J. W. Smith, Papigno e la Nera che scorre verso la valle di Terni

Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

Un marciapiedi stretto – in centro – tra i palazzi storici delle banche locali, delle fondazioni e i parallelepipedi multipiano anni Settanta – specie di pilastri ficcati nei buchi delle demolizioni post belliche – quando si dice che la città fu distrutta dai bombardamenti. Niente di straordinario. Solo un abitare e un vendere, e garage che mi rallentano – spostano l’ottica lateralmente, a chi sbuca accelerando, dalla rampa, coi fari accesi. Sfioro le vetrine sapendole già; ce le ho nella memoria, nella rappresentazione di questo luogo già attraversato senza amore né nostalgie – da ospite funzionale quale sono. Faretti a led, colori scompagnati degli ultimi saldi e saracinesche ispessite dalla mota urbana – quelle che al 31 di dicembre hanno restituito la partita iva. Tiro dritta evitandomi l’imbarazzo di assistere a spostamenti inconcludenti – a braccia conserte – tra la cassa e lo scaffale; a occhiate malevole, lanciate con la cupidigia triste e digiuna di fine gennaio, verso la mia sagoma frettolosa, stretta e diritta nella fretta, nella borsetta, nel denaro che ho già deciso di lasciare in uno di questi negozi – esercizi commerciali. Poi una tonalità calda lambisce lateralmente il mio campo visivo. Rallento il passo: ciliegio, nocciolo, radica di noce; un filino d’oro scuro, il nero opaco nel finto buco dei tarli, la carta cremosa degli acquerelli, o dei passepartout verde bosco, bordeaux, vellutati. La vetrina del corniciaio.

Ah, il corniciaio – mi si stringe il cuore: la bottega dove passa l’arte, il diploma di laurea, le poesiole ricamate della parente letterata. O le stampe antiche dell’attrazione locale. Mi fermo.

Riconosco quel fascio di linee verticali e sottili, sottilissime, ravvicinate, dal nulla del foglio, del cielo, fitte, precipitose, appena macchiate – a valle – da guazze celeste acqua. Le righe precipitano. Più in basso, sulla pagina, lo stesso tratto d’inchiostro sottile si curva, si chiude morbido intorno alle velature grigiastre, ai massi muschiosi, si frastaglia e si ispessisce nei cespugli scurissimi, irti, ai lati del getto, nutriti e sferzati dall’appiombo violento dell’acqua. Ce n’è un’altra in vetrina di queste Cascate. È più piccolina e ha previsto lo stesso osservatore: in basso, ai piedi del precipizio, mentre avverte guance, palpebre, labbra – ogni tessuto molle esposto alla pressione esterna – scuotersi, vibrare al fragore; e il viso bagnarsi di un vapore freddo.
Per quanto mi avvicini non riesco a leggere l’autore. Vetro e vetrina riflettono ombre.

La porta, naturalmente, forza un po’.
«Buonasera, posso vedere la stampa in basso?»
Il corniciaio mi fa segno di staccarla dal chiodo. Nel frattempo cerca qualcosa.
«Mica ci ho solo quella. Guardi. Guardi quante ce ne ho.»

Ha aperto un grosso raccoglitore sul bancone e sfoglia velocemente le bustine trasparenti, gonfie di riproduzioni dello stesso soggetto: la cascata delle Marmore, la caduta del Velino nel Nera. Centosessantacinque metri di strapiombo. Un salto, triplice, reso ancora più impressionante dal fatto che avviene proprio nel punto in cui il Nera – la Nera – esce dalla sua valle lunga, ombrosa, cunicolare, e si slarga nella Conca Ternana. Terni, città tra due fiumi – questo il toponimo – che scorrono sul fondo sabbioso di un mare preistorico; da qui invertire il senso, risalire la Valnerina rasentando la cascata – al suono reboante delle sirene che ne annunciano l’apertura, il primo scroscio – sentire la pressione della pietra e dell’acqua sui fianchi, e sotto il cielo ridotto a una fessura entrare in Appennino.

L’uomo ogni tanto estrae una delle riproduzioni, per mostrarmela. Non faccio in tempo a prenderla in mano che lui la mette via, scuotendo la testa. Torno alla stampa che ho preso dalla vetrina.
«Ma questa quanto costa?»

Credo che rimanderò l’acquisto delle scarpe; m’è venuta voglia di portarmi a casa, al loro posto, questa stampetta, di un autore che mi è sconosciuto e di cui ho fatto una descrizione sulla base dell’impressione che mi ha lasciata e che dubito corrisponda alla realtà di quello che visto – cioè alle linee, ai tratti continui o spezzati, spessi o fini, alle campiture vuote o piene d’inchiostro, finanche a quei colori acquerellati a cui ho fatto ricorso in mancanza di meglio. Il corniciaio divaga. Torna al suo raccoglitore, al suo mucchio di incisioni, litografie, acqueforti, finanche pagine illustrate. Torna a sfogliare. È possibile che, scoraggiato da anni di magra, diffidi della mia reale determinazione all’acquisto.
È un oggetto – a suo dire – da regalare a un medico o a un avvocato, un omaggio per qualcuno con cui ci si debba sdebitare, o fare bella figura.
Non insisto.

A mente fredda – tornando a casa con la scatola delle scarpe nuove sul sedile – ho continuato a fare i conti con la sensazione di ineffabilità che l’episodio mi aveva lasciato. Non penso che il corniciaio fosse un cattivo commerciante. Né un commerciante incattivito. Credo, piuttosto, che fosse semplicemente rapito da quel mucchio di stampe. Come se non riuscisse a farsi una ragione del destino di sé stesso, della sua bottega e, allo stesso tempo, di quello che aveva prodotto quella cosa, quella cascata. Un luogo che aveva attratto frotte di osservatori, prodotto migliaia di disegni, dipinti, riproduzioni – mi raccontava di un suo cliente che negli anni ne aveva collezionate più di trecento e che recentemente ha pubblicato un libro con una lunga pagina dei ringraziamenti tra i quali figura pure il suo nome, il nome del corniciaio – ma che in fondo è il frutto di un reiterato – e fallimentare per oltre 2000 anni – tentativo di evitare dei disastri naturali.

Pare che persino il famoso disegno di Leonardo «Paesaggio con fiume» non sia in realtà la Val d’Arno, bensì la Valle ternana, il paese di Papigno, e l’incontenibile fiume Velino.

Leonardo da Vinci, Paesaggio con fiume

Leonardo da Vinci, Paesaggio con fiume

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