Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Cantiere Soratte

di Fiammetta Palpati

[Ancora per Storia di uno sguardo, rubrica dedicata ai luoghi che ospiteranno il laboratorio Raccontare il paesaggio, e che raccoglie brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – attraverso il mio personalissimo sguardo, è la volta di un video. fp].

In questo breve filmato ho voluto sperimentare la possibilità di accostare al testo, alla voce che lo legge (la mia), anche delle immagini. Quello che avevo in mente era di usare non tanto fotografie o rappresentazioni che dessero conto di quello che nel testo dicevo o evocavo, quanto di presentare quei materiali che in momenti e luoghi diversi, lo avevano stimolato: incuriosendo, distraendo, cullando, infastidendo. Insomma un tentativo di video non documentale ma che ci auguriamo possa contribuire alla riflessione sulla relazione tra parola e immagine che, negli ultimi mesi, anche attraverso questo blog, abbiamo sollecitato.

Guarda il video su youtube:

Asinara

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Giorgio Falco, che sarà ospite docente nel nostro prossimo laboratorio residenziale di scrittura, è apparso oggi sulla rivista letteraria on line Le parole le cose. Lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

[È uscito da poco il libro fotografico Asinara, di Marco Delogu (Punctum), Una selezione del lavoro di Delogu è in mostra fino al 31 maggio presso il Warburg Institute di Londra e fino al 1 luglio 2018 presso il Palazzo Fabroni, Museo del Novecento e del Contemporaneo, di Pistoia. Pubblichiamo alcune foto, lo scritto di Edoardo Albinati che fa parte del volume e un’intervista di Giorgio Falco a Marco Delogu. I titoli sono redazionali (LPLC)]

L’esperimento

di Edoardo Albinati

Basta uno stretto braccio d’acqua, attraversato in pochi minuti di gommone, per piombare dal delirio vacanziero in un’oasi che, affascinante quanto le altre meraviglie della costa e dell’entroterra sardo, finisce per non avervi più nulla a che spartire, nulla di nulla, per la semplice ragione che è silenziosa, deserta, distante anche mentre ci metti i piedi sopra, persino in pieno luglio – dunque non più solamente bella, ma, letteralmente, sublime. La differenza tra il bello e il sublime va studiata nei manuali di filosofia e di estetica, però andando all’Asinara la si sperimenta allo stato puro. Ecco, la parola “esperimento” risulta particolarmente adeguata a questo luogo estremo, e chi visita l’isola ha la sensazione di entrare a farne parte. Di venire cioè sottoposto alla tensione del luogo onde misurare l’intensità delle sue reazioni: alla bellezza selvaggia, al vento, al volume di dolore umano irradiato negli anni, ai profumi, alla luce netta, alla potenza della nominazione di famosi banditi e leggendari giudici che qui hanno soggiornato. Alla sparsa popolazione di asinelli bianchi e grigi, dal malinconico sguardo bistrato. Di tutti gli esperimenti che vi sono stati condotti nel corso del tempo restano tracce imponenti o scheletriche. L’Asinara è stata quasi tutto l’immaginabile della derelizione umana: carcere e supercarcere, campo di prigionia, colonia penale e colonia agricola, quarantena. E ora è un parco naturale esemplare. In tutta Italia, forse solo l’ergastolo in cima all’isola di Santo Stefano sprigiona un magnetismo equivalente. Ma l’Asinara vi aggiunge la sua varietà, la movimentazione, le aperture improvvise di visuale, la presenza enigmatica delle bestie. Santo Stefano è un Escorial regale e vuoto, il teatro San Carlo volato sopra uno sperone di roccia; l’Asinara è un’intera Provenza disseminata di ruderi, montagne, radure, valli fiorite, baie e scogliere, porticcioli, fortini e casematte e animali selvatici.

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Ascoltare i luoghi

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Emiliano Battistini è apparso a luglio del 2017 sulla rivista culturale on line Doppiozero; lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

Salutiamo con entusiasmo la recente pubblicazione del libro Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca post-digitale, edito da Meltemi, del ricercatore e curatore indipendente Leandro Pisano: tale pubblicazione porta finalmente in Italia il dibattito sul suono inteso come strumento di conoscenza, che sta avvenendo già da alcuni anni a livello internazionale. Attraverso il resoconto critico di una serie di artisti sonori riconosciuti, il lavoro di Pisano ci parla della possibilità di indagare gli spazi abbandonati e le zone rurali attraverso la pratica dell’ascolto.

Continua a leggere l’articolo in Doppiozero

Raccontare il paesaggio

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 33 / Un minuto di niente

di Giulio Mozzi

Qualche tempo fa mi sono divertito – anche se non so se divertito sia la parola giusta – a fare degli ingenui filmati col mio telefono. E li ho pure, spudoratamente, pubblicati, con il titolo (uguale per tutti): Un minuto nella vita di Giulio Mozzi. Non sto a spiegarvi che cosa sono, ve ne faccio vedere tre. Durano un minuto, un minuto e due o tre secondi.

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Raccontare il paesaggio, laboratorio di scrittura

Storia di uno sguardo a puntate, 8 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (prima parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero, sono nel mio personalissimo paesaggio. fp].

(leggi la puntata precedente)

Perché un pezzo che racconta del paesaggio tra Amelia città e la sua prima campagna, di una sagra paesana, di gente che va e che viene in ore antelucane lungo una strada sterrata, di macchine lasciate lungo il ciglio o infilate a spina tra un olivo e l’altro – ruote in bilico, aglio selvatico, parafango all’insù, – di due donne che attraverso una siepe mi chiedono dei soldi per il comitato festeggiamenti, di un prete nero che predica tra i tavoli – non v’accorgete di quanto stiamo bene così, tutti insieme? – e allora le teste si alzano dal piatto – il tovagliolo, alla svelta – e fanno sì, sì, con la bocca piena. E il prete nero sorride. E anche loro sorridono. Un pezzo – dicevo – in cui da lontano, dalla mia finestra, vedo una “Sala del regno” con un muro così bianco da essere luminescente – dico: perché un pezzo simile dovrebbe chiamarsi “Bianca folla di farina”?
Non lo so ancora. Ma sospetto che un motivo ci sia.
In questi giorni, dacché vado scrivendo questi pezzi che non so bene cosa siano – forse fette di mio paesaggio e nient’altro – faccio caso alle coincidenze – ai fatti che coincidono nel senso che diamo loro.
Per esempio, mentre scrivevo di Tilde – la donna dalla quale ho acquistato la casa ed ereditato le scarpe da sposa della nuora – è capitato che friggessi delle patate.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 32 / Storia di un palo

di Giulio Mozzi

Ovviamente il palo non è quello della fotografia qui sopra (nella quale non c’è nessun palo). Il palo è un palo che fotografai in spiaggia a Rimini, se non ricordo male nel novembre del 2005 (che ci facevo a Rimini in novembre? Eh, c’era un c’era un convegno su Fellini, al quale mi avevano invitato. E perché mi avevano invitato a un convegno su Fellini? Eh, questo non l’ho mai saputo).

Storia di un palo

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