Un Pa(v)ese ci vuole?

di Daniela Campagna

[In questo racconto almeno tre luoghi, e diverse immagini: viste e distorte, completate o del tutto ricostruite nella memoria, inchiodate alla documentazione dalle cartoline, dalle fotografie, dai racconti, dagli album di famiglia, attraversate dalle parole di un testo di Pavese che suonano lapidarie come un epitaffio. L’autrice, Daniela Campagna, allieva e parte del laboratorio di Raccontare il paesaggio dalla sua prima edizione, ci apre una finestra sulla sua geografia intima e sul viaggio che, partito da uno specchio in cui riflettersi, transita nelle radici fluttuanti del mare delle Egadi, e approda oggi, qui, in una foresta delle Dolomiti Lucane, in un matrimonio tra alberi sradicati. f.p.]

Le cartoline sono rettangolari, tradizionale formato 15 x 10, per la maggior parte composte di tre o quattro riquadri. Le ho trovate per caso, in questa domenica di novembre, nella libreria di mio padre. Il Santo ricorre spesso, occhi profondi dentro zigomi sporgenti, naso diritto, labbra socchiuse, una barba castano caldo. Il suo viso è sospeso, reso fragile dalla mitra argentata e dai pesanti paramenti. Lo sguardo come incredulo, appeso a una qualche rivelazione. La mano destra che benedice, un grosso volume e il pastorale nella sinistra, un cuore con la fiamma. Mi colpisce il suo viso scavato, imprigionato negli abiti barocchi, pesanti, il suo corpo che non vedo  ma che immagino portare con fatica il peso di quelle vesti da santo: mi domando se gli fluttueranno sulle ginocchia, se sotto la tunica bianca spunteranno caviglie incerte o calzature di porpora.

Io non ho mai visto San Cipriano, vescovo e martire, patrono di Oliveto Lucano, in Basilicata. E sono stata a Oliveto Lucano una sola volta, più o meno dieci anni fa.

Al primo sguardo tra le curve me lo ricordo apparire esattamente com’è in uno dei riquadri delle cartoline: case di pietra che coprono la sommità dell’altura, sormontate dalla Chiesa Madre, e dalla punta acuminata del campanile. San Cipriano riposa lì dentro, insieme a San Rocco, raffigurato in un altro riquadro delle cartoline e con la stessa espressione sorpresa, ma una barba di castano più caldo e indumenti appena più semplici, a onorare la tradizione del pellegrino. Entrambi, i due santi, se ne vanno a spasso una volta l’anno, quando Oliveto celebra il suo Maggio, d’agosto.

Non ho mai assistito alla festa del Maggio di Oliveto Lucano.

Mi portarono invece a vedere quello di Accettura, nella domenica di Pentecoste. Nel cuore della Lucania sono ancora molto vivi gli antichi riti pagani poi intrecciatisi alle feste cattoliche dei santi protettori.

«Come fanno due alberi a sposarsi?» avevo chiesto incantata, mentre seguivamo il corteo nuziale della sposa – una frondosa cima di agrifoglio issata su un grosso carro trainato da buoi che andava verso il suo maggio: andava a innestarsi nell’albero maggiore, il cerro più alto e più dritto della foresta di Gallipoli Cognato.

Sono stata a Oliveto Lucano una volta sola, più o meno dieci anni fa.

Un paese che ha gli ulivi nel nome non può che esser gentile, mi dicevo. E così mi appariva dalla parte del nostro ingresso, privo della presa d’artiglio di quei paesi d’Appennino che sembrano strappare alla roccia la loro stessa esistenza. Da lì, la macchia di case chiare nel verde sembrava inerpicarsi lenta, nascondendo l’altro versante, più ostile, appeso al suo sperone di roccia. Una delle prime case era quella di nonna Isabella, così mi dicevano, ma ormai non apparteneva più alla nostra famiglia. Nonna Isabella è la mia bisnonna, la conservo in una foto in bianco e nero: una donna molto vecchia e molto magra ritratta accanto a quel ragazzo che era mio padre. La palazzina sovrastava quelle vicine, ma forse si trattava allora di un fatto di prospettiva, oppure è oggi una distorsione della memoria. Due piani di intonaco chiaro, il primo tagliato per intero da un ballatoio lungo e stretto, recintato da una ringhiera in metallo e chiuso sulla destra da un balcone bianco in muratura. Al secondo piano balconcini con ringhiere sottili e due finestre, una rettangolare più grande, una quadrata piccola piccola. Una storia di giustapposizioni indossate con stravagante eleganza, una metamorfosi sempre in atto, la stessa che avrei ritrovato passeggiando più tardi lungo le vie del paese.

