Archivio dell'autore: fiammettapalpati

Bagnanti alla Caserma Piave

di Fiammetta Palpati

Una delle donne si tirò in piedi e disse che, a quel punto, per lei, era il momento di cercare un bagno. Istantaneamente, anche altre si scossero e l’erba secca di luglio svolazzò dagli abiti e dai capelli. Raccattarono da terra le loro cose e s’avviarono, ciascuna con il proprio cartone della pizza ripiegato, in fila rumorosa per la ghiaia e la lieve ebbrezza alcolica verso l’uscita dei giardini pubblici, aperti fino al completo calare del sole.
Sparsi sulla radura erbosa rimasero le giovani, e i maschi – con le vesciche notoriamente più resistenti: chi sul fianco, chi aggrappato alle proprie ginocchia; in piedi, con le mani in tasca, o seduto sui talloni – braccio teso per la sigaretta fumante, e l’altro tra le cosce, intrecciato al guinzaglio lasco. Il cane è di tre quarti – lucido, nero, e lo sguardo fuori campo di una ceramica da ingresso a grandezza naturale. L’esaltazione per la scampagnata serale, in barba ai circuiti turistici della città li abbandonava, lasciandoli scomposti – per il caldo e la digestione del cibo da asporto. L’insieme còlto nel momento dell’abulia; nell’istante di inerzia in cui tenta di mantenere – o non perdere del tutto – la coesione precedente e prima di averne trovato una nuova.

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La vecchia fiera di Roma

di Carmen Verde
[Di cosa sono fatti i paesaggi che pretendiamo di raccontare? Di picchi e di valli, certo; di deserti e cascate; amene colline e stridenti ruote panoramiche. Ma quanto, anche, di quei luoghi dell’abbandono che esercitano il fascino un po’ morboso dell’esplorazione? Della violazione? Ogni violazione è anche, inevitabilmente, una ricerca di memoria e di identità. Un nuovo essere, se non altro nelle parole di chi ne accarezza l’immaginazione. Questo mi è sembrato un po’ lo spirito che attraversa il testo che segue. Un racconto che Carmen Verde, l’autrice, stese durante un seminario condotto da Demetrio Paolin, e che avrebbe voluto riprendere e magari espandere durante lo scorso laboratorio di Raccontare il paesaggio. Poi qualcosa le impedì di partecipare – succede. A noi il racconto piace così e volentieri ve lo proponiamo. Quando lo lessi mi venne in mente Alberto Savinio. Dapprincipio i racconti di Casa la vita. E poi le sue immagini. In copertina, di Savinio, L’Ile des charmes. fp].

