Archivi categoria: Senza categoria

Un Pa(v)ese ci vuole?

di Daniela Campagna

[In questo racconto almeno tre luoghi, e diverse immagini: viste e distorte, completate o del tutto ricostruite nella memoria, inchiodate alla documentazione dalle cartoline, dalle fotografie, dai racconti, dagli album di famiglia, attraversate dalle parole di un testo di Pavese che suonano lapidarie come un epitaffio. L’autrice, Daniela Campagna, allieva e parte del laboratorio di Raccontare il paesaggio dalla sua prima edizione, ci apre una finestra sulla sua geografia intima e sul viaggio che, partito da uno specchio in cui riflettersi, transita nelle radici fluttuanti del mare delle Egadi, e approda oggi, qui, in una foresta delle Dolomiti Lucane, in un matrimonio tra alberi sradicati. f.p.]

Le cartoline sono rettangolari, tradizionale formato 15 x 10, per la maggior parte composte di tre o quattro riquadri. Le ho trovate per caso, in questa domenica di novembre, nella libreria di mio padre. Il Santo ricorre spesso, occhi profondi dentro zigomi sporgenti, naso diritto, labbra socchiuse, una barba castano caldo. Il suo viso è sospeso, reso fragile dalla mitra argentata e dai pesanti paramenti. Lo sguardo come incredulo, appeso a una qualche rivelazione. La mano destra che benedice, un grosso volume e il pastorale nella sinistra, un cuore con la fiamma. Mi colpisce il suo viso scavato, imprigionato negli abiti barocchi, pesanti, il suo corpo che non vedo  ma che immagino portare con fatica il peso di quelle vesti da santo: mi domando se gli fluttueranno sulle ginocchia, se sotto la tunica bianca spunteranno caviglie incerte o calzature di porpora.

Io non ho mai visto San Cipriano, vescovo e martire, patrono di Oliveto Lucano, in Basilicata. E sono stata a Oliveto Lucano una sola volta, più o meno dieci anni fa.

Al primo sguardo tra le curve me lo ricordo apparire esattamente com’è in uno dei riquadri delle cartoline: case di pietra che coprono la sommità dell’altura, sormontate dalla Chiesa Madre, e dalla punta acuminata del campanile. San Cipriano riposa lì dentro, insieme a San Rocco, raffigurato in un altro riquadro delle cartoline e con la stessa espressione sorpresa, ma una barba di castano più caldo e indumenti appena più semplici, a onorare la tradizione del pellegrino. Entrambi, i due santi, se ne vanno a spasso una volta l’anno, quando Oliveto celebra il suo Maggio, d’agosto.

Non ho mai assistito alla festa del Maggio di Oliveto Lucano.

Mi portarono invece a vedere quello di Accettura, nella domenica di Pentecoste. Nel cuore della Lucania sono ancora molto vivi gli antichi riti pagani poi intrecciatisi alle feste cattoliche dei santi protettori.

«Come fanno due alberi a sposarsi?» avevo chiesto incantata, mentre seguivamo il corteo nuziale della sposa – una frondosa cima di agrifoglio issata su un grosso carro trainato da buoi che andava verso il suo maggio: andava a innestarsi nell’albero maggiore, il cerro più alto e più dritto della foresta di Gallipoli Cognato.

Sono stata a Oliveto Lucano una volta sola, più o meno dieci anni fa.

Un paese che ha gli ulivi nel nome non può che esser gentile, mi dicevo. E così mi appariva dalla parte del nostro ingresso, privo della presa d’artiglio di quei paesi d’Appennino che sembrano strappare alla roccia la loro stessa esistenza. Da lì, la macchia di case chiare nel verde sembrava inerpicarsi lenta, nascondendo l’altro versante, più ostile, appeso al suo sperone di roccia. Una delle prime case era quella di nonna Isabella, così mi dicevano, ma ormai non apparteneva più alla nostra famiglia. Nonna Isabella è la mia bisnonna, la conservo in una foto in bianco e nero: una donna molto vecchia e molto magra ritratta accanto a quel ragazzo che era mio padre. La palazzina sovrastava quelle vicine, ma forse si trattava allora di un fatto di prospettiva, oppure è oggi una distorsione della memoria. Due piani di intonaco chiaro, il primo tagliato per intero da un ballatoio lungo e stretto, recintato da una ringhiera in metallo e chiuso sulla destra da un balcone bianco in muratura. Al secondo piano balconcini con ringhiere sottili e due finestre, una rettangolare più grande, una quadrata piccola piccola. Una storia di giustapposizioni indossate con stravagante eleganza, una metamorfosi sempre in atto, la stessa che avrei ritrovato passeggiando più tardi lungo le vie del paese.

Poi ricordo ulivi, tanti, con la mite saggezza dei loro tronchi contorti. E una piazzetta, che mentre scendeva la sera si riempiva di occhi che sapevano chi ero, mentre io ignoravo per quali rami dei nostri alberi fossimo parenti.

