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Storia di uno sguardo, 10 / La strada bianca

di Fiammetta Palpati

[Storia di uno sguardo è una rubrica che raccoglie una serie di lavori nei quali racconto molto soggettivamente – diciamo pure che interpreto – i luoghi di cui è fatta la distanza tra la città dove sono nata e vissuta – Roma – e quella dove vivo, e dalla quale ho cominciato a interrogarmi sul paesaggio: Amelia. Con questa seconda breve video narrazione – che a quegli scritti si richiama, e realizzata in collaborazione con Arianna Ulian, musicista e sound designer – accosto semplicemente parola, immagine, voce e suono nell’intento di invitare lo spettatore a seguirmi, e a guardare tutto con eguale disposizione d’animo: i campi come le cime dei monti, le cime come le ciminiere, i barattoli, i tubi, i campanacci. fp].

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Testo con paesaggio / Ottavo esempio: il racconto

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Con questo ottavo esempio siamo nella letteratura, e con la forma narrativa per eccellenza: il racconto. fp].

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«… l’ampia spianata di ghiaia biancheggiava alla luce di mezzogiorno, polverosa. Un lungo muretto diroccato segnava un vecchio confine. Antri scavati nel fianco della collina erano nascosti dai detriti. Nessun rumore proveniva dai loro interni, sebbene correnti sotterranee e flussi d’aria si muovessero in continuazione. Alcuni camini trapassavano tutta la roccia della collina e sbucavano più in alto, sul pianoro, in fessure del terreno sottili e disadorne. Da lì entrava l’aria che soffiava giù fino agli antri nascosti, limando dai primordi le pareti di roccia, sgretolandola a poco a poco, portando sabbie finissime in basso, mescolate alle acque sotterranee, ai sali spurgati dalle pareti lentamente.
Al fondo della spianata il terreno cominciava a rialzarsi. Dalla prima catena montuosa erano cadute sbriciolandosi, e cadevano continuamente, pietre che a loro volta producevano frane. Massi di varie dimensioni erano disseminati sul pendio e pareva che la ghiaia della spianata fosse una loro ulteriore, ma in ogni caso non definitiva, riduzione in frammenti (…) Era una pietraia arida su cui il suono anche di un solo ciottolo caduto da un rialzo poteva produrre con le sue vibrazioni altri smottamenti. L’aria che si muoveva compatta levigava e levigava quelle rocce infinitamente asportando veli impalpabili di materia dalla superficie dei minerali e quando un’ultima briciola saltava nel vento tutto l’equilibrio poteva cedere e persino lastre larghe e spesse che erano rimaste migliaia di anni nella stessa posizione cominciavano a pendere verso il basso. In alto la pietraia finiva con nettezza contro la massa montagnosa che saliva in verticale, nuda e ruvida. Da quella massa si era staccata tutta la pietraia pezzo per pezzo. Il fianco della pietraia sembrava sollevarsi dalla pietraia stessa, emergere slanciato in alto, e in parte questo era vero: l’erosione dei venti e delle piogge veniva contemporaneamente riequilibrata dal moto di sollevamento della catena montuosa. Tuttavia era invece la pietraia che enorme digradava lungo quei fianchi a essersene staccata come per scorticatura dall’alto in basso con la forza del peso.
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D’infinito silenzio. La casa di Giorgio Morandi

di Giulia Oglialoro

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Giulia Oglialoro è l’ottavo. Per Morandi, dice Giulia, “Dipingere era un gesto rituale, uno sforzo umano e artistico di attenzione”. E in realtà il descrivere è sempre un gesto rituale. Perché descrivere serve a costruire il mondo che ci circonda: che sia il mondo fatto di angeli ragazzini e Marie quasi bambine del Beato Angelico, o il mondo di corpi eroici di Michelangelo, o il mondo di tazze e bottiglie di Giorgio Morandi, il gesto rituale è sempre il medesimo.
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

Introduzione
Dopo tutte le riflessioni che abbiamo fatto, mi sono chiesta se il paesaggio sia una casa – una domanda che mi ha ronzato in testa per un po’. Ho visitato la minuscola stanza/atelier di Morandi e, semplicemente, sono rimasta ferma, in piedi, due ore, a guardare. Mi affascina il fatto che Morandi nella sua vita non abbia dipinto altro che il paesaggio fuori dalla sua finestra, e il paesaggio quotidiano sul proprio tavolo, fatto di bottiglie e oggetti comuni, persino brutti, ma erano i suoi oggetti e lui li amava. Dipingere lo stesso soggetto ogni giorno, infinite volte, tentando di far cadere tutti i diaframmi e di vederlo sempre come se fosse la prima volta, a me sembra una forma di amore (o di preghiera). Rimanere per quasi tutta la vita nello stesso luogo, nella stessa casa, faceva parte del rituale della pittura, che in fin dei conti per Morandi era un esercizio di presenza. Mio padre una volta mi raccontò la storia di un monaco che aveva pregato ogni giorno ai piedi di una montagna, finché non era rimasta la sagoma delle sue ginocchia impressa nel suolo. Ecco allora tutta la bellezza e la disperazione dell’arte, pensavo, guardando attraverso la parete di vetro quella stanza piccola e polverosa: creare un radicamento, qualcosa che resti nel tempo, mentre tutto il resto scompare.