La vecchia fiera di Roma vive prigioniera in un’enorme scatola arrugginita, un parallelepipedo tutto cemento e ferro e amianto, proprio di fronte a casa mia. Nessuno l’ha vista mai. Nel quartiere dicono che viene fuori di notte. (Ma se è prigioniera, dico. No, non è prigioniera, dicono, dall’interno la porta si apre. E io, allora, un po’ ho paura).
Lo straordinario è sentirla. Un rumore di ferrivecchi, come di armi arrugginite (riuscite a immaginarlo?). Certe volte, invece, è un suono colloso come vernice, somiglia a un dolore che si scioglie: ma lungo interi anni. Altre ancora sembra una voce, cupa, di apocalisse. Da cosa venga non si sa. Potrebbe essere un uccello: un uccellaccio spennato dalle zampe lunghe, che se ne sta tutto il tempo a dormire con la testa nascosta sotto un’ala e poi, quando si sveglia, dà una craniata al soffitto e si immalinconisce; un lucertolone che urta con la coda contro il muro e scoppia a piangere come un bambino; uno scarafaggio steso a pancia sopra, che non riesce a rimettersi sulle zampe e, così rivoltato, leva il suo lamento. Tutto, potrebbe essere. Ma l’unica cosa che si vede è quest’armatura di cemento bianca e rossa: enorme, buttata di profilo lungo la Cristoforo Colombo. E questo muro, lungo, e sporco e screpolato, come la crosta di una ferita, coperto di scritte e disegni, che per vederli tutti insieme devi guardarli da lontano: da così lontano che alla fine non vedi niente. Dicono che uno di quei disegni sia proprio la vecchia fiera di Roma. Ma quale? Il dragone cinese con i denti all’insù e gli occhi cerchiati di rosso? Il serpente arrotolato? La mandorla gigante a forma d’occhio? E quello che l’ha dipinta, poi, quando l’avrebbe vista la fiera?
Per tanto tempo me la sono immaginata come un cane.
Non un cane-cane: un cane-belva. Forse la facevo troppo semplice, ma era la mia prima esperienza con le cose che non si vedono. Ora, di notte, passo per via dei Georgofili, la via che di lato la costeggia: passo, e notturnamente sto. Certo bisogna sapere aspettare, perderci un sacco di tempo, ma a me va bene: non ho mai badato a quanto tempo ci vuole per le cose. È come con Dio: se tu ci credi, allora aspetti. Altro discorso è se non ci credi. Perché se non ci credi, che ci vieni a fare qui, sulla Colombo, al civico 348, a stare in piedi tutta la notte, a provare a guardare dritto in faccia la vecchia fiera di Roma? Che ci vieni a fare, se non ci credi? Se non ci credi, allora è solo il grande brodo della notte.
A volte, dopo qualche ora che aspetto, mi sembra di scorgerne il ceffo scuro dietro il cancello, poi la perdo di vista. Quando c’è la luna piena, sto molto attento, perché se io posso vedere lei, lei può vedere me, e allora chi lo sa come potrebbe finire. Quando sarà, sarà una cosa epica, penso. Lei passerà, e io mi farò da parte, per lasciarla passare. Ci sarò solo io in mezzo alla strada, perché sarà così notte che non si vedrà neanche una macchina sulla Colombo: e non avrò paura.
Da quando mi ci sono messo d’impegno, mi pare di saper guardare meglio. Certe notti la vediamo, io e Giovanni, che da qualche mese mi accompagna: accucciata sotto il cielo come un cagnolone, ma poi si alza e diventa una Gorgone. “La vedi?” dico allora a Giovanni. “Laggiù, eccola. Ora vado e la prendo: o è mia o è di nessuno”. E mentre mi allontano, lo sento pregare. Non è questione di pregare, Giovanni, gli vorrei dire. È questione di sapere dove mettere le mani, in tutto questo buio. Io non prego, ma se devo pregare il Signore, gli dico: dammi qualche soldo, Signore, qualche soldo e la vecchia fiera di Roma.
Eccola. Si scrolla il fango dal pelo, la vedo riflessa sull’asfalto. Poi corre ad arrampicarsi su un pino della Cristoforo Colombo.
Chi ci crede, lo sa che è così. Chi non ci crede, fatti suoi. Per chi non ci crede, è solo quello che sembra: un’armatura di cemento bianca e rossa, vuota, enorme, buttata di traverso sulla Cristoforo Colombo.

Testo con paesaggio / Settimo esempio: il taccuino di viaggio

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, ed entriamo ufficialmente nella letteratura, con un taccuino di viaggio. fp].

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«Quando io cammino, cammina un bisonte. Quando mi fermo, si riposa una montagna. (…) fuori dal freddo le prime mucche; mi commuove. Intorno al letame, che fuma, una gettata di cemento e due bambine che vanno sugli schettini. Un gatto nero nero. Due italiani che spingono insieme una ruota.
Questo odore acuto dei campi! Corvi che volano verso oriente e dietro di loro il sole ormai basso. Campi grevi e umidi, boschi, diversa gente a piedi. A un cane lupo si vede il fiato davanti la bocca. Per Alling cinque chilometri. Per la prima volta paura delle automobili. Su quel campo hanno bruciato giornali illustrati. Suoni, come di campane dai campanili. Nebbia che scende, una foschia. Mi blocco tra i campi. Giovani contadini in moto passano con strepito e si allontanano. (…) Un guanto intriso di pioggia nel campo, e nei solchi dei trattori è rimasta l’acqua fredda. Gli adolescenti sulla moto vanno all’unisono alla morte. Mi vengono in mente le rape non raccolte, ma per dio, giuro, qui intorno non ci sono rape non raccolte. (…) C’è un bosco nero e fermo. (…) Placide figure con cani lungo il bosco. (…) Il prugnolo mi balza davanti, intendo come parola: la parola prugnolo. E invece c’è un cerchione di bicicletta, ma senza gomma, e tutto dipinto a cuori rossi. (…) Mi passa accanto un albergo, albergo al bosco, grande come una caserma. E c’è un cane, un mostro, un vitello. (…) Un campo di mais, non raccolto, d’inverno, cinereo che crepita, eppure non c’è vento. C’è un campo e si chiama morte. (…) Arriva una bicicletta e a ogni giro completo il pedale urta contro il carter. I guard rail mi accompagnano e sopra di me corre l’elettricità. Questa collina però non è proprio invitante. Quasi sotto di me c’è un paese nella propria luce. (…) Fuori Alling un pantano, suppongo capanne di torba. In una siepe snido dei merli, una schiera spaventata, che vola via nell’oscurità. La curiosità mi conduce al posto giusto, una villa da fine settimana, giardino chiuso, ponticello sul laghetto; casa sigillata. Io seguo la via diretta … prima si fa saltare una persiana, poi s’infrange un vetro, ed eccoti dentro. (…) sul tavolo una tovaglia con un motivo moderno dei primi anni cinquanta. Sulla tovaglia delle parole incrociate, fatte per un decimo al massimo, con fatica, e gli scarabocchi sui margini rivelano che si era alla fine delle risorse. Si è risolto copricapo: cappello. Spumante: champagne. Parlare a distanza: telefono. Io risolvo il resto e lascio tutto sul tavolo come ricordo. (…) Dopo ancora per un poco mi occupa la mente una donna che andava per la strada del paese, nel buio notturno, con una brocca di latte in mano.»
W. Herzog, Sentieri nel ghiaccio, Guanda, Parma, 1980, pp. 11-16. (Wien, 1978)