Nella luce giallognola del lampione ricordo la piccola insegna Bar Italia, bianca e blu, sopra la tenda antimosche con le strisce sbiadite, il cartello dei gelati confezionati, il tavolo rivestito di una tovaglia bianca con l’addobbo floreale e, di fronte, le sedie di plastica per il pubblico. Era agosto ed erano proprio i giorni del Maggio. Tra le celebrazioni di quell’anno era stato inserito un ricordo di mio nonno Pietro, e un invito a partecipare. Mio padre ce ne aveva parlato con pudore, quasi con imbarazzo. Io invece ne ero stata entusiasta e avevo organizzato tutte le mie vacanze estive attorno al desiderio di essere lì quella sera, a portare i miei occhi in quel luogo di cui avevo solo sentito parole: una noce ancora da sgusciare.

Seduto dietro a quel tavolo addobbato, vicino al gazebo col rinfresco di formaggi e olive, salame e vino, sotto le luminarie per la festa, mio padre raccontò del proprio padre davanti a tanta gente: lui così taciturno, così riservato. Ascoltai di una gita di settembre e del sapore dei fichi che Pietro coglieva e gli dava da assaggiare: uno dei suoi ultimi ricordi di bambino, prima che la vita lo rendesse orfano. Così compresi perché da sempre io adoro il sapore dei fichi, e forse anche perché mio padre non tornasse a Oliveto da così tanti anni. Un luogo dove da qualche parte tra gli archi di pietra e i portoni di legno c’è una via che conserva il nome di quel nonno che non ho mai conosciuto.

Di quella sera ricordo che me ne andai canticchiando: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Per tutti quegli anni Oliveto aveva di certo aspettato mio padre.

Abbiamo abitato tante città, io e la mia famiglia di bambina. E altre ne ho aggiunte nella mia vita di donna. Eppure, talvolta, mi sembra di girare sempre attorno a uno stesso luogo che non c’è. Dovunque abiterei, da nessuna parte abiterò.

Da sempre mi attraggono le radici degli alberi, specialmente quando le vedo bucare il catrame di città. Quei rami nascosti che sollevano l’asfalto, rivelando più che la loro profondità la loro capacità di allungarsi in punta di dita. Come le vene in alcune braccia, quando traspaiono appena rigonfie sotto la pelle, mostrando il sangue che le attraversa.

Radici e vene che svelano se stesse, a tratti, qua e là. Radici di ulivi, che saprei disegnare, radici di cerri e agrifogli che invece non riesco a figurarmi. E il fico? Come sono le radici di una pianta di fichi?

E poi ci sono anche radici di pini e di mandorli, di lecci e di bossi, perché c’è un altro paese annidato nelle radici che ho. Il paese siciliano dove giocava mia madre bambina, un paese arroccato in faccia al mare e alle isole Egadi. Da lì, Trapani è una falce che si allunga sul mare, e più a sud le saline sono macchie bianche sulla laguna dello Stagnone. A guardare l’orizzonte da lì, non si può che voler navigare.

A Erice ho corso tra le pietre e le aiuole ricamate del Balio, un giardino all’inglese di bossi e panchine di pietra. Ho mangiato gelati ricoperti di cioccolato fuso e genovesi alla crema nelle pasticcerie del centro. A Erice ho abbandonato in malo modo i miei amici immaginari quando ormai non servivano più e da adolescente sono tornata fingendomi una straniera in gita. A Erice ho tanti ricordi quanti ce ne stanno in uno dei pacchetti di Cipster che vendevano al bar nei pressi del Castello: potrei tirarli fuori uno a uno, farmeli crepitare tra le dita e poi sgranocchiarli piano, con quel tocco di salato che resta sulle labbra.

Ma ciò che di Erice resiste di più sono i racconti del nonno di nome Vincenzo che mi accompagnava, racconti che allungavano il mio sguardo all’indietro, a nomi che poi ricomponevo negli album di vecchie foto che lui aveva pazientemente raccolto: la storia di una famiglia, da fine Ottocento a qui. Perché anche a Erice c’era una casa fatta di pietra dove vivevano bisnonne e prozie, con un cortile quadrato e forse anche un pozzo, una casa venduta a chi adesso ospita turisti. Quella puntuale conservazione della memoria che nonno Vincenzo attuava nei suoi archivi fotografici faceva da contraltare alle poche memorie rimaste invece di Oliveto, alimentando in me il desiderio di cercare, scoprire, ricostruire ciò che nell’assenza diventava letteratura.

Forse tutti veniamo da un paese, forse davvero un paese ci vuole.

È con questo spirito che mi sono iscritta al primo laboratorio sul Raccontare il paesaggio, ad Amelia, in Umbria. L’idea di immergermi per una settimana in un luogo prima sconosciuto, scavando nel terreno e nelle parole della gente, assomigliava alla mia personalissima ricerca di che cosa siano fatte le radici che ho.