Poi ricordo ulivi, tanti, con la mite saggezza dei loro tronchi contorti. E una piazzetta, che mentre scendeva la sera si riempiva di occhi che sapevano chi ero, mentre io ignoravo per quali rami dei nostri alberi fossimo parenti.

Nella luce giallognola del lampione ricordo la piccola insegna Bar Italia, bianca e blu, sopra la tenda antimosche con le strisce sbiadite, il cartello dei gelati confezionati, il tavolo rivestito di una tovaglia bianca con l’addobbo floreale e, di fronte, le sedie di plastica per il pubblico. Era agosto ed erano proprio i giorni del Maggio. Tra le celebrazioni di quell’anno era stato inserito un ricordo di mio nonno Pietro, e un invito a partecipare. Mio padre ce ne aveva parlato con pudore, quasi con imbarazzo. Io invece ne ero stata entusiasta e avevo organizzato tutte le mie vacanze estive attorno al desiderio di essere lì quella sera, a portare i miei occhi in quel luogo di cui avevo solo sentito parole: una noce ancora da sgusciare.

Seduto dietro a quel tavolo addobbato, vicino al gazebo col rinfresco di formaggi e olive, salame e vino, sotto le luminarie per la festa, mio padre raccontò del proprio padre davanti a tanta gente: lui così taciturno, così riservato. Ascoltai di una gita di settembre e del sapore dei fichi che Pietro coglieva e gli dava da assaggiare: uno dei suoi ultimi ricordi di bambino, prima che la vita lo rendesse orfano. Così compresi perché da sempre io adoro il sapore dei fichi, e forse anche perché mio padre non tornasse a Oliveto da così tanti anni. Un luogo dove da qualche parte tra gli archi di pietra e i portoni di legno c’è una via che conserva il nome di quel nonno che non ho mai conosciuto.

Di quella sera ricordo che me ne andai canticchiando: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Per tutti quegli anni Oliveto aveva di certo aspettato mio padre.

Abbiamo abitato tante città, io e la mia famiglia di bambina. E altre ne ho aggiunte nella mia vita di donna. Eppure, talvolta, mi sembra di girare sempre attorno a uno stesso luogo che non c’è. Dovunque abiterei, da nessuna parte abiterò.

Da sempre mi attraggono le radici degli alberi, specialmente quando le vedo bucare il catrame di città. Quei rami nascosti che sollevano l’asfalto, rivelando più che la loro profondità la loro capacità di allungarsi in punta di dita. Come le vene in alcune braccia, quando traspaiono appena rigonfie sotto la pelle, mostrando il sangue che le attraversa.

Radici e vene che svelano se stesse, a tratti, qua e là. Radici di ulivi, che saprei disegnare, radici di cerri e agrifogli che invece non riesco a figurarmi. E il fico? Come sono le radici di una pianta di fichi?

E poi ci sono anche radici di pini e di mandorli, di lecci e di bossi, perché c’è un altro paese annidato nelle radici che ho. Il paese siciliano dove giocava mia madre bambina, un paese arroccato in faccia al mare e alle isole Egadi. Da lì, Trapani è una falce che si allunga sul mare, e più a sud le saline sono macchie bianche sulla laguna dello Stagnone. A guardare l’orizzonte da lì, non si può che voler navigare.

A Erice ho corso tra le pietre e le aiuole ricamate del Balio, un giardino all’inglese di bossi e panchine di pietra. Ho mangiato gelati ricoperti di cioccolato fuso e genovesi alla crema nelle pasticcerie del centro. A Erice ho abbandonato in malo modo i miei amici immaginari quando ormai non servivano più e da adolescente sono tornata fingendomi una straniera in gita. A Erice ho tanti ricordi quanti ce ne stanno in uno dei pacchetti di Cipster che vendevano al bar nei pressi del Castello: potrei tirarli fuori uno a uno, farmeli crepitare tra le dita e poi sgranocchiarli piano, con quel tocco di salato che resta sulle labbra.

Ma ciò che di Erice resiste di più sono i racconti del nonno di nome Vincenzo che mi accompagnava, racconti che allungavano il mio sguardo all’indietro, a nomi che poi ricomponevo negli album di vecchie foto che lui aveva pazientemente raccolto: la storia di una famiglia, da fine Ottocento a qui. Perché anche a Erice c’era una casa fatta di pietra dove vivevano bisnonne e prozie, con un cortile quadrato e forse anche un pozzo, una casa venduta a chi adesso ospita turisti. Quella puntuale conservazione della memoria che nonno Vincenzo attuava nei suoi archivi fotografici faceva da contraltare alle poche memorie rimaste invece di Oliveto, alimentando in me il desiderio di cercare, scoprire, ricostruire ciò che nell’assenza diventava letteratura.

