando l’architetto venne a vedere lo stato dei lavori quasi fece un colpo; e ritirò la sua firma dal progetto. Dello scandalo, poiché l’architetto in questione era famoso, più famoso ancora, si dice, del poeta committente, parlò addirittura la prestigiosa rivista di architettura Casabella.
In questa villetta orrenda, peraltro, il poeta ci vive benissimo. I vicini lo evitano, perché chi si è battuto fino al tribunale per avere una villetta così brutta, dev’essere un uomo dal carattere spaventoso. Gli ospiti che talvolta invita, non gli restano in casa più del tempo strettamente comandato dalla cortesia; e pare che uno solo, una volta, un poeta olandese piuttosto famoso in patria, benché del tutto sconosciuto in Italia, arrivato in treno da Amsterdam, avendo trovati completi tutti gli alberghi del Friuli, si sia adattato a dormirci: ma per una sola notte; trascorsa la quale si trovò un alloggio altrove.
Com’è dunque questa villa? Non sapremmo dire. Quando siamo andati per visitarla, abbiamo chiesto indicazioni. I più facevano vista d’ignorarne l’esistenza. Alcuni ci hanno deliberatamente avviati per false direzioni. Alcuni – pochi, a dire il vero – ci hanno insultati, scambiandoci per amici del poeta. Il poeta stesso, interpellato al telefono – il suo numero, ovviamente assente dall’elenco, ci è stato fornito da un poeta suo rivale, assai poco famoso ma ammanicatissimo negli ambienti letterari –, ci ha date indicazioni vaghe, vaghissime.
A dire il vero ce n’è una, che sospettiamo essere quella. Abbiamo anche suonato il campanello; ma nessuno ha risposto. Quanto a descrivervela, non ne abbiamo nessuna voglia. Solo a pensarci ci viene la nausea.

d. Villa del Tubo.

La Villa del Tubo è probabilmente la più singolare tra le villette di Lignano. Esternamente ha l’aspetto d’un grosso e tozzo tubo di zinco, posato verticalmente sul terreno, del diametro di circa sette metri, e lungo, cioè alto, circa altrettanto. Non ci sono finestre, e tutta la luce interna proviene dall’alto: in effetti, non c’è nemmeno un tetto.
L’interno di Villa del Tubo è vuoto. Si accede per una scala a pioli, posata esternamente; giunti sul bordo superiore si ritira la scala e la si cala all’interno. La scala, un vero gioiello di progettazione, è fatta d’un materiale resistentissimo e leggerissimo: benché lunga circa otto metri, non pesa più di cinque chili.
Villa del Tubo è abitata, durante l’estate, da un nordamericano dall’aria tranquilla, sui sessantacinque anni, con molti capelli bianchi disordinati e un po’ troppo lunghi. È simpatico a tutti, è molto gentile con i bambini, e paga sempre tutti i conti con regolarità. Un nonno ideale, si direbbe. Il vicino ideale.
Ciò che pochissimi sanno, è che quest’uomo è il primo uomo che sia mai stato sulla Luna. Ciò che pochissimi sanno è che la celebre missione di Armstrong, Collins e Aldrin non fu la prima spedizione umana sulla Luna. Gli Stati Uniti d’America, prudentemente, effettuarono in gran segreto una missione di prova. E l’uomo che oggi vive a Lignano, presso Villa del Tubo, è l’uomo che veramente, per primo, camminò sulla Luna. Naturalmente gli fu imposto il più rigoroso silenzio. Lui accettò, per amor di patria e in cambio di una generosa pensione; ma non sopportò più di vivere negli Stati uniti d’America, e si trasferì in Europa.
«Stare dentro il tubo mi conforta», mi disse una sera, mentre prendevamo il fresco nel suo giardino. «In fondo io sono un tubo. Nella mia vita c’è una cosa importante, di grandissima importanza, eppure questa cosa io non posso manifestarla a nessuno; di più, io stesso è bene che non la ricordi, che non ci pensi mai. Ho un’anima vuota, nient’altro». Questo mi disse l’ex astronauta, nel fresco della sera, dopo aver bevuto forse un po’ di vino bianco di troppo; questo disse, a me, che sapevo; ma lui non sapeva che io sapevo.

d. Villa della Chiocciola.