«Credo di essere qui per questo» dicevo a Fiammetta una mattina di luglio, ragionando di radici lungo l’antica via Amerina, nel tratto che da Todi va verso Amelia, verso Roma. Eravamo sul ponte medievale, a schiena d’asino, restaurato da poco, e faceva caldo, la polvere si alzava da terra e mi si appiccicava alle gambe scoperte, al di sopra degli stivaletti da trekking.

«Lo scoprirai» mi rispondeva, e intanto strizzava un po’ gli occhi puntandoli acuti verso di me e la compagnia che sfilacciata, dall’afa e dalle chiacchiere lungo il percorso, si andava adesso ricomponendo, nella comune attesa della sosta in cui avremmo consumato le nostre fette di pizza.

Ad Amelia non ho scoperto di che cosa siano fatte le radici, ma ho trovato uno specchio.

Perché ogni sguardo sul paesaggio è riscoperta di un altrove che abita in noi.

Nel taccuino di quel primo laboratorio ho appuntato una frase, neanche ricordo chi l’abbia pronunciata, in quale lezione: “Più siamo sradicati più siamo propensi a credere al mito del territorio”.

Ecco, credo sia questa la ragione per cui io cerco paesaggi da raccontare.

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

di Francesca Zammaretti

[Wermulleriano il titolo che Francesca Zammaretti – allieva e parte del laboratorio Raccontare il paesaggio sin dalla sua prima edizione – ci propone per una passeggiata, in compagnia dei suoi cani Labrador, tra le parole e le visioni di quegli autori e di quegli insegnanti che chiama, affettuosamente, maestri. Insieme a costoro ha cominciato a ricomporre il proprio contrastato rapporto con il paese nel quale vive, affetto da una bellezza immobile e non negoziabile, attraverso la quale, sembra dire Zammaretti, è complicato vedere la quotidianità. Ma la sua testimonianza in forma di vagabondaggio fisico e letterario è anche il racconto di un processo tuttora in essere attraverso cui ha cominciato a riconoscere sé stessa come parte di quel paesaggio. fp.]

«Il paesaggio punge e trapunge». Piglia e impiglia.

La prima frase è di Andrea Zanzotto. La seconda, mia.

Vivo sulla sponda piemontese del lago Maggiore, al confine con la Svizzera, immersa in un paesaggio che è come una bella donna che non invecchia mai: curatissimo e senza tempo, per questo irreale e fantastico. Qui il paesaggio alimenta il turismo, è fonte di guadagno, dà da vivere. Lo scrivo senza giudicare. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro e adesso che tutto si è complicato ancora di più.

In autunno, quando i giardini si inselvatichiscono e i colori diventano caldi, e in inverno, quando la passeggiata diventa deserta, la luce è radente, ma limpida per il freddo, di più amo il lago: il paesaggio si fa qualcosa di altro, entra in risonanza con me. Esco dalla cartolina e cammino.

«Il passaggio è ciò che riconosco. Ma per riconoscere c’è bisogno di avere già visto e imparato, e non basterebbe una vita per vedere e imparare tutto quello che in qualche modo io già so: perché sono fatta delle stesse particelle di cui è fatta la Terra, sono loro a riconoscersi e a chiedere solidarietà prima ancora che io abbia capito dove mi trovo. Il paesaggio è il dialogo fra il mio corpo e il corpo del pianeta che abito». Ha detto Alessandra Sarchi a proposito della sua relazione con il paesaggio. E mi è parso di sentire ancora Zanzotto.

Sandro Campani ha affermato che i suoi libri, le sue storie, nascono dai luoghi.

Qualsiasi tentativo di dire “sul paesaggio” non può prescindere da un viaggio dentro e attraverso noi stessi. Lo sguardo dovrebbe in qualche modo essere allenato a vedere; oppure del tutto estraneo, addirittura “straniero”.

Georges Perec, in Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, a proposito delle molte cose a Place Saint-Sulpice, a Parigi appunto, scrive: «molte, se non la maggioranza, di queste cose, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o segnalate. Il mio proposito nelle pagine che seguono è stato piuttosto di descrivere il resto: quello che generalmente non si nota, quello che si osserva, quello che non ha importanza: quello che succede quando non succede nulla, se non lo scorrere del tempo, delle persone, delle auto e delle nuvole». Ovvero quello che in un altro testo chiamerà l’infraordinario.

Così sono rimasta colpita, quando in classe ho proposto ai miei studenti, tutti internazionali, di fotografare il paesaggio: mi sono accorta che hanno soprattutto fotografato le nuvole e i tetti, nuvole rosse infuocate dal tramonto, tetti neri, come forse avrebbe fatto Perec.