Forse tutti veniamo da un paese, forse davvero un paese ci vuole.

È con questo spirito che mi sono iscritta al primo laboratorio sul Raccontare il paesaggio, ad Amelia, in Umbria. L’idea di immergermi per una settimana in un luogo prima sconosciuto, scavando nel terreno e nelle parole della gente, assomigliava alla mia personalissima ricerca di che cosa siano fatte le radici che ho.

«Credo di essere qui per questo» dicevo a Fiammetta una mattina di luglio, ragionando di radici lungo l’antica via Amerina, nel tratto che da Todi va verso Amelia, verso Roma. Eravamo sul ponte medievale, a schiena d’asino, restaurato da poco, e faceva caldo, la polvere si alzava da terra e mi si appiccicava alle gambe scoperte, al di sopra degli stivaletti da trekking.

«Lo scoprirai» mi rispondeva, e intanto strizzava un po’ gli occhi puntandoli acuti verso di me e la compagnia che sfilacciata, dall’afa e dalle chiacchiere lungo il percorso, si andava adesso ricomponendo, nella comune attesa della sosta in cui avremmo consumato le nostre fette di pizza.

Ad Amelia non ho scoperto di che cosa siano fatte le radici, ma ho trovato uno specchio.

Perché ogni sguardo sul paesaggio è riscoperta di un altrove che abita in noi.

Nel taccuino di quel primo laboratorio ho appuntato una frase, neanche ricordo chi l’abbia pronunciata, in quale lezione: “Più siamo sradicati più siamo propensi a credere al mito del territorio”.

Ecco, credo sia questa la ragione per cui io cerco paesaggi da raccontare.

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

di Francesca Zammaretti

[Wermulleriano il titolo che Francesca Zammaretti – allieva e parte del laboratorio Raccontare il paesaggio sin dalla sua prima edizione – ci propone per una passeggiata, in compagnia dei suoi cani Labrador, tra le parole e le visioni di quegli autori e di quegli insegnanti che chiama, affettuosamente, maestri. Insieme a costoro ha cominciato a ricomporre il proprio contrastato rapporto con il paese nel quale vive, affetto da una bellezza immobile e non negoziabile, attraverso la quale, sembra dire Zammaretti, è complicato vedere la quotidianità. Ma la sua testimonianza in forma di vagabondaggio fisico e letterario è anche il racconto di un processo tuttora in essere attraverso cui ha cominciato a riconoscere sé stessa come parte di quel paesaggio. fp.]

«Il paesaggio punge e trapunge». Piglia e impiglia.

La prima frase è di Andrea Zanzotto. La seconda, mia.

Vivo sulla sponda piemontese del lago Maggiore, al confine con la Svizzera, immersa in un paesaggio che è come una bella donna che non invecchia mai: curatissimo e senza tempo, per questo irreale e fantastico. Qui il paesaggio alimenta il turismo, è fonte di guadagno, dà da vivere. Lo scrivo senza giudicare. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro e adesso che tutto si è complicato ancora di più.

In autunno, quando i giardini si inselvatichiscono e i colori diventano caldi, e in inverno, quando la passeggiata diventa deserta, la luce è radente, ma limpida per il freddo, di più amo il lago: il paesaggio si fa qualcosa di altro, entra in risonanza con me. Esco dalla cartolina e cammino.

«Il passaggio è ciò che riconosco. Ma per riconoscere c’è bisogno di avere già visto e imparato, e non basterebbe una vita per vedere e imparare tutto quello che in qualche modo io già so: perché sono fatta delle stesse particelle di cui è fatta la Terra, sono loro a riconoscersi e a chiedere solidarietà prima ancora che io abbia capito dove mi trovo. Il paesaggio è il dialogo fra il mio corpo e il corpo del pianeta che abito». Ha detto Alessandra Sarchi a proposito della sua relazione con il paesaggio. E mi è parso di sentire ancora Zanzotto.

Sandro Campani ha affermato che i suoi libri, le sue storie, nascono dai luoghi.

Qualsiasi tentativo di dire “sul paesaggio” non può prescindere da un viaggio dentro e attraverso noi stessi. Lo sguardo dovrebbe in qualche modo essere allenato a vedere; oppure del tutto estraneo, addirittura “straniero”.

