Archivi categoria: Storia di uno sguardo a puntate

Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (seconda parte)

di Fiammetta Palpati

[Nella rubrica Storia di uno sguardo, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi nei quali ho scelto di vivere – Amelia e i colli amerini – e che ospitarono il primo esperimento residenziale di Raccontare il paesaggio. Nata per rendere familiare ai partecipanti le località che li avrebbero ospitati, la rubrica è rimasta un laboratorio personale sul quale misurarmi sulla narrazione dei luoghi, sullo sguardo che crea il paesaggio, sul complesso rapporto tra parola e immagine. fp].

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C’è una macchia chiara nel mio paesaggio verde. Una chiazza biancastra, che si dilata e si restringe, ma rimane là ostinata, se non indelebile almeno persistente, come la plastica, come la luce del giorno.

Una mattina di agosto inoltrato; presto, quando l’aria è ancora lattiginosa, densa di umidità salubre; una data variabile – ma che sempre cade di domenica – un moto innerva le mie colline, appena sotto la cortina che le riveste: la lecceta, gli olivi, gli incolti, e una schiera e l’altra delle nuove abitazioni di questa prima campagna amerina – così nel gergo immobiliare – di questa ruralità urbanizzata. Sono segnali generici, piccole alterazioni subito riassorbite dall’immobilità domenicale: una finestra che si illumina – giusto il tempo necessario ad alzarsi e vestirsi in fretta; una porta chiusa con cautela – per non svegliare il resto della famiglia; l’avviamento di un motore; un paio di abbaglianti, isolati, lungo la statale che improvvisamente svoltano in basso, verso la chiesetta di Santa Maria, senza nemmeno segnalare perché la strada è deserta. Movimenti di per sé insignificanti, se non convergessero tutti nel medesimo punto, nel medesimo tempo.

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Storia di uno sguardo, 10 / La strada bianca

di Fiammetta Palpati

[Storia di uno sguardo è una rubrica che raccoglie una serie di lavori nei quali racconto molto soggettivamente – diciamo pure che interpreto – i luoghi di cui è fatta la distanza tra la città dove sono nata e vissuta – Roma – e quella dove vivo, e dalla quale ho cominciato a interrogarmi sul paesaggio: Amelia. Con questa seconda breve video narrazione – che a quegli scritti si richiama, e realizzata in collaborazione con Arianna Ulian, musicista e sound designer – accosto semplicemente parola, immagine, voce e suono nell’intento di invitare lo spettatore a seguirmi, e a guardare tutto con eguale disposizione d’animo: i campi come le cime dei monti, le cime come le ciminiere, i barattoli, i tubi, i campanacci. fp].

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Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Cantiere Soratte

di Fiammetta Palpati

[Ancora per Storia di uno sguardo, rubrica dedicata ai luoghi che ospiteranno il laboratorio Raccontare il paesaggio, e che raccoglie brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – attraverso il mio personalissimo sguardo, è la volta di un video. fp].

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In questo breve filmato ho voluto sperimentare la possibilità di accostare al testo, alla voce che lo legge (la mia), anche delle immagini. Quello che avevo in mente era di usare non tanto fotografie o rappresentazioni che dessero conto di quello che nel testo dicevo o evocavo, quanto di presentare quei materiali che in momenti e luoghi diversi, lo avevano stimolato: incuriosendo, distraendo, cullando, infastidendo. Insomma un tentativo di video non documentale ma che ci auguriamo possa contribuire alla riflessione sulla relazione tra parola e immagine che, negli ultimi mesi, anche attraverso questo blog, abbiamo sollecitato.

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Raccontare il paesaggio, laboratorio di scrittura

Storia di uno sguardo a puntate, 8 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (prima parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero, sono nel mio personalissimo paesaggio. fp].

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Perché un pezzo che racconta del paesaggio tra Amelia città e la sua prima campagna, di una sagra paesana, di gente che va e che viene in ore antelucane lungo una strada sterrata, di macchine lasciate lungo il ciglio o infilate a spina tra un olivo e l’altro – ruote in bilico, aglio selvatico, parafango all’insù, – di due donne che attraverso una siepe mi chiedono dei soldi per il comitato festeggiamenti, di un prete nero che predica tra i tavoli – non v’accorgete di quanto stiamo bene così, tutti insieme? – e allora le teste si alzano dal piatto – il tovagliolo, alla svelta – e fanno sì, sì, con la bocca piena. E il prete nero sorride. E anche loro sorridono. Un pezzo – dicevo – in cui da lontano, dalla mia finestra, vedo una “Sala del regno” con un muro così bianco da essere luminescente – dico: perché un pezzo simile dovrebbe chiamarsi “Bianca folla di farina”?
Non lo so ancora. Ma sospetto che un motivo ci sia.
In questi giorni, dacché vado scrivendo questi pezzi che non so bene cosa siano – forse fette di mio paesaggio e nient’altro – faccio caso alle coincidenze – ai fatti che coincidono nel senso che diamo loro.
Per esempio, mentre scrivevo di Tilde – la donna dalla quale ho acquistato la casa ed ereditato le scarpe da sposa della nuora – è capitato che friggessi delle patate.