Le mie mappe si snodano lungo una pista ciclabile che segue il corso di un fiume, un torrente che quando piove diventa grosso e sfocia nel lago. Ci porto i miei cani a passeggiare, uno alla volta. Mi piace quando il lago, solitamente in ottobre, esonda e si celebra il rito antico della raccolta dei rami del bosco trascinati a valle, dall’acqua, la Buzza. La legna fatta seccare viene usata per accendere il fuoco, in inverno.

La Buzza. Foto di Francesca Zammaretti

Giulio Mozzi ad Amelia, ci invitò a contare un certo numero di passi, poi fermarci a osservare quel che capitava. L’esercizio me ne ha evocato un altro della mia adolescenza, quando alle medie il professore di geografia ci ha portati a piedi a Sant’Agata, piccola frazione che sorge su un promontorio, e dal belvedere ci ha fatto disegnare a matita il paese, di sotto. Accorgerci di aver disegnato una cartina geografica è stata, per noi, un’epifania.

Ecco però che, quando a Fòrnole, durante una passeggiata nel bosco di san Silvestro che è culminata su un belvedere dal quale si poteva Amelia tra tutte le sue anse, le sue colline dolci, e la valle del Tevere, il mio sguardo divenuto miope si è fissato su un’unica costruzione “dissonante” nel verde e nel giallo dei campi, e nel grigio delle vene di argilla: una schiera di villette bianche. Mi sono sentita come chi si ferma sul dito, mentre il saggio indica la luna. Poi mi sono chiesta se quello che mi pareva un obbrobrio dal punto di vista architettonico e paesaggistico, non avesse comunque una sua dignità di esistere e quanto ci avremmo messo a non notarlo più, per una forma di abitudine, di assuefazione. Mi chiedo se non abbia anche il brutto una sua ragione di abitare il paesaggio, per la necessità che ne abbiamo, per il bisogno, per il nostro non poterci permettere – con tutto il rispetto – nient’altro che una villetta a schiera. Anche questo mi sono chiesta.

In Umbria ho fotografato compulsivamente gli uliveti, anzi le olive; in Emilia le spighe di grano nei campi e le rotoballe di fieno, semplicemente per il fatto che, per me, costituivano elementi del paesaggio “pittoreschi”. Poi mi sono accorta, con un moto di stupore, che quello che per me era semplicemente bello a vedersi, diventa cibo, è fatto per nutrire.

Il modo migliore per vedere è quello di allontanarci, attraverso il distacco, persino il distacco affettivo: Sabrina Ragucci e Giorgio Falco ne hanno parlato come di un congelamento. Io questa cosa non l’ho capita subito. Preferisco pensare allo spaesamento o al “depaesamento”, un rapimento fantastico per l’effetto magico che hanno le parole; l’ho sentito più dolce.

Sul paesaggio, che non è inerte oggetto di osservazione e ammirazione, quale potrebbe essere il locus amoenus, ovvero una sorta di utopia del luogo, lo sguardo agisce.

Nella dissonanza, nel sentirsi stranieri ed estranei, emerge lo scarto, la crepa che, scrive Fiammetta Palpati, è la cifra del nostro vissuto; la stimmung, come la definì Georg Simmel; lo stato d’animo; quello che, sempre secondo Georges Perec, permette l’incontro con l’altro.

In passato, quando camminavo “cinta” dal paesaggio, per usare un’espressione di Zanzotto, scorgevo quel “seme di morte” di Francesco Biamonti, maestro caro a Erminio Ferrari, giornalista e scrittore dalla scrittura elusiva ed evocativa, e a sua volta mio primo maestro e conterraneo, recentemente scomparso, per il quale la nostra relazione con il paesaggio era “apprendimento”.

Adesso, invece, in questo inverno di qui a venire, sono convinta che in noi alberghi un seme di luce, gettato nel nostro paesaggio interiore, popolato di fantasmi e ombre benevole che negoziano con la fatica di vivere, dai maestri.

Luce che apre a nuove visioni sul paesaggio, che cambiano, come cambiano noi, che siamo quel paesaggio.

Cannobio, 1 novembre 2020

La mansuetudine dei luoghi

di Adriana Ferrarini

[Adriana Ferrarini partecipa ai laboratori di Raccontare il paesaggio sin dalla loro prima edizione. Come scrive nell’Introduzione ai suoi testi precedenti apparsi in questo stesso blog “ogni ricognizione nei territori della mia vita mi mette davanti a uno spaccato stratigrafico che connette il mio viaggio a quello di chi mi ha preceduto e lo mappa all’interno di una songline” anche questo sulla mansuetudine ci porta in luoghi reali, virtuali, letterari, luoghi della memoria che sembrano stare non l’uno dopo l’altro – una linea dello spazio e del tempo – ma uno dentro l’altro. Non tanto giustapposti, quanto sovrapposti. E che, dunque, finisce paradossalmente col mettere in crisi il concetto stesso di mappa (come d’altro canto insiste da qualche decennio un geografo come Franco Farinelli col suo concetto di ricorsività) e, implicitamente, anche quello di luogo. Ed è proprio su quest’ultimo elemento – provocatoriamente e paradossalmente battezzato luogo inesistente – che il gruppo Raccontare il paesaggio attualmente al lavoro, guidato dalla scrivente, sta concentrando la propria esplorazione, mettendo alla prova programmaticamente e poeticamente, la solidità, l’identificabilità dei luoghi. fp]