Georges Perec, in Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, a proposito delle molte cose a Place Saint-Sulpice, a Parigi appunto, scrive: «molte, se non la maggioranza, di queste cose, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole». Ovvero quello che in un altro testo chiamerà l’infraordinario.

Così sono rimasta colpita, quando in classe ho proposto ai miei studenti, tutti internazionali, di fotografare il paesaggio: mi sono accorta che hanno soprattutto fotografato le nuvole e i tetti, nuvole rosse infuocate dal tramonto, tetti neri, come forse avrebbe fatto Perec.

Le mie mappe si snodano lungo una pista ciclabile che segue il corso di un fiume, un torrente che quando piove diventa grosso e sfocia nel lago. Ci porto i miei cani a passeggiare, uno alla volta. Mi piace quando il lago, solitamente in ottobre, esonda e si celebra il rito antico della raccolta dei rami del bosco trascinati a valle, dall’acqua, la Buzza. La legna fatta seccare viene usata per accendere il fuoco, in inverno.

La Buzza. Foto di Francesca Zammaretti

Giulio Mozzi ad Amelia, ci invitò a contare un certo numero di passi, poi fermarci a osservare quel che capitava. L’esercizio me ne ha evocato un altro della mia adolescenza, quando alle medie il professore di geografia ci ha portati a piedi a Sant’Agata, piccola frazione che sorge su un promontorio, e dal belvedere ci ha fatto disegnare a matita il paese, di sotto. Accorgerci di aver disegnato una cartina geografica è stata, per noi, un’epifania.

Ecco però che, quando a Fòrnole, durante una passeggiata nel bosco di san Silvestro che è culminata su un belvedere dal quale si poteva Amelia tra tutte le sue anse, le sue colline dolci, e la valle del Tevere, il mio sguardo divenuto miope si è fissato su un’unica costruzione “dissonante” nel verde e nel giallo dei campi, e nel grigio delle vene di argilla: una schiera di villette bianche. Mi sono sentita come chi si ferma sul dito, mentre il saggio indica la luna. Poi mi sono chiesta se quello che mi pareva un obbrobrio dal punto di vista architettonico e paesaggistico, non avesse comunque una sua dignità di esistere e quanto ci avremmo messo a non notarlo più, per una forma di abitudine, di assuefazione. Mi chiedo se non abbia anche il brutto una sua ragione di abitare il paesaggio, per la necessità che ne abbiamo, per il bisogno, per il nostro non poterci permettere – con tutto il rispetto – nient’altro che una villetta a schiera. Anche questo mi sono chiesta.

In Umbria ho fotografato compulsivamente gli uliveti, anzi le olive; in Emilia le spighe di grano nei campi e le rotoballe di fieno, semplicemente per il fatto che, per me, costituivano elementi del paesaggio “pittoreschi”. Poi mi sono accorta, con un moto di stupore, che quello che per me era semplicemente bello a vedersi, diventa cibo, è fatto per nutrire.

Il modo migliore per vedere è quello di allontanarci, attraverso il distacco, persino il distacco affettivo: Sabrina Ragucci e Giorgio Falco ne hanno parlato come di un congelamento. Io questa cosa non l’ho capita subito. Preferisco pensare allo spaesamento o al “depaesamento”, un rapimento fantastico per l’effetto magico che hanno le parole; l’ho sentito più dolce.

Sul paesaggio, che non è inerte oggetto di osservazione e ammirazione, quale potrebbe essere il locus amoenus, ovvero una sorta di utopia del luogo, lo sguardo agisce.

Nella dissonanza, nel sentirsi stranieri ed estranei, emerge lo scarto, la crepa che, scrive Fiammetta Palpati, è la cifra del nostro vissuto; la stimmung, come la definì Georg Simmel; lo stato d’animo; quello che, sempre secondo Georges Perec, permette l’incontro con l’altro.

In passato, quando camminavo “cinta” dal paesaggio, per usare un’espressione di Zanzotto, scorgevo quel “seme di morte” di Francesco Biamonti, maestro caro a Erminio Ferrari, giornalista e scrittore dalla scrittura elusiva ed evocativa, e a sua volta mio primo maestro e conterraneo, recentemente scomparso, per il quale la nostra relazione con il paesaggio era “apprendimento”.

Adesso, invece, in questo inverno di qui a venire, sono convinta che in noi alberghi un seme di luce, gettato nel nostro paesaggio interiore, popolato di fantasmi e ombre benevole che negoziano con la fatica di vivere, dai maestri.

Luce che apre a nuove visioni sul paesaggio, che cambiano, come cambiano noi, che siamo quel paesaggio.