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La vecchia fiera di Roma

di Carmen Verde
[Di cosa sono fatti i paesaggi che pretendiamo di raccontare? Di picchi e di valli, certo; di deserti e cascate; amene colline e stridenti ruote panoramiche. Ma quanto, anche, di quei luoghi dell’abbandono che esercitano il fascino un po’ morboso dell’esplorazione? Della violazione? Ogni violazione è anche, inevitabilmente, una ricerca di memoria e di identità. Un nuovo essere, se non altro nelle parole di chi ne accarezza l’immaginazione. Questo mi è sembrato un po’ lo spirito che attraversa il testo che segue. Un racconto che Carmen Verde, l’autrice, stese durante un seminario condotto da Demetrio Paolin, e che avrebbe voluto riprendere e magari espandere durante lo scorso laboratorio di Raccontare il paesaggio. Poi qualcosa le impedì di partecipare – succede. A noi il racconto piace così e volentieri ve lo proponiamo. Quando lo lessi mi venne in mente Alberto Savinio. Dapprincipio i racconti di Casa la vita. E poi le sue immagini. In copertina, di Savinio, L’Ile des charmes. fp].

La vecchia fiera di Roma vive prigioniera in un’enorme scatola arrugginita, un parallelepipedo tutto cemento e ferro e amianto, proprio di fronte a casa mia. Nessuno l’ha vista mai. Nel quartiere dicono che viene fuori di notte. (Ma se è prigioniera, dico. No, non è prigioniera, dicono, dall’interno la porta si apre. E io, allora, un po’ ho paura).
Lo straordinario è sentirla. Un rumore di ferrivecchi, come di armi arrugginite (riuscite a immaginarlo?). Certe volte, invece, è un suono colloso come vernice, somiglia a un dolore che si scioglie: ma lungo interi anni. Altre ancora sembra una voce, cupa, di apocalisse. Da cosa venga non si sa. Potrebbe essere un uccello: un uccellaccio spennato dalle zampe lunghe, che se ne sta tutto il tempo a dormire con la testa nascosta sotto un’ala e poi, quando si sveglia, dà una craniata al soffitto e si immalinconisce; un lucertolone che urta con la coda contro il muro e scoppia a piangere come un bambino; uno scarafaggio steso a pancia sopra, che non riesce a rimettersi sulle zampe e, così rivoltato, leva il suo lamento. Tutto, potrebbe essere. Ma l’unica cosa che si vede è quest’armatura di cemento bianca e rossa: enorme, buttata di profilo lungo la Cristoforo Colombo. E questo muro, lungo, e sporco e screpolato, come la crosta di una ferita, coperto di scritte e disegni, che per vederli tutti insieme devi guardarli da lontano: da così lontano che alla fine non vedi niente. Dicono che uno di quei disegni sia proprio la vecchia fiera di Roma. Ma quale? Il dragone cinese con i denti all’insù e gli occhi cerchiati di rosso? Il serpente arrotolato? La mandorla gigante a forma d’occhio? E quello che l’ha dipinta, poi, quando l’avrebbe vista la fiera?
Per tanto tempo me la sono immaginata come un cane.
Non un cane-cane: un cane-belva. Forse la facevo troppo semplice, ma era la mia prima esperienza con le cose che non si vedono. Ora, di notte, passo per via dei Georgofili, la via che di lato la costeggia: passo, e notturnamente sto. Certo bisogna sapere aspettare, perderci un sacco di tempo, ma a me va bene: non ho mai badato a quanto tempo ci vuole per le cose. È come con Dio: se tu ci credi, allora aspetti. Altro discorso è se non ci credi. Perché se non ci credi, che ci vieni a fare qui, sulla Colombo, al civico 348, a stare in piedi tutta la notte, a provare a guardare dritto in faccia la vecchia fiera di Roma? Che ci vieni a fare, se non ci credi? Se non ci credi, allora è solo il grande brodo della notte.
A volte, dopo qualche ora che aspetto, mi sembra di scorgerne il ceffo scuro dietro il cancello, poi la perdo di vista. Quando c’è la luna piena, sto molto attento, perché se io posso vedere lei, lei può vedere me, e allora chi lo sa come potrebbe finire. Quando sarà, sarà una cosa epica, penso. Lei passerà, e io mi farò da parte, per lasciarla passare. Ci sarò solo io in mezzo alla strada, perché sarà così notte che non si vedrà neanche una macchina sulla Colombo: e non avrò paura.
Da quando mi ci sono messo d’impegno, mi pare di saper guardare meglio. Certe notti la vediamo, io e Giovanni, che da qualche mese mi accompagna: accucciata sotto il cielo come un cagnolone, ma poi si alza e diventa una Gorgone. “La vedi?” dico allora a Giovanni. “Laggiù, eccola. Ora vado e la prendo: o è mia o è di nessuno”. E mentre mi allontano, lo sento pregare. Non è questione di pregare, Giovanni, gli vorrei dire. È questione di sapere dove mettere le mani, in tutto questo buio. Io non prego, ma se devo pregare il Signore, gli dico: dammi qualche soldo, Signore, qualche soldo e la vecchia fiera di Roma.
Eccola. Si scrolla il fango dal pelo, la vedo riflessa sull’asfalto. Poi corre ad arrampicarsi su un pino della Cristoforo Colombo.
Chi ci crede, lo sa che è così. Chi non ci crede, fatti suoi. Per chi non ci crede, è solo quello che sembra: un’armatura di cemento bianca e rossa, vuota, enorme, buttata di traverso sulla Cristoforo Colombo.