Potrei cominciare da Foscolo, ma preferisco accodarmi alle file di grigi e curvi pensionati che nel corso dei decenni hanno atteso davanti allo sportello dell’ufficio postale per farsi annotare i diligenti risparmi su uno smilzo quadernino blu notte, che via via si riempiva di numeri sempre più lunghi. Seguendo i passi di questa umile coda secolare so che arriverò fino al sito di Cassa Depositi e Prestiti e quindi a quello di una sua società, la CDP Investimenti Sgr.

“Quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta” filastroccava il brillante omileta domenicano Johan Tetzel, nelle terre tedesche, prima che un severo monaco agostiniano, un certo Martin Lutero, lo sorpassasse in eloquenza; ma intanto a Roma sotto la pioggia d’oro versata da povere anime in cerca di una salvezza, celeste o terrena che fosse, erano germogliate cupole altisonanti: brucia, credo, nel cuore di ogni potente città la hýbris di sfidare la geologia ed ergersi oltre le nuvole, perciò squarciano i fianchi delle montagna, per diventare più marmoree di loro: il Burj Khalifa di Dubai con i suoi 828 metri di altezza, non è già una montagna secondo le convenzioni europee?

Continua a leggere

Città Satellite: La Città del futuro di Giulia Oglialoro

Giulia Oglialoro ha frequentato il laboratorio Raccontare il paesaggio-2018, ad Amelia (Tr). Da allora ha continuato una propria assidua ricerca sulla narrazione dei luoghi. Il suo lavoro “Città satellite: la Città del futuro” è stato scelto a Festivaletteratura 2019 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival. Si tratta di un reportage narrativo il cui campo di esplorazione è particolarmente in sintonia con quello del nostro laboratorio per l’anno 2020, Luoghi dalla distanza: ci stiamo occupando di luoghi inesistenti, un ossimoro, una provocazione, a partire dalla quale cercheremo di rispondere alla questione di come muoiono i luoghi, quando muoiono, nel loro moto di occupazione, trasformazione, perdita e riconquista di identità. Del lavoro di Giulia Oglialoro pubblichiamo qui un estratto dalla prima puntata. [fp]  

Un salone grande, punteggiato da colonne in finto marmo. Catene luminose al led rosa e blu elettrico pendono dal soffitto. Entro passando attraverso pesanti tendoni rossi che ricordano i vaudeville dell’Ottocento. In fondo alla sala, un bancone con gli sgabelli alti, di quelli in legno lucido, che arredano le catene dei ristoranti western, e poi lì accanto un pavone in ferro con la coda spezzata, e poi ancora lungo le pareti un acquario spento, contiene solo una conchiglia e qualche corallo. Le statue sono ovunque, bianchissime, in finto stile neoclassico – quelle femminili hanno collane di fiori intorno al collo, quelle maschili sono inondate da torce che sprizzano a rotazione luci verdi e blu e viola. All’altra estremità della sala, Gino Amoroso – un uomo sulla settantina, felpa sportiva e pantaloni a scacchi – spolvera lunghi divani a righe. “Sono come quelli che si vedono nei vecchi film americani” dice, “non le sembra?”
Questo è il Comedia Club, sala da ballo alla periferia di Milano, inaugurata nel 1964. Gino e sua moglie Antonietta l’hanno presa in gestione nel ’93, dopo averla frequentata per oltre vent’anni. Qui vivono e qui danno lezioni di mazurca, viennese, polka, valzer lento, tango e fox strot. Su una parete, una stampa in bianco e nero che raffigura Parigi di notte convive accanto al poster di due anziani impegnati in un casqué – la donna tende le braccia al cielo, lustrini argentati le cadono dai polsi.
Questo è il Comedia Club, ed è tutto quel che rimane di una Città che non esiste più.
Un bosco fitto circonda il locale. La neve si scioglie sull’asfalto crepato, gocciola da montagne di televisori e ruote e materassi abbandonati lungo la strada. Di fronte al Comedia, un grande cancello, chiuso con catenacci. Poco oltre s’intravedono appena il profilo di un ottovolante e qualche insegna sbiadita, le erbacce hanno divorato ogni sentiero.