Cannobio, 1 novembre 2020

Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (seconda parte)

di Fiammetta Palpati

[Nella rubrica Storia di uno sguardo, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi nei quali ho scelto di vivere – Amelia e i colli amerini – e che ospitarono il primo esperimento residenziale di Raccontare il paesaggio. Nata per rendere familiare ai partecipanti le località che li avrebbero ospitati, la rubrica è rimasta un laboratorio personale sul quale misurarmi sulla narrazione dei luoghi, sullo sguardo che crea il paesaggio, sul complesso rapporto tra parola e immagine. fp].

Leggi la prima parte

C’è una macchia chiara nel mio paesaggio verde. Una chiazza biancastra, che si dilata e si restringe, ma rimane là ostinata, se non indelebile almeno persistente, come la plastica, come la luce del giorno.

Una mattina di agosto inoltrato; presto, quando l’aria è ancora lattiginosa, densa di umidità salubre; una data variabile – ma che sempre cade di domenica – un moto innerva le mie colline, appena sotto la cortina che le riveste: la lecceta, gli olivi, gli incolti, e una schiera e l’altra delle nuove abitazioni di questa prima campagna amerina – così nel gergo immobiliare – di questa ruralità urbanizzata. Sono segnali generici, piccole alterazioni subito riassorbite dall’immobilità domenicale: una finestra che si illumina – giusto il tempo necessario ad alzarsi e vestirsi in fretta; una porta chiusa con cautela – per non svegliare il resto della famiglia; l’avviamento di un motore; un paio di abbaglianti, isolati, lungo la statale che improvvisamente svoltano in basso, verso la chiesetta di Santa Maria, senza nemmeno segnalare perché la strada è deserta. Movimenti di per sé insignificanti, se non convergessero tutti nel medesimo punto, nel medesimo tempo.

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La mansuetudine dei luoghi

di Adriana Ferrarini

[Adriana Ferrarini partecipa ai laboratori di Raccontare il paesaggio sin dalla loro prima edizione. Come scrive nell’Introduzione ai suoi testi precedenti apparsi in questo stesso blog “ogni ricognizione nei territori della mia vita mi mette davanti a uno spaccato stratigrafico che connette il mio viaggio a quello di chi mi ha preceduto e lo mappa all’interno di una songline” anche questo sulla mansuetudine ci porta in luoghi reali, virtuali, letterari, luoghi della memoria che sembrano stare non l’uno dopo l’altro – una linea dello spazio e del tempo – ma uno dentro l’altro. Non tanto giustapposti, quanto sovrapposti. E che, dunque, finisce paradossalmente col mettere in crisi il concetto stesso di mappa (come d’altro canto insiste da qualche decennio un geografo come Franco Farinelli col suo concetto di ricorsività) e, implicitamente, anche quello di luogo. Ed è proprio su quest’ultimo elemento – provocatoriamente e paradossalmente battezzato luogo inesistente – che il gruppo Raccontare il paesaggio attualmente al lavoro, guidato dalla scrivente, sta concentrando la propria esplorazione, mettendo alla prova programmaticamente e poeticamente, la solidità, l’identificabilità dei luoghi. fp]

Potrei cominciare da Foscolo, ma preferisco accodarmi alle file di grigi e curvi pensionati che nel corso dei decenni hanno atteso davanti allo sportello dell’ufficio postale per farsi annotare i diligenti risparmi su uno smilzo quadernino blu notte, che via via si riempiva di numeri sempre più lunghi. Seguendo i passi di questa umile coda secolare so che arriverò fino al sito di Cassa Depositi e Prestiti e quindi a quello di una sua società, la CDP Investimenti Sgr.

“Quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta” filastroccava il brillante omileta domenicano Johan Tetzel, nelle terre tedesche, prima che un severo monaco agostiniano, un certo Martin Lutero, lo sorpassasse in eloquenza; ma intanto a Roma sotto la pioggia d’oro versata da povere anime in cerca di una salvezza, celeste o terrena che fosse, erano germogliate cupole altisonanti: brucia, credo, nel cuore di ogni potente città la hýbris di sfidare la geologia ed ergersi oltre le nuvole, perciò squarciano i fianchi delle montagna, per diventare più marmoree di loro: il Burj Khalifa di Dubai con i suoi 828 metri di altezza, non è già una montagna secondo le convenzioni europee?

