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Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

di Fiammetta Palpati

Anna scrive di sé bambina, di un viaggio a bordo di un’Ape Piaggio, da un paese arroccato sulla montagna verso l’ospedale di Terni. Parla dei tetti argentati di Terni. E io mi domando se il paesino arroccato da cui scendeva non fosse Papigno, o Piediluco, o Marmore. O forse Cesi. Ma è Papigno il punto – l’unico che io conosca – dal quale ci si può formare l’immagine di una Terni dai tetti argentati. Ché diverse cose sono dette per solito di questa città non brutta – non bella – ma nessuna, mi pare, altrettanto insolita, penetrante e poetica di questa. L’argento dei tetti lo si può apprezzare solo da quella prospettiva, dalla via Curia che scende rastremando la costa ripida e rocciosa del burrone. È in quel momento – alla mia esperienza – che la verticalità diventa la dimensione dominante.

E il dominio dei tetti a valle. Che sono perlopiù comuni tetti industriali di un distretto industriale: lamiere e cemento. Ma è dalla tonalità spenta della roccia calcarea, dal fiume gelido, dall’umidore della cascata, dalla centrale elettrica, dalle archeologie delle fabbriche di carburo di calcio, che nasce l’argento. E che si estende ai tetti. (Certo poi si potrà dire – come tutti dicono – città dell’acciaio)

6 pensieri su “Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

  1. Anna Costanza

    Qualche tempo fa, scrivendo a Fiammetta e alla mailing list che condividiamo, ho parlato di un avvenimento della mia prima infanzia: un viaggio fatto in Apecar, destinazione Ospedale di Terni. Di quella tarda, tardissima notte ricordo i dolori lancinanti e la sensazione di vomito, alla quale non seguiva nessuna liberazione, in un vortice di peggioramento costante. Del viaggio, non molto confortevole, ricordo che ero avvolta in una coperta, così come, se ci penso, mi viene in mente il sollievo alla vista dei tetti argentati di Terni. Certo: prima ci saranno stati cartelli e indicazioni, ma per me che allora non sapevo leggere, quello dei tetti luccicanti -segnale che la tarda notte era sconfinata nel mattino- erano stati un piccolo ma rilevante segno di salvezza. La percezione del territorio senza sovrastrutture semantiche.
    In ciò che avevo scritto non c’era un’indicazione precisa del mio punto di partenza; ma, la descrizione dei tetti e il riferimento a un burrone, sono stati sufficienti a Fiammetta per risalire con buona certezza al luogo da cui provenivo in quella notte di buche, marmitte scassate e peritonite spinta.La sola menzione di quel paese mi ha fatto tirar fuori una serie di immagini. Perché, come hanno sostenuto tanti studiosi -Vidal de La Blanche, Braudel tra i primi, seguiti da molti altri che non sto a citare- non ci può essere storia dell’uomo -o, nel caso specifico, narrazione- avulsa dalla lettura dei luoghi in cui quella storia o quella narrazione si è svolta o è stata concepita. Il territorio porta nella sua struttura le stigma di una memoria, che pur essendo in parte dell’uomo, per potenza e purezza con l’uomo, e i suoi limiti mentali non ha nulla a che vedere.<Pertanto mi scuso, se in qualche modo il mio ricordo di vicende umane dovesse essere poco puntuale o sfocato: risale a poco meno di trent'anni fa, quasi tutta la mia vita. Quello che certo, non può essere mutato, è il fascino del ventre umido dell'Umbria dei boschi e degli ulivi, la tenacia dei temporali che la scuotono e l'odore di vegetazione bagnata quando il peggio è passato. Un sentito ringraziamento a Fiammetta, per avere ritenuto la mia risposta di quel giorno degna di un qualche interesse.
    Rimetto di seguito il risultato dell'emozione di quel giorno, tolti refusi e piccole sviste.