Leggi per intero la prima puntata del reportage di Giulia Oglialoro

Storia di uno sguardo, 10 / La strada bianca

di Fiammetta Palpati

[Storia di uno sguardo è una rubrica che raccoglie una serie di lavori nei quali racconto molto soggettivamente – diciamo pure che interpreto – i luoghi di cui è fatta la distanza tra la città dove sono nata e vissuta – Roma – e quella dove vivo, e dalla quale ho cominciato a interrogarmi sul paesaggio: Amelia. Con questa seconda breve video narrazione – che a quegli scritti si richiama, e realizzata in collaborazione con Arianna Ulian, musicista e sound designer – accosto semplicemente parola, immagine, voce e suono nell’intento di invitare lo spettatore a seguirmi, e a guardare tutto con eguale disposizione d’animo: i campi come le cime dei monti, le cime come le ciminiere, i barattoli, i tubi, i campanacci. fp].

[Leggi tutte le puntate di Storia di uno sguardo]

Guarda il video su youtube

Testo con paesaggio / Ottavo esempio: il racconto

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Con questo ottavo esempio siamo nella letteratura, e con la forma narrativa per eccellenza: il racconto. fp].

Leggi tutti gli esempi
Leggi l’esempio precedente

«… l’ampia spianata di ghiaia biancheggiava alla luce di mezzogiorno, polverosa. Un lungo muretto diroccato segnava un vecchio confine. Antri scavati nel fianco della collina erano nascosti dai detriti. Nessun rumore proveniva dai loro interni, sebbene correnti sotterranee e flussi d’aria si muovessero in continuazione. Alcuni camini trapassavano tutta la roccia della collina e sbucavano più in alto, sul pianoro, in fessure del terreno sottili e disadorne. Da lì entrava l’aria che soffiava giù fino agli antri nascosti, limando dai primordi le pareti di roccia, sgretolandola a poco a poco, portando sabbie finissime in basso, mescolate alle acque sotterranee, ai sali spurgati dalle pareti lentamente.
Al fondo della spianata il terreno cominciava a rialzarsi. Dalla prima catena montuosa erano cadute sbriciolandosi, e cadevano continuamente, pietre che a loro volta producevano frane. Massi di varie dimensioni erano disseminati sul pendio e pareva che la ghiaia della spianata fosse una loro ulteriore, ma in ogni caso non definitiva, riduzione in frammenti (…) Era una pietraia arida su cui il suono anche di un solo ciottolo caduto da un rialzo poteva produrre con le sue vibrazioni altri smottamenti. L’aria che si muoveva compatta levigava e levigava quelle rocce infinitamente asportando veli impalpabili di materia dalla superficie dei minerali e quando un’ultima briciola saltava nel vento tutto l’equilibrio poteva cedere e persino lastre larghe e spesse che erano rimaste migliaia di anni nella stessa posizione cominciavano a pendere verso il basso. In alto la pietraia finiva con nettezza contro la massa montagnosa che saliva in verticale, nuda e ruvida. Da quella massa si era staccata tutta la pietraia pezzo per pezzo. Il fianco della pietraia sembrava sollevarsi dalla pietraia stessa, emergere slanciato in alto, e in parte questo era vero: l’erosione dei venti e delle piogge veniva contemporaneamente riequilibrata dal moto di sollevamento della catena montuosa. Tuttavia era invece la pietraia che enorme digradava lungo quei fianchi a essersene staccata come per scorticatura dall’alto in basso con la forza del peso.
Continua a leggere

D’infinito silenzio. La casa di Giorgio Morandi

di Giulia Oglialoro

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Giulia Oglialoro è l’ottavo. Per Morandi, dice Giulia, “Dipingere era un gesto rituale, uno sforzo umano e artistico di attenzione”. E in realtà il descrivere è sempre un gesto rituale. Perché descrivere serve a costruire il mondo che ci circonda: che sia il mondo fatto di angeli ragazzini e Marie quasi bambine del Beato Angelico, o il mondo di corpi eroici di Michelangelo, o il mondo di tazze e bottiglie di Giorgio Morandi, il gesto rituale è sempre il medesimo.
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

Introduzione
Dopo tutte le riflessioni che abbiamo fatto, mi sono chiesta se il paesaggio sia una casa – una domanda che mi ha ronzato in testa per un po’. Ho visitato la minuscola stanza/atelier di Morandi e, semplicemente, sono rimasta ferma, in piedi, due ore, a guardare. Mi affascina il fatto che Morandi nella sua vita non abbia dipinto altro che il paesaggio fuori dalla sua finestra, e il paesaggio quotidiano sul proprio tavolo, fatto di bottiglie e oggetti comuni, persino brutti, ma erano i suoi oggetti e lui li amava. Dipingere lo stesso soggetto ogni giorno, infinite volte, tentando di far cadere tutti i diaframmi e di vederlo sempre come se fosse la prima volta, a me sembra una forma di amore (o di preghiera). Rimanere per quasi tutta la vita nello stesso luogo, nella stessa casa, faceva parte del rituale della pittura, che in fin dei conti per Morandi era un esercizio di presenza. Mio padre una volta mi raccontò la storia di un monaco che aveva pregato ogni giorno ai piedi di una montagna, finché non era rimasta la sagoma delle sue ginocchia impressa nel suolo. Ecco allora tutta la bellezza e la disperazione dell’arte, pensavo, guardando attraverso la parete di vetro quella stanza piccola e polverosa: creare un radicamento, qualcosa che resti nel tempo, mentre tutto il resto scompare.