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Città Satellite: La Città del futuro di Giulia Oglialoro

Giulia Oglialoro ha frequentato il laboratorio Raccontare il paesaggio-2018, ad Amelia (Tr). Da allora ha continuato una propria assidua ricerca sulla narrazione dei luoghi. Il suo lavoro “Città satellite: la Città del futuro” è stato scelto a Festivaletteratura 2019 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival. Si tratta di un reportage narrativo il cui campo di esplorazione è particolarmente in sintonia con quello del nostro laboratorio per l’anno 2020, Luoghi dalla distanza: ci stiamo occupando di luoghi inesistenti, un ossimoro, una provocazione, a partire dalla quale cercheremo di rispondere alla questione di come muoiono i luoghi, quando muoiono, nel loro moto di occupazione, trasformazione, perdita e riconquista di identità. Del lavoro di Giulia Oglialoro pubblichiamo qui un estratto dalla prima puntata. [fp]  

Un salone grande, punteggiato da colonne in finto marmo. Catene luminose al led rosa e blu elettrico pendono dal soffitto. Entro passando attraverso pesanti tendoni rossi che ricordano i vaudeville dell’Ottocento. In fondo alla sala, un bancone con gli sgabelli alti, di quelli in legno lucido, che arredano le catene dei ristoranti western, e poi lì accanto un pavone in ferro con la coda spezzata, e poi ancora lungo le pareti un acquario spento, contiene solo una conchiglia e qualche corallo. Le statue sono ovunque, bianchissime, in finto stile neoclassico – quelle femminili hanno collane di fiori intorno al collo, quelle maschili sono inondate da torce che sprizzano a rotazione luci verdi e blu e viola. All’altra estremità della sala, Gino Amoroso – un uomo sulla settantina, felpa sportiva e pantaloni a scacchi – spolvera lunghi divani a righe. “Sono come quelli che si vedono nei vecchi film americani” dice, “non le sembra?”
Questo è il Comedia Club, sala da ballo alla periferia di Milano, inaugurata nel 1964. Gino e sua moglie Antonietta l’hanno presa in gestione nel ’93, dopo averla frequentata per oltre vent’anni. Qui vivono e qui danno lezioni di mazurca, viennese, polka, valzer lento, tango e fox strot. Su una parete, una stampa in bianco e nero che raffigura Parigi di notte convive accanto al poster di due anziani impegnati in un casqué – la donna tende le braccia al cielo, lustrini argentati le cadono dai polsi.
Questo è il Comedia Club, ed è tutto quel che rimane di una Città che non esiste più.
Un bosco fitto circonda il locale. La neve si scioglie sull’asfalto crepato, gocciola da montagne di televisori e ruote e materassi abbandonati lungo la strada. Di fronte al Comedia, un grande cancello, chiuso con catenacci. Poco oltre s’intravedono appena il profilo di un ottovolante e qualche insegna sbiadita, le erbacce hanno divorato ogni sentiero.

Leggi per intero la prima puntata del reportage di Giulia Oglialoro

Le stanze del grano, un volume dal laboratorio

di Fiammetta Palpati [Dal 18 giugno scorso è in libreria “Le stanze del grano” il volume che raccoglie i lavori della seconda edizione del laboratorio residenziale di scrittura creativa Raccontare il paesaggio che si è svolto tra Monghidoro e Castel dell’Alpi, sull’Appennino bolognese dal 3 al 10 luglio 2019. Il volume, edito da Laurana e curato da Fiammetta Palpati, Simone Salomoni e Giulio Mozzi, contiene testi di Dino Borcas, Matteo Calzolari, Daniela Campagna, Giuseppe Cancello, Brunella Cappiello, Elianda Cazzorla, Stefania Costa, Adriana Ferrarini, Sara Fiorillo, Carla Isernia, Moira Stefini e Francesca Zammaretti. Qui di seguito, è a disposizione dei nostri lettori il saggio conclusivo, firmato dalla scrivente, scaricabile anche in formato. fp].

Scarica in formato Pdf

A chiusura di un volume collettivo viene da chiedersi cosa si è messo insieme. In questo caso, figurativamente, da quale progetto, da quali materiali si è partiti, e cosa ha preso forma. Perché l’insieme delle parti, si sa, non è mai soltanto una somma, ma un’operazione diversa, soprattutto relazionale, che dà luogo a un oggetto autonomo. Così è per questa collezione i cui testi rimandano l’uno all’altro, si intersecano, si rispecchiano, si completano a vicenda, si rimbeccano persino, in una molteplicità di sensibilità, di sguardi, di soggettività che provengono da regioni distanti ma convergono nel medesimo luogo. Si dirà che questo è vero per qualsiasi opera collettiva. Bene: lo è tanto più quando nasce all’interno di un’esperienza compartecipata di luogo. Per questa ragione quello che tenete in mano è un testo più collegiale, che collettaneo. E forse, dato lo spirito serio ma gaudente della compartecipazione, finanche, conviviale. Continua a leggere