    "Fiammetta, che dire?
    Il paesello arroccato al burrone di cui parlavo ieri è uno dei posti dove ho vissuto insieme a mia madre, dopo che lei e mio padre si sono lasciati, prima che si tornasse da mia nonna, all’ovile.
    Ne conto almeno tre, ma quello è il posto in cui abbiamo vissuto più a lungo e che mi è rimasto nel cuore.
    Ho tantissimi ricordi, alcuni teneri, altri molto struggenti.
    Ho avuto il mio gatto arancione, Camillo, e la gattina nera Lilli (come la Lilli della canzone), ma il nome non le ha portato bene: era malata ed è morta poco dopo.
    Ricordo il barbiere, dove mia madre mi ha portato a rasarmi a zero che avevo preso i pidocchi; aveva una botteguccia minuscola, coi miei di un bianco latte sporco, che non scorderò mai.
    Ricordo la natura carica, scura, pesante.
    I temporali, durante i quali sembrava che il Signore fosse molto arrabbiato.
    Mia madre piangeva, perché aveva paura dei temporali; io la consolavo perché –allora- non avevo paura di niente.
    In realtà mia madre piangeva molto, e spesso, in quel periodo.
    E io l’ho sempre consolata, perché quando uno è l’uomo di casa deve prendersi certe brighe.
    Non aveva molto tempo per giocare; ricordo che mangiavamo, a volte, biscotti Saiwa e maionese. Mi piacevano.
    Avevo tutto un giro di amicizie e frequentazioni, in paese.
    C’era il signor Paride –nostro vicino e scarrozzatore in momenti d’ermergenza, perché mia madre non ha mai guidato, neppure quando lavorava alla Guardia medica; bisognava sempre che qualche infermiere guidasse per lei- e sua moglie, di cui in tutta onestà non ricordo il nome; ma ricordo che mi faceva tirare la pasta e cucinare.
    Mia zia mi ha raccontato che, appena tornate, un giorno le ho chiesto “Ce l’hai un ‘zinale?” perché volevo grembiulino. Credo me lo avesse insegnato la moglie di Paride, come si chiamava.
    Avevano le galline; e io, che allora non avevo paura di niente, ma soprattutto non soffrivo di ornitofobia,li seguivo al pollaio e li aiutavo a dar loro da mangiare. E ho imparato che davvero, quando c’è un gran casino, si può dire. “è un pollaio”, senza sbagliare.
    C'era il signor Valfro, che aveva una figlia, Annarita, coetanea di mia madre, ma non aveva nipoti piccoli; gli piaceva portarmi in giro. Mi faceva vedere le bacche, mi spiegava che è dalle bacche che viene fatto l’inchiostro; non sapevo se fosse vero allora e non lo so oggi; ma non voglio googolarlo, non voglio correre il rischio che Wikipedia vinca su Valfro. Il signor Valfro aveva una moglie e ogni tanto mi invitavano a pranzo. Si raccomandavano molto che non bevessi acqua mentre mangiavo, per non diluire i succhi gastrici.
    Una mattina la sua Uno color carta da zucchero non partiva. I topi avevano mangiato tutti i fili.Un’altra cosa insegnatami da Valfro. I topi hanno dentuzzi insidiosi che possono biancheggiare nel buio di un garage stipato di oggetti.
    Mia madre spesso piangeva, le faceva male la schiena.
    A un certo punto sono finita dalle suore, perché la dovevano operare e lei lì in Umbria non aveva nessuno che mi potesse tenere.
    Mi divertivo. Le suore avevano un sacco di marionette, ma questo è –circa- tutto quello che mi ricordo.Dopo qualche tempo mia madre è venuta a prendermi. Era estate. È venuta con Carlo, che era il suo fidanzato prima che conoscesse mio padre, ed era un suo grande amico. Adoravo Carlo. Quando stavamo ancora a Milano, lui era fidanzato con Cinzia capelli biondo meches anni ’80 e mi avevano regalato un giocattolo enorme, credo un peluche. Immagino che fosse l’unica persona disponibile ad accompagnarla a prendermi in quel momento.
    Una volta c’era qualche foto di quel ritorno. Erano Polaroid, in assoluto le mie foto preferite, perché sono sempre molto naturali, in quell’epoca pre-digitale avevano la freschezza del non programmato. Con gli anni però, sbiadiscono mica poco; soprattutto le facce perdono definizione, quindi te le devi immaginare.
    Hai ragione Fiammetta. Era proprio Papigno.
    È stato l’ultimo posto in cui ho vissuto da sola con mia madre.
    Ho tanti altri ricordi, ma si farebbe lunga.
    Mi piacerebbe rifarci un giro; sono tornata solo una volta, anni dopo, ma ero una protoadolescente poco attenta.
    Vorrei tornarci oggi,
    anche se, a differenza di allora ho paura di molte, moltissime cose.
    Mia madre non ha cicatrici sulla schiena.
    Ti abbraccio forte e mi scuso se mi sono dilungata.
    Ma quando mi hai parlato di quei posti, m’è venuta una voglia di scrivere, scrivere e basta.
    E ho anche un po’ pianto.
    Ma poco.