Continua a leggere

La vecchia fiera di Roma

di Carmen Verde
[Di cosa sono fatti i paesaggi che pretendiamo di raccontare? Di picchi e di valli, certo; di deserti e cascate; amene colline e stridenti ruote panoramiche. Ma quanto, anche, di quei luoghi dell’abbandono che esercitano il fascino un po’ morboso dell’esplorazione? Della violazione? Ogni violazione è anche, inevitabilmente, una ricerca di memoria e di identità. Un nuovo essere, se non altro nelle parole di chi ne accarezza l’immaginazione. Questo mi è sembrato un po’ lo spirito che attraversa il testo che segue. Un racconto che Carmen Verde, l’autrice, stese durante un seminario condotto da Demetrio Paolin, e che avrebbe voluto riprendere e magari espandere durante lo scorso laboratorio di Raccontare il paesaggio. Poi qualcosa le impedì di partecipare – succede. A noi il racconto piace così e volentieri ve lo proponiamo. Quando lo lessi mi venne in mente Alberto Savinio. Dapprincipio i racconti di Casa la vita. E poi le sue immagini. In copertina, di Savinio, L’Ile des charmes. fp].

La vecchia fiera di Roma vive prigioniera in un’enorme scatola arrugginita, un parallelepipedo tutto cemento e ferro e amianto, proprio di fronte a casa mia. Nessuno l’ha vista mai. Nel quartiere dicono che viene fuori di notte. (Ma se è prigioniera, dico. No, non è prigioniera, dicono, dall’interno la porta si apre. E io, allora, un po’ ho paura).
Lo straordinario è sentirla. Un rumore di ferrivecchi, come di armi arrugginite (riuscite a immaginarlo?). Certe volte, invece, è un suono colloso come vernice, somiglia a un dolore che si scioglie: ma lungo interi anni. Altre ancora sembra una voce, cupa, di apocalisse. Da cosa venga non si sa. Potrebbe essere un uccello: un uccellaccio spennato dalle zampe lunghe, che se ne sta tutto il tempo a dormire con la testa nascosta sotto un’ala e poi, quando si sveglia, dà una craniata al soffitto e si immalinconisce; un lucertolone che urta con la coda contro il muro e scoppia a piangere come un bambino; uno scarafaggio steso a pancia sopra, che non riesce a rimettersi sulle zampe e, così rivoltato, leva il suo lamento. Tutto, potrebbe essere. Ma l’unica cosa che si vede è quest’armatura di cemento bianca e rossa: enorme, buttata di profilo lungo la Cristoforo Colombo. E questo muro, lungo, e sporco e screpolato, come la crosta di una ferita, coperto di scritte e disegni, che per vederli tutti insieme devi guardarli da lontano: da così lontano che alla fine non vedi niente. Dicono che uno di quei disegni sia proprio la vecchia fiera di Roma. Ma quale? Il dragone cinese con i denti all’insù e gli occhi cerchiati di rosso? Il serpente arrotolato? La mandorla gigante a forma d’occhio? E quello che l’ha dipinta, poi, quando l’avrebbe vista la fiera?
Per tanto tempo me la sono immaginata come un cane.
Non un cane-cane: un cane-belva. Forse la facevo troppo semplice, ma era la mia prima esperienza con le cose che non si vedono. Ora, di notte, passo per via dei Georgofili, la via che di lato la costeggia: passo, e notturnamente sto. Certo bisogna sapere aspettare, perderci un sacco di tempo, ma a me va bene: non ho mai badato a quanto tempo ci vuole per le cose. È come con Dio: se tu ci credi, allora aspetti. Altro discorso è se non ci credi. Perché se non ci credi, che ci vieni a fare qui, sulla Colombo, al civico 348, a stare in piedi tutta la notte, a provare a guardare dritto in faccia la vecchia fiera di Roma? Che ci vieni a fare, se non ci credi? Se non ci credi, allora è solo il grande brodo della notte.
A volte, dopo qualche ora che aspetto, mi sembra di scorgerne il ceffo scuro dietro il cancello, poi la perdo di vista. Quando c’è la luna piena, sto molto attento, perché se io posso vedere lei, lei può vedere me, e allora chi lo sa come potrebbe finire. Quando sarà, sarà una cosa epica, penso. Lei passerà, e io mi farò da parte, per lasciarla passare. Ci sarò solo io in mezzo alla strada, perché sarà così notte che non si vedrà neanche una macchina sulla Colombo: e non avrò paura.
Da quando mi ci sono messo d’impegno, mi pare di saper guardare meglio. Certe notti la vediamo, io e Giovanni, che da qualche mese mi accompagna: accucciata sotto il cielo come un cagnolone, ma poi si alza e diventa una Gorgone. “La vedi?” dico allora a Giovanni. “Laggiù, eccola. Ora vado e la prendo: o è mia o è di nessuno”. E mentre mi allontano, lo sento pregare. Non è questione di pregare, Giovanni, gli vorrei dire. È questione di sapere dove mettere le mani, in tutto questo buio. Io non prego, ma se devo pregare il Signore, gli dico: dammi qualche soldo, Signore, qualche soldo e la vecchia fiera di Roma.
Eccola. Si scrolla il fango dal pelo, la vedo riflessa sull’asfalto. Poi corre ad arrampicarsi su un pino della Cristoforo Colombo.
Chi ci crede, lo sa che è così. Chi non ci crede, fatti suoi. Per chi non ci crede, è solo quello che sembra: un’armatura di cemento bianca e rossa, vuota, enorme, buttata di traverso sulla Cristoforo Colombo.

