Storia di uno sguardo a puntate, 7 / Terrazze, corridoi e altre fette di paesaggio

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero. fp].

(leggi la puntata precedente)

Or che mi cinge tutta la tua distanza
sto inerme dentro un’unica sera
da Distanza, A. Zanzotto, Dietro il paesaggio, 1951

Ad Amelia comprammo la prima casa visitata, nonostante fosse, con ogni evidenza al di sopra dei nostri mezzi, e solo perché era bella – di una bellezza del tutto priva di funzionalità – e in lungo abbandono.

Col tempo, e soprattutto con gli sforzi, ridimensionammo quel lungo. In campagna gli edifici degradano in fretta; soprattutto quelli singoli – gli indipendenti del gergo immobiliare – le cui mura non condivise devono tenersi in piedi da sé, non poggiando ad altro che sulle fondamenta. Inselvatichiscono e presto vengono fagocitati, inglobati, digeriti in un processo organico. Quello che rimane di indigerito credo che si possa dire entropia. Sull’impressione che l’assenza di un presidio umano acceleri questo processo preferisco invece tacere; e non mi riferisco alla manutenzione, ma proprio al respirarci dentro. Ma vorrei evitare di sconfinare in ridicole pose neo esoteriche.

Come descrivere – senza sembrare un imbonitore o una guida turistica – quella bellezza, che era del villino e di quello che c’era intorno (e l’una in discontinuità con l’altra dal momento che si trattava di una costruzione decisamente eccentrica rispetto alle tipicità locali)? Bah. Era un pomeriggio, di febbraio – l’11 per la precisione, lo ricordo perché è il giorno in cui Bernadette ebbe la prima apparizione della Madonna (e la Madonna – con la quale strinsi patti unilaterali da lei puntualmente disattesi – ha la sua parte in questa storia). Lo ricordo per questa ricorrenza, dicevo, e perché risultò essere il giorno di nascita della proprietaria dell’immobile che avrei acquistato. Questo lo appresi dai documenti della compravendita che avvenne per procura attraverso i figli, quando lei era già ricoverata in una casa di riposo. E quando Clotilde, o Tilde – questo il diminutivo che trovammo sulle stampelle nell’armadio, sul libro della messa, sulle cartoline viaggiate – morì, pensai che probabilmente non aveva mai saputo che io avevo ereditato parti della memoria che stava perdendo; poiché c’erano oggetti, effetti molto personali, in quella casa, che non ho pagato e di cui ho dovuto decidere quale fine dovessero fare.
Comunque. Torno all’impressione della prima visita, al paesaggio, eccetera. Dicevo che era tutto bello e pittoresco come le cose belle e in disfacimento di un’epoca passata sulla quale si può vagheggiare a piacere. A vincere il buon senso poi, furono dei particolari precisi, anche se trascurabili.
Era pomeriggio. Tutte le stanze avevano gli scuri chiusi – serrati. La luce, quindi, filtrava dalle fessure del legno, dalle crepe dell’intonaco, attraverso l’intreccio di foglie e fiori in ferro battuto della grata che si spalancava sul cortile e sull’oliveto. Una luce torbida di polvere che tagliava il tavolo del salone dove erano accatastati piatti, bicchieri, cornici, vasi, lampade risalenti almeno un secolo prima e in parte già nella carta da giornale; poi colpiva, radente, la seduta sgonfia del divano e finiva sul tavolino basso, di fronte, sul numero della Settimana enigmistica col mozzicone di matita nel mezzo e il gioco rimasto a metà.