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Testo con paesaggio / Sesto esempio: la storia

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, con un altro esempio di saggistica – storica, questa volta; una bella monografia dedicata al paesaggio agrario italiano. fp].

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«Abbiamo già rilevato … come in una data società, l’interesse ed il gusto per il paesaggio pittorico sorgano e decadano, più spesso, in stretta associazione con l’interesse ed il gusto che quella società stessa manifesta per le forme, più o meno definite, che essa imprime nel paesaggio naturale, nel corso ed ai fini delle sue attività agricole. (…) Nell’Italia barbarica – ma particolarmente nell’Italia bizantina, ove un più esperto formalismo sociale e culturale gli dà tutto il suo rilievo – questo nesso fra paesaggio reale e paesaggio pittorico si manifesta con particolare evidenza. Per quanto riguarda i contenuti, intanto: alla degradazione del paesaggio agrario, ed al netto prevalere delle attività agricole dell’allevamento su quelle agricole, risponde appieno l’importanza quasi esclusiva che il paesaggio pastorale assume nell’arte bizantina. Ma più notevole ancora, è il modo in cui questo nesso si manifesta quanto alle forme del paesaggio pittorico. Così come, nel paesaggio reale, si vien cancellando il regolare reticolo delle vie vicinali e dei confini, si vien disgregando l’unità di forma di un paesaggio agrario organizzato e ben delimitato; così nel paesaggio pittorico, l’unità della composizione si disgrega, non trova più in se stessa il suo limite, si dissolve e si dispiega nella ripetizione dei suoi elementi costitutivi: che, da motivi paesaggistici, si tramutano – perduto ogni diretto riferimento reale – addirittura in motivi decorativi e ornamentali. Nello splendido mosaico dell’abside di S. Apollinare in Classe, a Ravenna … un artista del VI sec. ci mostra come questi processi di disgregazione del paesaggio agrario e del paesaggio pittorico si accompagnino nella società bizantina, con un rigore ed una perfezione formale. Che si ritrova nella stilizzazione di queste immagini di rocce, di piante e d’animali, come nelle figure dei logici e dei retori, come nelle formule giuridiche e negli ordinamenti sociali di questa età (…) che son quelli di una società urbana ed agricola degradata a società pastorale, disgregata e al tempo stesso cristallizzata in ordinamenti che ne mortificano ogni slancio.»
E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari, 2017, pp. 75-77 (1^ ed. 1961).

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Testo con paesaggio / Quinto esempio: l’intervento accademico

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, con un intervento accademico, un testo di filosofia. fp].

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«La persistenza del paradigma estetico visibilistico è stata riscontrabile per lungo tempo nelle disposizioni legislative in materia di protezione del paesaggio, e la si può riconoscere, coerentemente, nelle teorie che identificano il paesaggio con l’identità estetica di un territorio. Esso, rispecchiando appieno l’ambiguità soggettivistica, è impotente (o comunque molto debole) di fronte all’obiezione di difendere una concezione passatista di bellezza (connessa a stili di abitare e di uso del territorio fatalmente obsoleti) a discapito delle logiche effettive di uso dei territori. In positivo, esso non può che condurre alla fissazione dell’immagine estetica dei luoghi, con effetti che vanno dalla imbalsamazione museale a scopo di tutela, all’utilizzazione del valore di icona di un paesaggio a fini commerciali, produttivi e turistici, fino alla rappresentazione di identità e tradizionalità inesistenti (dal fienile walser restaurato filologicamente per essere usato come casa di vacanza di prestigio, fino all’estremo, rivelatore, delle ricostruzioni dei mondi passati nelle Disneyworld o a Las Vegas e persino negli ecomusei come Ballenberg). È come se si conservasse la facciata di un edificio il cui interno è stato sventrato o distrutto.

