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Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

di Fiammetta Palpati

Anna scrive di sé bambina, di un viaggio a bordo di un’Ape Piaggio, da un paese arroccato sulla montagna verso l’ospedale di Terni. Parla dei tetti argentati di Terni. E io mi domando se il paesino arroccato da cui scendeva non fosse Papigno, o Piediluco, o Marmore. O forse Cesi. Ma è Papigno il punto – l’unico che io conosca – dal quale ci si può formare l’immagine di una Terni dai tetti argentati. Ché diverse cose sono dette per solito di questa città non brutta – non bella – ma nessuna, mi pare, altrettanto insolita, penetrante e poetica di questa. L’argento dei tetti lo si può apprezzare solo da quella prospettiva, dalla via Curia che scende rastremando la costa ripida e rocciosa del burrone. È in quel momento – alla mia esperienza – che la verticalità diventa la dimensione dominante.

E il dominio dei tetti a valle. Che sono perlopiù comuni tetti industriali di un distretto industriale: lamiere e cemento. Ma è dalla tonalità spenta della roccia calcarea, dal fiume gelido, dall’umidore della cascata, dalla centrale elettrica, dalle archeologie delle fabbriche di carburo di calcio, che nasce l’argento. E che si estende ai tetti. (Certo poi si potrà dire – come tutti dicono – città dell’acciaio)

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J. W. Smith, Papigno e la Nera che scorre verso la valle di Terni

Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

Un marciapiedi stretto – in centro – tra i palazzi storici delle banche locali, delle fondazioni e i parallelepipedi multipiano anni Settanta – specie di pilastri ficcati nei buchi delle demolizioni post belliche – quando si dice che la città fu distrutta dai bombardamenti. Niente di straordinario. Solo un abitare e un vendere, e garage che mi rallentano – spostano l’ottica lateralmente, a chi sbuca accelerando, dalla rampa, coi fari accesi. Sfioro le vetrine sapendole già; ce le ho nella memoria, nella rappresentazione di questo luogo già attraversato senza amore né nostalgie – da ospite funzionale quale sono. Faretti a led, colori scompagnati degli ultimi saldi e saracinesche ispessite dalla mota urbana – quelle che al 31 di dicembre hanno restituito la partita iva. Tiro dritta evitandomi l’imbarazzo di assistere a spostamenti inconcludenti – a braccia conserte – tra la cassa e lo scaffale; a occhiate malevole, lanciate con la cupidigia triste e digiuna di fine gennaio, verso la mia sagoma frettolosa, stretta e diritta nella fretta, nella borsetta, nel denaro che ho già deciso di lasciare in uno di questi negozi – esercizi commerciali. Poi una tonalità calda lambisce lateralmente il mio campo visivo. Rallento il passo: ciliegio, nocciolo, radica di noce; un filino d’oro scuro, il nero opaco nel finto buco dei tarli, la carta cremosa degli acquerelli, o dei passepartout verde bosco, bordeaux, vellutati. La vetrina del corniciaio.

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