Asinara

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Giorgio Falco, che sarà ospite docente nel nostro prossimo laboratorio residenziale di scrittura, è apparso oggi sulla rivista letteraria on line Le parole le cose. Lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

[È uscito da poco il libro fotografico Asinara, di Marco Delogu (Punctum), Una selezione del lavoro di Delogu è in mostra fino al 31 maggio presso il Warburg Institute di Londra e fino al 1 luglio 2018 presso il Palazzo Fabroni, Museo del Novecento e del Contemporaneo, di Pistoia. Pubblichiamo alcune foto, lo scritto di Edoardo Albinati che fa parte del volume e un’intervista di Giorgio Falco a Marco Delogu. I titoli sono redazionali (LPLC)]

L’esperimento

di Edoardo Albinati

Basta uno stretto braccio d’acqua, attraversato in pochi minuti di gommone, per piombare dal delirio vacanziero in un’oasi che, affascinante quanto le altre meraviglie della costa e dell’entroterra sardo, finisce per non avervi più nulla a che spartire, nulla di nulla, per la semplice ragione che è silenziosa, deserta, distante anche mentre ci metti i piedi sopra, persino in pieno luglio – dunque non più solamente bella, ma, letteralmente, sublime. La differenza tra il bello e il sublime va studiata nei manuali di filosofia e di estetica, però andando all’Asinara la si sperimenta allo stato puro. Ecco, la parola “esperimento” risulta particolarmente adeguata a questo luogo estremo, e chi visita l’isola ha la sensazione di entrare a farne parte. Di venire cioè sottoposto alla tensione del luogo onde misurare l’intensità delle sue reazioni: alla bellezza selvaggia, al vento, al volume di dolore umano irradiato negli anni, ai profumi, alla luce netta, alla potenza della nominazione di famosi banditi e leggendari giudici che qui hanno soggiornato. Alla sparsa popolazione di asinelli bianchi e grigi, dal malinconico sguardo bistrato. Di tutti gli esperimenti che vi sono stati condotti nel corso del tempo restano tracce imponenti o scheletriche. L’Asinara è stata quasi tutto l’immaginabile della derelizione umana: carcere e supercarcere, campo di prigionia, colonia penale e colonia agricola, quarantena. E ora è un parco naturale esemplare. In tutta Italia, forse solo l’ergastolo in cima all’isola di Santo Stefano sprigiona un magnetismo equivalente. Ma l’Asinara vi aggiunge la sua varietà, la movimentazione, le aperture improvvise di visuale, la presenza enigmatica delle bestie. Santo Stefano è un Escorial regale e vuoto, il teatro San Carlo volato sopra uno sperone di roccia; l’Asinara è un’intera Provenza disseminata di ruderi, montagne, radure, valli fiorite, baie e scogliere, porticcioli, fortini e casematte e animali selvatici.

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Ascoltare i luoghi

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Emiliano Battistini è apparso a luglio del 2017 sulla rivista culturale on line Doppiozero; lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

Salutiamo con entusiasmo la recente pubblicazione del libro Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca post-digitale, edito da Meltemi, del ricercatore e curatore indipendente Leandro Pisano: tale pubblicazione porta finalmente in Italia il dibattito sul suono inteso come strumento di conoscenza, che sta avvenendo già da alcuni anni a livello internazionale. Attraverso il resoconto critico di una serie di artisti sonori riconosciuti, il lavoro di Pisano ci parla della possibilità di indagare gli spazi abbandonati e le zone rurali attraverso la pratica dell’ascolto.

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