    Anna C."

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  2. melaniaceccarelli

    Cara Fiammetta la mail di Anna, che hai riportato sopra, mi emozionò molto non appena letta, sia per il carico di emozioni che porta con sé,, dell’Anna bambina che sopravvive come può – bene – a un momento difficile, ma anche, direi principalmente, per la bellezza del suo scrivere chè a Bottega le cose lette di lei erano assai più “tecniche”; razionali. Mi è sembrato poi molto opportuno che tu l’abbia ripreso per il tuo seminario proprio perché contiene la descrizione emotiva, direi irrazionale, di un luogo. In questi mesi la mia ricerca è anche attorno ai luoghi e al loro senso e, se può esserti utile, ti segnalo Vito Teti, Il senso dei luoghi.Non so magari l’hai già letto.

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  3. fiammettapalpati Autore articolo

    Cara Melania, concordo con le tue impressioni. Il racconto di Anna, che scrisse – come dice lei stessa – di getto, quando la mia descrizione le fece riaffiorare in maniera vivida il ricordo, ha delle qualità che non avevamo ancora potuto apprezzare in altri suoi scritti di bottega. A me piace pensare che questo sia l’effetto dei “luoghi” e non della fortuna che ho avuto – in quel momento – di intercettare un certo suo “paesaggio interiore”. E per questo mi ha fatto piacere rilanciarlo, in questo sito.
    Naturalmente potrebbe – come dire? – essere buona la seconda. E l’effetto doversi semplicemente al “ricordo”, all’infanzia, eccetera.
    Teti me lo ero già appuntato quando lo postasti qualche mese fa, in facebook. Non l’ho ancora preso, in compenso ho letto una recensione che mi pare buona e ho trovato molti punti in comune tra il suo modo di interrogarsi sui luoghi e il mio. La persistenza, il doppio, il doppio del doppio (io vado spesso in vacanza a Rossano Calabro che è, appunto, triplice, quando non quadruplice per via d’un villaggio turistico che poi è stato venduto in unità immobiliari ai privati e viene chiamato “il residence”). Quindi ti ringrazio molto della segnalazione.

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  4. Una Loppa

    Cara Fiammetta, dal Carburo di Calcio, che nella fornace diventa combustibile per la ghisa (credo), all’argento, metallo prezioso. Che dire, se non grazie?
    Non solo per il fairplay e l’eleganza.
    E’ la gratitudine verso i maestri, che spiazza gli scolaretti ( a posteriori)
    Per il ricordo di Anna Costanza, è bello che lo stigma della memoria, non abbia prodotto loppe, ma qualcosa di tenero, ma che dà buoni getti.

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