Francis Ponge, Il pane, Le pain

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 30 / Un partito preso: le cose

di Giulio Mozzi

Un celebre testo di Francis Ponge, uno dei maggiori poeti francesi del Novecento:

Le pain

La surface du pain est merveilleuse d’abord à cause de cette impression quasi panoramique qu’elle donne: comme si l’on avait à sa disposition sous la main les Alpes, le Taurus ou la Cordillère des Andes.
Ainsi donc une masse amorphe en train d’éructer fut glissée pour nous dans le four stellaire, où durcissant elle s’est façonnée en vallées, crêtes, ondulations, crevasses… Et tous ces plans dès lors si nettement articulés, ces dalles minces où la lumière avec application couche ses feux, – sans un regard pour la mollesse ignoble sous-jacente.
Ce lâche et froid sous-sol que l’on nomme la mie a son tissu pareil à celui des éponges: feuilles ou fleurs y sont comme des sœurs siamoises soudées par tous les coudes à la fois. Lorsque le pain rassit ces fleurs fanent et se rétrécissent: elles se détachent alors les unes des autres, et la masse en devient friable…
Mais brisons-la: car le pain doit être dans notre bouche moins objet de respect que de consommation.

Ed ecco la traduzione:

Il pane

La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande.
Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe… E tutti quei piani subito così nettamente articolati, quelle lastre sottili dove la luce allunga con cura i suoi fuochi, – senza uno sguardo per l’ignobile mollezza sottostante.
Quel flaccido e freddo sottosuolo che chiamano mollica ha il tessuto simile a quello delle spugne: foglie o fiori vi stanno come sorelle siamesi saldate gomito a gomito tutte assieme. Quando il pane si rafferma i fiori appassiscono e si restringono: si staccano allora gli uni dagli altri, e la massa si fa friabile…
Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza.

[F. Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi, tr. Jacqueline Risset]

L’operazione di Francis Ponge è abbastanza semplice, a prima vista: si prende un oggetto (in questo caso: il pane), gli si applica un paragone (pane = pianeta Terra), e lo si descrive di conseguenza: come un panorama, o come un paesaggio, o come un territorio, o come uno spaccato geologico (o tutte le cose insieme). Abbondando in tecnicismi (si dice “massa amorfa”, in fisica, quella materia che non presenta quella disposizione periodica e ordinata di atomi, ioni o molecole che si riscontra nei cristalli) o comunque in parole che rimandano più all’ “altro oggetto” che a quello che si sta effettivamente descrivendo (es. “crevasse“, qui tradotto con “crepa”, che è in realtà “crepaccio”). E, naturalmente, con una quantità di giochi di parole (per dirne uno: Ponge è un po’ meno di éponge = spugna).

La traduzione, come tutte le traduzioni, non riesce a rendere tutto (es. “sœurs siamoises soudées par tous les coudes à la fois” sarebbe, più che “gomito a gomito”, “unite per tutti i gomiti insieme”: ossia forzosamente abbracciate, più che affiancate): e fa anche bene, a non voler rendere tutto, sia perché l’edizione in traduzione presenta il testo a fronte (ma in realtà il testo in lingua originale è piuttosto gomito a gomito col testo tradotto…), sia perché la traduzione letterale, la cui fedeltà è solo ingannevole, spesso risulta, più che brutta, di non immediata comprensione.

A qualcuno potrebbe venire in mente il gioco d’infanzia – uno di quei giochi da fare nel sedile posteriore, durante gli interminabili viaggi in automobile per vacanze o gite domenicali – nel quale un oggetto da indovinare si descrive col metodo: Se fosse…. Per esempio, io penso a un uomo buono. L’altro giocatore dice: “Cosa sarebbe, se fosse una cosa da mangiare?”. Risposta: “Un pezzo di pane”. Eccetera.

Un altro modo di procedere potrebbe essere quello di esplorare il dicibile attorno all’oggetto. Per esempio, il Dizionario dei modi di dire che si trova nel sito del Corriere della sera fornisce una quantità (suppongo non esaustiva) di modi di dire relativi al pane:

modi di dire relativi al pane

Clicca sul ritaglio per vedere tutta la voce relativa al pane

E di tutti questi modi di dire si potrebbe vedere quali sono forniti di sufficiente evocatività, o ambiguità, per essere messi in gioco nel paragone pane/pianeta Terra. A es. il modo di dire “a pane e acqua”, considerando che il nostro pianeta è vastamente ricoperto di acque,

La Terra vista dalla Luna

La Terra vista dalla Luna

potrebbe ben far venire in mente qualcosa.

Un procedimento diverso è quello usato da Nanni Balestrini nella sua poesia Basta cani. Qui una parola estranea, “cane”, è stata inserita in una quantità di modi di dire (es.: “Sei buono come il pane / Sei buono come il cane”):

Si tratta, se volete, di qualcosa di simile a ciò che abbiamo proposto nell’esercizio n. 25, Il potere della didascalia.

D’altra parte, ci si può fare una domanda: è possibile descrivere un luogo senza fare paragoni, senza parlare (anche) d’altro, senza usare metafore? Pensate al puro e semplice fatto che già le determinazioni di posizione rispetto al nostro corpo (alto/basso, destra/sinistra, davanti/dietro) non sono “pure”, non indicano semplicemente la posizione di qualcosa rispetto a noi, ma includono già dei giudizi di valore: il Risorto (e già: domani è Pasqua: auguri!) siederà alla destra del Padre, e non si dice chi siederà alla sua sinistra; la qualità del pane può essere alta o bassa, ed è noto a tutti che ciò che sta dietro di noi (magari in una notte oscura, in un quartiere desolato, o in un bosco fitto…) è generalmente più inquietante di ciò che sta davanti a noi (e: ci sono gli scolari che restano indietro, e quelli che vanno avanti, eccetera). (Per approfondire).

E dunque, un esercizio sul paesaggio. Questo è il Sassolungo (Sasslòng), che domina la Val Gardena:

Sassolungo

Sassolungo

Leggete questa leggenda, e poi provate a descriverlo senza citarla mai.

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