di Fiammetta Palpati [Dal 18 giugno scorso è in libreria “Le stanze del grano” il volume che raccoglie i lavori della seconda edizione del laboratorio residenziale di scrittura creativa Raccontare il paesaggio che si è svolto tra Monghidoro e Castel dell’Alpi, sull’Appennino bolognese dal 3 al 10 luglio 2019. Il volume, edito da Laurana e curato da Fiammetta Palpati, Simone Salomoni e Giulio Mozzi, contiene testi di Dino Borcas, Matteo Calzolari, Daniela Campagna, Giuseppe Cancello, Brunella Cappiello, Elianda Cazzorla, Stefania Costa, Adriana Ferrarini, Sara Fiorillo, Carla Isernia, Moira Stefini e Francesca Zammaretti. Qui di seguito, è a disposizione dei nostri lettori il saggio conclusivo, firmato dalla scrivente, scaricabile anche in formato. fp].

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A chiusura di un volume collettivo viene da chiedersi cosa si è messo insieme. In questo caso, figurativamente, da quale progetto, da quali materiali si è partiti, e cosa ha preso forma. Perché l’insieme delle parti, si sa, non è mai soltanto una somma, ma un’operazione diversa, soprattutto relazionale, che dà luogo a un oggetto autonomo. Così è per questa collezione i cui testi rimandano l’uno all’altro, si intersecano, si rispecchiano, si completano a vicenda, si rimbeccano persino, in una molteplicità di sensibilità, di sguardi, di soggettività che provengono da regioni distanti ma convergono nel medesimo luogo. Si dirà che questo è vero per qualsiasi opera collettiva. Bene: lo è tanto più quando nasce all’interno di un’esperienza compartecipata di luogo. Per questa ragione quello che tenete in mano è un testo più collegiale, che collettaneo. E forse, dato lo spirito serio ma gaudente della compartecipazione, finanche, conviviale. Continua a leggere

Storia di uno sguardo, 10 / La strada bianca

di Fiammetta Palpati

[Storia di uno sguardo è una rubrica che raccoglie una serie di lavori nei quali racconto molto soggettivamente – diciamo pure che interpreto – i luoghi di cui è fatta la distanza tra la città dove sono nata e vissuta – Roma – e quella dove vivo, e dalla quale ho cominciato a interrogarmi sul paesaggio: Amelia. Con questa seconda breve video narrazione – che a quegli scritti si richiama, e realizzata in collaborazione con Arianna Ulian, musicista e sound designer – accosto semplicemente parola, immagine, voce e suono nell’intento di invitare lo spettatore a seguirmi, e a guardare tutto con eguale disposizione d’animo: i campi come le cime dei monti, le cime come le ciminiere, i barattoli, i tubi, i campanacci. fp].

[Leggi tutte le puntate di Storia di uno sguardo]

Guarda il video su youtube

Testo con paesaggio / Ottavo esempio: il racconto

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Con questo ottavo esempio siamo nella letteratura, e con la forma narrativa per eccellenza: il racconto. fp].

Leggi tutti gli esempi
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«… l’ampia spianata di ghiaia biancheggiava alla luce di mezzogiorno, polverosa. Un lungo muretto diroccato segnava un vecchio confine. Antri scavati nel fianco della collina erano nascosti dai detriti. Nessun rumore proveniva dai loro interni, sebbene correnti sotterranee e flussi d’aria si muovessero in continuazione. Alcuni camini trapassavano tutta la roccia della collina e sbucavano più in alto, sul pianoro, in fessure del terreno sottili e disadorne. Da lì entrava l’aria che soffiava giù fino agli antri nascosti, limando dai primordi le pareti di roccia, sgretolandola a poco a poco, portando sabbie finissime in basso, mescolate alle acque sotterranee, ai sali spurgati dalle pareti lentamente.
Al fondo della spianata il terreno cominciava a rialzarsi. Dalla prima catena montuosa erano cadute sbriciolandosi, e cadevano continuamente, pietre che a loro volta producevano frane. Massi di varie dimensioni erano disseminati sul pendio e pareva che la ghiaia della spianata fosse una loro ulteriore, ma in ogni caso non definitiva, riduzione in frammenti (…) Era una pietraia arida su cui il suono anche di un solo ciottolo caduto da un rialzo poteva produrre con le sue vibrazioni altri smottamenti. L’aria che si muoveva compatta levigava e levigava quelle rocce infinitamente asportando veli impalpabili di materia dalla superficie dei minerali e quando un’ultima briciola saltava nel vento tutto l’equilibrio poteva cedere e persino lastre larghe e spesse che erano rimaste migliaia di anni nella stessa posizione cominciavano a pendere verso il basso. In alto la pietraia finiva con nettezza contro la massa montagnosa che saliva in verticale, nuda e ruvida. Da quella massa si era staccata tutta la pietraia pezzo per pezzo. Il fianco della pietraia sembrava sollevarsi dalla pietraia stessa, emergere slanciato in alto, e in parte questo era vero: l’erosione dei venti e delle piogge veniva contemporaneamente riequilibrata dal moto di sollevamento della catena montuosa. Tuttavia era invece la pietraia che enorme digradava lungo quei fianchi a essersene staccata come per scorticatura dall’alto in basso con la forza del peso.
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D’infinito silenzio. La casa di Giorgio Morandi

