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Pillole di paesaggio/2 – Figura e sfondo

Pillole di paesaggio/2 – Figura e sfondo

[Pillole di paesaggio è la nuova rubrica in cui raccoglieremo brevi testi, introduttivi al ragionamento e alla pratica del paesaggio nella narrazione, e imperniati su una coppia di termini – talvolta delle vere e proprie antinomie, più spesso accostamenti frutto di nostre scelte, o del senso comune. «Figura e sfondo» è la coppia su cui ragioniamo in questo articolo. fp]

di Fiammetta Palpati

Nelle botteghe dei pittori di un tempo l’esecuzione dei paesaggi era affidata, per solito, agli allievi più giovani o meno promettenti, mentre l’artista riservava a sé le figure, il primo piano. I paesaggi erano una parte – e la meno decisiva – di un’opera. Se l’artista ne faceva, ne faceva per studio: tele e colori a buon mercato, spesso acquarelli, che teneva per sé. Leonardo fu tra i primi a dedicare ai suoi sfondi una cura capillare, una sorprendente ricchezza di effetti visivi, prospettici e cromatici, frutto di approfonditissime osservazioni sull’occhio, la luce, la percezione. Pensate alla cortina montuosa che si staglia tra le arcate nel dipinto «La Vergine del garofano»: a quanto si fatichi a considerarla un mero sfondo, benché sia ancora ciò che si vede alle spalle della Madonna.

Il paesaggio dunque contiene, accoglie, ospita la figura – la figura umana in primo luogo – il figlio dell’uomo. Il suo scopo è rendere evidente ciò che è in primo piano, ciò che deve essere visto. Ha valore relativo, è il mezzo di contrasto, l’ingresso della luce. Ma il sostantivo «sfondo» viene dal verbo «sfondare», e questo, a sua volta, da «fondo» la cui «s» iniziale dà valore di contrario: sfondo è ciò che non ha fondo, ciò che rompe il fondo, che passa da parte a parte, ciò che è pro-fondo . Ciò che mostra altro.

Avete presente gli esempi di illusioni ottiche che dimostrano il famigerato principio di figura e fondo nella psicologia della Gestalt Si tratta di immagini ambigue, nelle quali è impossibile determinare quale sia lo sfondo e quale la figura, in cui sfondo e figura rappresentano alternativamente due cose molto distanti tra loro e che non possono essere colte simultaneamente. La più famosa di queste illusioni è quella del vaso di Rubin in alternativa al quale è possibile vedere due volti di profilo.

Nella psicologia della percezione lo sfondo è ciò che ci appare lontano e meno definito; ciò che non può essere colto simultaneamente a ciò che leggiamo come la figura (o primo piano), che non scompare mai del tutto e, soprattutto, condiziona la percezione della figura.

Ecco: in un romanzo, un racconto, una storia insomma (che sia disegnata o narrata) il gioco tra figura e sfondo è identico. Il paesaggio può essere considerato ciò che è sullo sfondo, che accoglie, ospita, fa risaltare la scena (o l’intera storia), i corpi, i movimenti, le parole – condizionandoli o determinandoli – oppure può essere l’altra figura, l’altro primo piano. Diventare esso stesso figura, essenza, narrazione.

Il nostro prossimo laboratorio, il «Romanzo del paesaggio: Sublime contemporaneo», comincia a febbraio 2022. Il programma completo è qui e le iscrizioni sono aperte.


 

Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

[Leggi la puntata successiva]

Un marciapiedi stretto – in centro – tra i palazzi storici delle banche locali, delle fondazioni e i parallelepipedi multipiano anni Settanta – specie di pilastri ficcati nei buchi delle demolizioni post belliche – quando si dice che la città fu distrutta dai bombardamenti. Niente di straordinario. Solo un abitare e un vendere, e garage che mi rallentano – spostano l’ottica lateralmente, a chi sbuca accelerando, dalla rampa, coi fari accesi. Sfioro le vetrine sapendole già; ce le ho nella memoria, nella rappresentazione di questo luogo già attraversato senza amore né nostalgie – da ospite funzionale quale sono. Faretti a led, colori scompagnati degli ultimi saldi e saracinesche ispessite dalla mota urbana – quelle che al 31 di dicembre hanno restituito la partita iva. Tiro dritta evitandomi l’imbarazzo di assistere a spostamenti inconcludenti – a braccia conserte – tra la cassa e lo scaffale; a occhiate malevole, lanciate con la cupidigia triste e digiuna di fine gennaio, verso la mia sagoma frettolosa, stretta e diritta nella fretta, nella borsetta, nel denaro che ho già deciso di lasciare in uno di questi negozi – esercizi commerciali. Poi una tonalità calda lambisce lateralmente il mio campo visivo. Rallento il passo: ciliegio, nocciolo, radica di noce; un filino d’oro scuro, il nero opaco nel finto buco dei tarli, la carta cremosa degli acquerelli, o dei passepartout verde bosco, bordeaux, vellutati. La vetrina del corniciaio.

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