Asinara

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Giorgio Falco, che sarà ospite docente nel nostro prossimo laboratorio residenziale di scrittura, è apparso oggi sulla rivista letteraria on line Le parole le cose. Lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

[È uscito da poco il libro fotografico Asinara, di Marco Delogu (Punctum), Una selezione del lavoro di Delogu è in mostra fino al 31 maggio presso il Warburg Institute di Londra e fino al 1 luglio 2018 presso il Palazzo Fabroni, Museo del Novecento e del Contemporaneo, di Pistoia. Pubblichiamo alcune foto, lo scritto di Edoardo Albinati che fa parte del volume e un’intervista di Giorgio Falco a Marco Delogu. I titoli sono redazionali (LPLC)]

L’esperimento

di Edoardo Albinati

Basta uno stretto braccio d’acqua, attraversato in pochi minuti di gommone, per piombare dal delirio vacanziero in un’oasi che, affascinante quanto le altre meraviglie della costa e dell’entroterra sardo, finisce per non avervi più nulla a che spartire, nulla di nulla, per la semplice ragione che è silenziosa, deserta, distante anche mentre ci metti i piedi sopra, persino in pieno luglio – dunque non più solamente bella, ma, letteralmente, sublime. La differenza tra il bello e il sublime va studiata nei manuali di filosofia e di estetica, però andando all’Asinara la si sperimenta allo stato puro. Ecco, la parola “esperimento” risulta particolarmente adeguata a questo luogo estremo, e chi visita l’isola ha la sensazione di entrare a farne parte. Di venire cioè sottoposto alla tensione del luogo onde misurare l’intensità delle sue reazioni: alla bellezza selvaggia, al vento, al volume di dolore umano irradiato negli anni, ai profumi, alla luce netta, alla potenza della nominazione di famosi banditi e leggendari giudici che qui hanno soggiornato. Alla sparsa popolazione di asinelli bianchi e grigi, dal malinconico sguardo bistrato. Di tutti gli esperimenti che vi sono stati condotti nel corso del tempo restano tracce imponenti o scheletriche. L’Asinara è stata quasi tutto l’immaginabile della derelizione umana: carcere e supercarcere, campo di prigionia, colonia penale e colonia agricola, quarantena. E ora è un parco naturale esemplare. In tutta Italia, forse solo l’ergastolo in cima all’isola di Santo Stefano sprigiona un magnetismo equivalente. Ma l’Asinara vi aggiunge la sua varietà, la movimentazione, le aperture improvvise di visuale, la presenza enigmatica delle bestie. Santo Stefano è un Escorial regale e vuoto, il teatro San Carlo volato sopra uno sperone di roccia; l’Asinara è un’intera Provenza disseminata di ruderi, montagne, radure, valli fiorite, baie e scogliere, porticcioli, fortini e casematte e animali selvatici.

Continua a leggere l’articolo in Le parole le cose

Ascoltare i luoghi

di Fiammetta Palpati

[questo articolo di Emiliano Battistini è apparso a luglio del 2017 sulla rivista culturale on line Doppiozero; lo pubblichiamo qui per tutti gli interessati al racconto del paesaggio, e non solo. fp]

Salutiamo con entusiasmo la recente pubblicazione del libro Nuove geografie del suono. Spazi e territori nell’epoca post-digitale, edito da Meltemi, del ricercatore e curatore indipendente Leandro Pisano: tale pubblicazione porta finalmente in Italia il dibattito sul suono inteso come strumento di conoscenza, che sta avvenendo già da alcuni anni a livello internazionale. Attraverso il resoconto critico di una serie di artisti sonori riconosciuti, il lavoro di Pisano ci parla della possibilità di indagare gli spazi abbandonati e le zone rurali attraverso la pratica dell’ascolto.

Continua a leggere l’articolo in Doppiozero