Mi incuriosì anche la dispensa transitabile – tra la cucina e uno dei tanti disimpegni intorno a cui si aprivano stanze, ripostigli, scale, cantine. Dalla dispensa transitabile entrai e uscii, per il semplice gusto di entrare e uscire. La casa era tutto un sistema di anditi, di locali che preannunciavano il nucleo dell’edificio e poi, labirinticamente, lo rimandavano, lo allontanavano. Finché non uscimmo sulla terrazza.
Era un grande lastrico solare, al primo piano; completamente vuoto. Tutto il lato sinistro toccava il bosco – un bosco selvatico e domestico insieme – una macchia scura e indistinta che penetrava la ringhiera con i rami. Noi schiacciavamo le ghiande secche nonostante i passi esitanti – estatici – verso l’affaccio.
Gli altri lati del terrazzo, invece, erano completamente aperti – esposti da est a ovest – e proseguivano girando intorno all’edificio verso nord, lungo la parete dove i mattoni rimangono più freschi, anche d’estate, e ai quali mi appoggio la sera, quando mi va di cercare la stella polare, tra i fili del telefono, quelli della luce, e la roccia affiorante dalla collina.
Sotto di noi si distendeva il campo che sarebbe diventato nostro, simile a quelli contigui – soltanto un po’ più trascurato: un declivio lento tra tronchi di olivo leggermente contorti e qualche frutto più giovane – un’antica varietà di fichi e di prugne, e soprattutto viscioli che crescono spontanei; un rettangolo di terra dove l’erba era più grassa – ricacci di bieda, piedi di carciofo – e che segnalava la concimazione non remota di un orto; il tetto del pollaio con i coppi spostati e il cortile – così signorile e così malandato che a svellere le zampe di leone delle panchine o il travertino dai gradini, erano le giunchiglie e la malva. Tutto intorno – cioè più lontano – erano colline distinguibili dalle tonalità: macchie che sbiadivano nella lontananza, scurivano nell’ombra. Infine riconoscemmo Amelia – almeno la sua parte più riconoscibile, più identificabile: con enfasi indicammo la sommità, la cattedrale, le cupole, la torre, e il tetto del palazzo vescovile.
Era un paesaggio ed era tollerabile.

C’è sempre una difficoltà nella descrizione di un luogo: quella di perdersi nell’infinità dei dettagli, e quella, forse maggiore, di voler trovare il dettaglio che li riassume tutti; l’aspirazione a il paesaggio dei paesaggi, quello più autentico, originario. L’ur-paesaggio – mi si passi la forzatura.

In dieci anni quello che vedo dalla terrazza è cambiato. È cambiato in sé: adesso, per dire, c’è un edificio nuovo, il cui frontespizio gareggia in visibilità con quello della cattedrale, ne richiama addirittura la sagoma; è una palazzina rivestita di una pietra porosa, gialla; ci abita qualcuno; qualcun altro – un dentista – ci lavora – c’è l’insegna; al pian terreno c’è un ristorante con una grande sala a veranda, di quelle che vengono approvate con mille cavilli dalla commissione edilizia – ma alla fine vengono approvate perché provvisorie. Provvisoriamente, di anno in anno, avanza verso la strada, rinuncia a un pezzo di parcheggio e guadagna in copertura.
Ogni volta che un edificio fatiscente viene demolito a favore di una nuova costruzione, la cubatura, nei fatti, decuplica. So come si fa, ho visto molti progetti per cui da una stalla riesce a ricavarsi una bifamiliare. Si sfrutta il piano in pendenza. L’interrato diventa seminterrato. Il vano scala non cuba. Il sottotetto – la torretta – neanche. Dalla mia casa avrei potuto ricavare una quadri familiare e vivere di rendita. Non ne faccio una questione morale, non mi sento migliore di altri – sto solo in una posizione più felice (o più infelice, dipende) per cui vedo molto. E comunque dico che guardare è relativamente facile. Lo è meno il guardarsi guardati. (e ad ogni modo, anche volendo, adesso è tardi per vendere qualsiasi cosa).
Comunque, quando si compra casa, bisogna ragionare come quando si sceglie un posto in treno. Guai a mettersi in uno scompartimento vuoto: alla fermata successiva si viene costretti a restringersi, a togliere le proprie cose e far posto alle valigie di avventori che non si sono scelti – magari invadenti, maleodoranti, maleducati. Meglio sistemarsi nel posto che si è appena liberato. Non sarà, magari, l’ideale: il bracciolo è occupato dal vicino, il dirimpettaio pretende di allungare le gambe, o tiene la suoneria del cellulare alta. Ma almeno non si avranno sorprese. Il paesaggio, quello è. E si può sempre guardar fuori dal finestrino.