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Storia di uno sguardo a puntate, 7 / Terrazze, corridoi e altre fette di paesaggio

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero. fp].

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Or che mi cinge tutta la tua distanza
sto inerme dentro un’unica sera
da Distanza, A. Zanzotto, Dietro il paesaggio, 1951

Ad Amelia comprammo la prima casa visitata, nonostante fosse, con ogni evidenza al di sopra dei nostri mezzi, e solo perché era bella – di una bellezza del tutto priva di funzionalità – e in lungo abbandono.

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Storia di uno sguardo a puntate, 6 / Sullo sfondo delle mura

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. La fotografia qui sopra è di Roberto Della Portella. fp].

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Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio
qui volgere le spalle.
da Ormai, A. Zanzotto, Dietro il paesaggio, 1951

Cinque strade portano ad Amelia, e cinque, naturalmente, se ne allontanano; si innestano in reti maggiori – sulle regionali, sulle statali; la sesta va a Macchie, e lì finisce – ma qui si entra in una specie di leggenda paesana che, per ora, tengo da parte.

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Storia di uno sguardo a puntate, 5 / Torri, asparagi e viandanti: ancora incontri lungo la via Amerina

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

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«Dentro le mura, lungo le terrazze, ci sono gli orti.»
Mi era rimasta questa fantasia.

Poco oltre la metà della provinciale per Amelia, quello stesso giorno – o forse fu un giorno diverso, non rammento se non che era pomeriggio – ci fermammo a visitare un altro immobile in vendita, da recuperare. Un piccolo casolare – di quelli dati a mezzadria prima e in fitto dopo – in parte diroccato, tra l’erba alta. Come se ne incontrano diffusamente e fanno malinconica – e quindi paesaggisticamente bella – la campagna. Mi pare che avesse una torretta – una colombaia – ma non ne sono certa. Certo è che la pietra era nuda. E quello fu il primo chiaro segnale che avevamo passato il confine.

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Storia di uno sguardo a puntate, 4/ Roma-Amelia e ritorno, passando per Orte (seconda parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

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Dunque, dicevo al principio, che entrammo in Umbria dalla via Amerina.
Di quel paesaggio collinare posso enumerare gli elementi, ma non disporli in modo significativo: boschetti, vigne, oliveti, campi, pascoli, querce, stivali, pruni, fossi, conserve di frutta, conigliere, ponticelli, assi, fienili, stalle, fagiani, trattori, casali in pietra, scale, benzina agricola, galline e galli a passo d’uomo.

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Storia di uno sguardo a puntate, 3 / Roma-Amelia, passando per Orte (prima parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. La fotografia qui sopra è di Marcello Paolocci. fp].

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Arrivai ad Amelia la prima volta a metà pomeriggio di un sabato, dopo un pranzo che si era protratto in chiacchiere in un ristorante di campagna in fondo a una piccola valle – non dico agriturismo perché di turistico c’era davvero poco. Mio marito e io venivamo dalla delusione di aver visitato una casa in vendita a Orte: un rudere di blocchetti di tufo su un terreno ripidissimo, in alto a sinistra i piloni del viadotto della superstrada, in basso a destra la ferrovia. Nell’andarcene, alla svelta, imboccammo casualmente la via Amerina. In macchina, naturalmente.

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ape car

Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

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Anna scrive di sé bambina, di un viaggio a bordo di un’Ape Piaggio, da un paese arroccato sulla montagna verso l’ospedale di Terni. Parla dei tetti argentati di Terni. E io mi domando se il paesino arroccato da cui scendeva non fosse Papigno, o Piediluco, o Marmore. O forse Cesi. Ma è Papigno il punto – l’unico che io conosca – dal quale ci si può formare l’immagine di una Terni dai tetti argentati. Ché diverse cose sono dette per solito di questa città non brutta – non bella – ma nessuna, mi pare, altrettanto insolita, penetrante e poetica di questa. L’argento dei tetti lo si può apprezzare solo da quella prospettiva, dalla via Curia che scende rastremando la costa ripida e rocciosa del burrone. È in quel momento – alla mia esperienza – che la verticalità diventa la dimensione dominante.

E il dominio dei tetti a valle. Che sono perlopiù comuni tetti industriali di un distretto industriale: lamiere e cemento. Ma è dalla tonalità spenta della roccia calcarea, dal fiume gelido, dall’umidore della cascata, dalla centrale elettrica, dalle archeologie delle fabbriche di carburo di calcio, che nasce l’argento. E che si estende ai tetti. (Certo poi si potrà dire – come tutti dicono – città dell’acciaio)

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