L’intento palese di chi ha progettato Villa della Chiocciola è stato di riprodurre, nel microcosmo d’una villetta, il macrocosmo di Lignano Pineta. La villetta e il suo giardino, in effetti, sembrano una riproduzione in piccolo del territorio comunale. Entrare nel giardino e osservare la piccola piscina, i vialetti sinuosi, l’edificio centrale a forma di còclea, eccetera, fa una strana impressione. Chiunque abbia visitato, vicino a Rimini, «L’Italia in miniatura», sa che cosa voglio dire.
Villa della Chiocciola è proprietà comune d’un certo numero di famiglie – sei fratelli, le sei mogli, non meno di tre bambini per coppia: un esercito! – che la usano infrasettimanalmente a turno, salvo riunirsi domenicalmente in massa, occupando l’intero giardino e facendo un chiasso della madonna.
La gestione della villetta, visto l’alto numero di frequentanti, è assai complessa. Diciamo pure che potrebbe essere assimilata alla gestione d’una cittadina, come ad esempio Lignano. Tutti i comproprietari, nonché i loro figli che abbiano raggiunta la maggiore età, compongono l’assemblea di villetta e hanno diritto di voto; eleggono, una volta l’anno, un amministratore della villetta: una sorta di sindaco. Questo, a sua volta, nomina dei collaboratori: una giunta. Qualche anno fa, in seguito a una serie di polemiche, si stabilì che uomini e donne dovevano essere rappresentati equamente nella giunta; e negli ultimi tempi, qualcuno sussurra che la carica di sindaco dovrebbe essere assegnata un anno a un maschio e un altr’anno a una donna.
L’assemblea di tutti i parenti costituisce il consiglio di villetta, il cui funzionamento è analogo a quello d’un consiglio comunale. Benché la famiglia allargata si riunisca domenicalmente, non vi è consiglio comunale tutte le domeniche; anzi, spesso vi sono proteste di cittadini-consiglieri perché il consiglio viene convocato troppo poco spesso, e tutte le decisioni vengono prese, senza pubblico dibattito, dalla giunta. A loro volta i membri di giunta, qualora vengano chiamati in causa, spalancano le braccia e ricordano come il sindaco, a norma dello statuto della villetta, disponga di poteri pressoché dittatoriali.
Ma, a dire il vero, lo smisurato potere concesso al sindaco non sembra produrre – contrariamente a quel che ci si aspetterebbe – una situazione di governabilità. Al contrario il sindaco, dovendo brigare di anno in anno per la rielezione, è costretto a dire sempre di sì a tutti. Spesso gli si parano davanti delegazioni delle varie categorie di cittadini: i figli minori, le adolescenti spiaggiarole, i genitori pensionati, le massaie, e così via; ciascuna delegazione espone le problematiche e le rivendicazioni della categoria che rappresenta; e il sindaco, necessariamente, essendo il corpo elettorale facile ai cambiamenti d’umore, promette sempre che penserà, farà, provvederà. Tanto, presto o tardi, la stessa categoria cambierà opinione, o passerà a un’opinione contraria, e si presenterà al sindaco ingiungendogli perentoriamente di non azzardarsi a fare ciò che egli, su richiesta degli stessi, si era poche settimane prima solennemente impegnato a fare.
I vicini di Villa della Chiocciola non sono soddisfatti. Ultimamente il clima politico è degenerato. Sedute notturne del consiglio comunale, cortei di protesta, sit-in schiamazzanti, scontri con la polizia, veri e propri tumulti sono ormai all’ordine del giorno. Non si vive bene, lì accanto. E soprattutto, si teme il contagio.

Lignano Pineta e le sue villette,dall'alto

Lignano Pineta e le sue villette,dall’alto

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4 pensieri su “Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 26 / Villette, villette!

  1. Ma.Ma.

    Leggendo a punti. Sul numero uno. Wow, tutta la seconda metà dell’articolo mi ha decisamente spaesata (spaesaggiata, anzi). Cioè è la prima volta che non riesco a starci dietro, dico, alla tua immaginazione, Giulio. Già riuscire a vedere nella spirale aurea un delfino o un cetaceo, ecco, non ci sono proprio riuscita. La gentil signorina sdraiata, però: va in assoluto ben oltre la pareidolia… (avrò mica perso fantasia?) Geniale comunque la serie di associazioni di idee che trasformano il nulla in un’interpretazione “spaziale”: roba degna dell’evoluzione del pittore nella sua arte.

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  2. Ma.Ma.

    Del punto due: le schede delle villette sono dei racconti che mi piacciono tanto tanto (so di non poter usare i superlativi assoluti, quindi, mi accontento delle ripetizioni). Tutta la vita Villa delle Piume, e poi Villa Tubo. Sembrano delle mini fiabe. Eppure rimettono in discussione la mia percezione del paesaggio che a me pare prenda forma reale solo quando diventa “abitato”, cioè quando a dargli vita sono le storie più che le cose. Ci penso…

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  3. Un pesce rosso

    Una volta qualcuno ha detto che l’urbanistica del mio paesino assomiglia a un pesce.
    Allora mi sono scervellata, camminando, di cercare le lische del pesce, e la testa e la coda, per le vie strette che poi si allargano. Ho fatto una gran fatica.
    Poi mi sono ricordata del mio professore di geografia delle medie (che continuo a cercare su facebook, senza peraltro trovarlo, chissà perché).
    Ci aveva portati in cima a una montagna dalla quale si vede il paese dall’alto, e ci aveva fatto disegnare tutto quello che riuscivamo a vedere.
    Persi a cercare il dettaglio della nostra casa (a voi la scelta di quale fosse la mia, ma credo manchi nell’elenco), non abbiamo visto il pesciolino che si snodava, veloce, sotto l’ansa dolce del fiume.
    Noi, fissi a guardare il dito. Il professore ci indicava la luna.

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  4. Pingback: Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 27 / Verso l’alto | Raccontare il paesaggio

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