Pillole di paesaggio/6 – Generalizzazione e genericità

Pillole di paesaggio/6 – Generalizzazione e genericità

di Fiammetta Palpati

[Pillole di paesaggio è la nuova rubrica che raccoglie brevi testi, introduttivi al ragionamento e alla pratica del paesaggio nella narrazione e imperniati su una coppia di termini – talvolta delle vere e proprie antinomie, più spesso accostamenti frutto di nostre scelte, o del senso comune. Lo scarto tra «generalizzazione» e «genericità» è la questione che affrontiamo in questo articolo. fp]

Di quanti alberi conoscete il nome?

A occhio e croce, mediamente, ne riconosciamo una quindicina, in cui rientrano senz’altro il pino (anche se qualcuno lo confonde con l’abete) l’olivo, la quercia. Non a caso gli ultimi due sono abbastanza noti da essere stati scelti come simboli di schieramenti politici. Già se dicessimo ontano, il numero di coloro capaci di rappresentarsi la forma della foglia, il portamento dei rami, i frutti maturi e i frutti acerbi di un ontano, diminuirebbe spaventosamente. Se scrivessimo salice è assai probabile che molti lettori penserebbero ai leggerissimi rami penduli del salice piangente, e non a quelli altrettanto sottili, ma eretti e svettanti del salice viminale (sì, quelli con cui si fanno i cesti di vimini).

Questo discorso riguarda gli alberi, ma vale lo stesso per la numerosa – e potenzialmente infinita – varietà di oggetti ed esperienze. L’«albero» in natura non esiste. Come non esistono i «cani», le «maglie», i «libri», le «persone»: esiste Diana, il mio Amstaff, esistono Xina e Biorn, i due lupi cecoslovacchi dei miei vicini di casa; esistono le girocollo e le t-shirt, esistono la «Divina commedia» illustrata dal Doré e «I promessi sposi» col commento di Giovanni Getto, esistono Mario Draghi e Samantha Cristoforetti. I concetti generali ci servono per orientarci nella meravigliosa e spaventosa varietà degli oggetti esistenti; senza di loro dovremmo, di fronte a qualunque oggetto, non riuscendo nemmeno a incasellarlo in uno schema generale, cominciare col domandarci «E questo cos’è?».

Tuttavia, nel momento in cui cerchiamo qualcosa di più di una comunicazione funzionale – nel momento in cui vogliamo, per esempio, fare della letteratura – allora scegliamo le parole con attenzione. Non attiviamo soltanto il nostro vocabolario, ma soprattutto la nostra capacità di distinguere, ridurre, cogliere analogie e differenze, alla fin fine di vedere ciò che di unico quel determinato oggetto o quella determinata esperienza rappresentano.

Il passo dalla generalizzazione (o astrazione) alla genericità – cioè alla superficialità, alla mancanza di precisione, alla sciatteria lessicale – è breve. Per generalizzare occorre saper guardare attentamente, consapevolmente; occorre saper contemplare la varietà – la varietà della varietà della varietà delle querce, degli ontani, dei sorbi – per poter decidere se tenerla, o tornare a scrivere “albero”, lasciando che il lettore riempia con il proprio immaginario il termine generale.

Il nostro prossimo laboratorio, il «Romanzo del paesaggio: Sublime contemporaneo», comincia a febbraio 2022. Il programma completo è qui e le iscrizioni sono aperte.

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