di Giulia Oglialoro

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Giulia Oglialoro è l’ottavo. Per Morandi, dice Giulia, “Dipingere era un gesto rituale, uno sforzo umano e artistico di attenzione”. E in realtà il descrivere è sempre un gesto rituale. Perché descrivere serve a costruire il mondo che ci circonda: che sia il mondo fatto di angeli ragazzini e Marie quasi bambine del Beato Angelico, o il mondo di corpi eroici di Michelangelo, o il mondo di tazze e bottiglie di Giorgio Morandi, il gesto rituale è sempre il medesimo.
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

Introduzione
Dopo tutte le riflessioni che abbiamo fatto, mi sono chiesta se il paesaggio sia una casa – una domanda che mi ha ronzato in testa per un po’. Ho visitato la minuscola stanza/atelier di Morandi e, semplicemente, sono rimasta ferma, in piedi, due ore, a guardare. Mi affascina il fatto che Morandi nella sua vita non abbia dipinto altro che il paesaggio fuori dalla sua finestra, e il paesaggio quotidiano sul proprio tavolo, fatto di bottiglie e oggetti comuni, persino brutti, ma erano i suoi oggetti e lui li amava. Dipingere lo stesso soggetto ogni giorno, infinite volte, tentando di far cadere tutti i diaframmi e di vederlo sempre come se fosse la prima volta, a me sembra una forma di amore (o di preghiera). Rimanere per quasi tutta la vita nello stesso luogo, nella stessa casa, faceva parte del rituale della pittura, che in fin dei conti per Morandi era un esercizio di presenza. Mio padre una volta mi raccontò la storia di un monaco che aveva pregato ogni giorno ai piedi di una montagna, finché non era rimasta la sagoma delle sue ginocchia impressa nel suolo. Ecco allora tutta la bellezza e la disperazione dell’arte, pensavo, guardando attraverso la parete di vetro quella stanza piccola e polverosa: creare un radicamento, qualcosa che resti nel tempo, mentre tutto il resto scompare.

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Contare il viaggio / da “Raccontare il paesaggio”, 2018

di Carla Isernia

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Carla Isernia è il settimo. In questo testo di Carla Isernia si può vedere come basti adottare una strategia minima – il contare – per ottenere subito un incremento della densità del paesaggio. Perché il contare, controintuitivamente, anziché ridurre le cose a numero ci porta a considerarle una per una, a collocarle in categorie più o meno logicamente o pretestuosamente omogenee. (E: non per niente tra “contare” e “raccontare” c’è una contiguità etimologica).
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

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Introduzione

Il proposito di raccontare il mio annoso pendolare tra Napoli e Caserta è nato ad Amelia l’ultimo giorno del laboratorio “Raccontare il paesaggio 2018”; un progetto fulminante e deciso, incurante dell’assenza lungo il percorso di fiumi, laghi e montagne. Al ritorno dal laboratorio non ho potuto più uscire di casa ogni mattina come avevo sempre fatto e vedere solo la fine della vasca della piscina che ti costringe al cambio di direzione.
Scrivere di questo viaggio ha richiesto presenza, sguardo e memoria fotografica. Ho cominciato con le osservazioni: a destra, a sinistra, sopra la testa, sotto i piedi, e poi ho iniziato a raccontare. Il solito viaggio è diventato una occasione di esplorazione che è poi diventata una abitudine. Ora guardo, i marciapiedi, le strade, i palazzi, la gente. Noto le presenze e le assenze. Vedo l’erba che cresce negli interstizi e gli alberi senza chioma. Noto i cambiamenti nelle vetrine e le macchine in doppia fila, le nuvole che mi trovo sulla testa e gli scoli dei balconi. A volte conto i passi, spesso perdo il conto distratta da un particolare mai notato prima.

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