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Testo con paesaggio / Quarto esempio: l’atto amministrativo

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, con un atto amministrativo. fp].

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«Il PA (piano attuativo, NdA) prevede in particolare la realizzazione di un edificio a destinazione commerciale Punto Vendita Eurospin ubicato tra la strada Regionale 205 Amerina (…) Attualmente sul terreno, insiste un edificio industriale dismesso, ex officine meccaniche Cerasi e come dichiarato nel Rapporto Preliminare Ambientale con il PA il proponente intende restituire dignità e decoro alla zona, demolendo l’edificio fatiscente per realizzarne uno nuovo di uso commerciale e architettonicamente in armonia con i complessi residenziali e commerciali posti nelle immediate vicinanze. Aspetti territoriali e relativi ai paesaggi archeologici. L’intervento si configura come il recupero di un area produttiva dismessa, la cui attività sembrerebbe attualmente disorganica rispetto alle destinazioni d’uso presenti nell’ambito urbano interessato; al contrario l’insediamento di un attività commerciale appare in consonanza con gli usi dell’ambito stesso. Per quanto sopra e considerando anche la conformità de PA con il vigente PRG, si ritiene che le previsioni dello strumento urbanistico in argomento non producano effetti negativi significativi nel contesto strategico-ambientale, relativamente agli aspetti territoriali e dei paesaggi archeologici. Aspetti paesaggistici. Pur apprezzando l’operazione di demolizione della realtà industriale attualmente esistente e in disuso, che costituisce oggi un forte detrattore paesaggistico per la zona, si evidenzia che nel Rapporto Preliminare Ambientale il progetto è solo sommariamente descritto (…) la documentazione fotografica allegata è stata effettuata da punti di vista individuati a ridosso dell’area di intervento e non permette la comprensione della visibilità dell’area di intervento dai punti panoramici presenti nel centro storico di Amelia (…) constatata l’alta qualità paesaggistica del contesto storico tutelato posto immediatamente a ridosso dell’area di intervento (…) si chiede che il Rapporto Preliminare Ambientale venga integrato con i seguenti elaborati…»
(Determinazione dirigenziale n. 8616 del 15/09/2016 della Giunta Regionale dell’Umbria. Corsivi miei.)

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Il mondo sta scomparendo / da “Raccontare il paesaggio”, 2018

di Adriana Ferrarini

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo è il secondo.
Adriana Ferrarini, che è autrice anche della fotografia in copertina, scrive una serie di brani in cui un io si sposta, si re-incontra, costruisce o ricostruisce le proprie mappe interiori fatte, tra l’altro, di luoghi, persone, letture; la propria vita come un paesaggio (a dimostrazione di quanto esso sia nello spazio, ma – e forse soprattutto – nel tempo).
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 20 luglio, è qui. gm].

Leggi i testi già pubblicati

Introduzione

I luoghi che interrogo e racconto sono quelli attraversati dalla mia storia, quelli che le hanno dato forma. L’obiettivo mette a fuoco un’istantanea in cui differenti fasi della vita mi appaiono come in una carta in rilievo. Depressioni, alture, canyon, vaste pianure. Aspirazioni, paure, amori. Sì, soprattutto pianure. L’Emilia e il Veneto, il Po e l’Adige. Le Dolomiti e l’Adriatico. La villetta con il giardino prigione, le gite al mare con la famiglia, gli anni di piombo, i luoghi delle letture selvagge. I figli. Molto molto altro.
Non so ancora che tipo di cartografia ne verrà fuori. In che direzione è orientata la mappa. So che ogni ricognizione nei territori della mia vita mi mette davanti a uno spaccato stratigrafico che connette il mio viaggio a quello di chi mi ha preceduto e lo mappa all’interno di una “Songline”, così mi piace chiamarla, cioè la linea tracciata, o il territorio disegnato, da chi “ha combattuto, viaggiato, compiuto cerimonie e infine entrato nella terra creando il mondo quale lo vedo” (David Turnbull, da Maps are territories. Science in an Atlas).
Invece di una catena montuosa, la catena del DNA si dispiega nei luoghi che ho attraversato, che sto attraversando.

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