In questi dieci anni, inevitabilmente, a cambiare sono stata soprattutto io.
Il bosco sul quale allungo la mano non è un’indefinita fonte di selvaggio. Ora distinguo l’umidità, la frescura, la pietra che disgrega in continuazione e rotola, rotola, rotola. Ora aspetto il cuculo, sento l’alzarsi degli uccelli dall’abbeveratoio di acqua piovana; e conto i colpi di fucile fino al frullo finale. Posso contare le querce lungo i fossi, o i cipressi del campo santo dove ho seppellito mia madre. Posso camminare – curva – nella macchia di leccio – districarmi in quei dorsi che – dalla terrazza – paiono cuscini verde intenso, senza sfumature: neri e senza aria.
Tra questi e l’ultima catena di monti, al disotto del cielo che chiude il mio paesaggio c’è una certa distanza. Lo capisco da come si riflette la luce. C’è un vuoto – un vuoto piano. Talvolta è da lì che sale la caligine, o l’umidità.
Dalla casa io non vedo la valle del Tevere che ho risalito, dieci anni fa. Né la strada da Orte. Le mie colline – quelle che percorro a piedi, sulle sterrate, da cui sento il latrare dei cani, e l’odore d’arrosto alla domenica – le schermano. Vedo però oltre. Un altro insieme montuoso, che non riconosco immediatamente. Ha un contorno diverso, fatto di linee più concave. Concava è la cima – la bocca del vulcano collassata ed erosa – il bacile freddo del lago di Vico, sui Monti Cimini.
Vedo i bagnanti nuotare tra i gorghi. Per ogni displuvio ricoperto di castagni, tappezzato di ricci, io vedo la singola colata di lava, lenta e incandescente; vedo i noccioleti espandersi dalle pendici fino al piano, come il magma nel quale affondano.

Non ci credevo. Ho comprato una cartina a rilievo, ma non credevo che sarei stata capace di vedere la forma della terra. L’ho posizionata in orizzontale all’altezza dei miei occhi e ho sovrapposto il profilo. Combaciava. Sono stata presa da un’euforia puerile. Ho pensato: benedetta sia l’altezza – ma anche la profondità. Quindi parliamo solo di distanza. Dalla mia terrazza – anzi, faccio un passo indietro e dico: dalla stanza dalla quale, aprendo la porta finestra, io esco sulla terrazza (e dalla quale ho fatto il mio primo pensiero vivace di morte) – vedo soprattutto tanto cielo. Oltre il cielo del mio paesaggio c’è il mare Tirreno, le spiagge basse della Maremma, e a sud, e a est – il mio lato sinistro coperto dal bosco – il Soratte, la Sabina, e giù giù: Roma. Invisibili ma nominabili.

* * *

6 pensieri su “Storia di uno sguardo a puntate, 7 / Terrazze, corridoi e altre fette di paesaggio

  1. Ma.Ma.

    Bel testo: lo si divide per forza in due, lo fai tu con lo stacco. Se posso: la prima parte è un racconto molto bello. Mi è piaciuto più di tutto il resto. Ho visto questo animale morto riprendere poco a poco vita. Con tanto rispetto, con lenta conoscenza. Ho percepito i silenzi, le assenze, la medicazione delle parti ferite, la reciproca accettazione. Mi è proprio piaciuto. La seconda parte è altro, più simile ai precedenti testi, belli, eh, ma questa prima parte lo è per me di più.

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  2. Ma.Ma.

    Sì, tutta la prima parte: dalla poesia a “tollerabile”. Io lo sento tantissimo. Come fosse un altro registro. E mi piace. Mi piace proprio come racconto a sé stante.

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  3. Francesca Zammaretti

    Vorrei entrare, spero in punta di piedi, nella vostra discussione.
    Inizialmente gli stacchi percepiti da Ma.Ma. non li avevo sentiti.
    Poi mi sono detta che se lei li aveva uditi, gli stacchi dovevano esserci (qualcosa che ha a che fare con la verità oggettiva e la verità soggettiva, ma non vorrei perdermi) e mi sono chiesta cosa potessero essere.
    Ho pensato che potessero essere effetti diversi sulle sue emozioni prodotti da quello che vedeva spostandosi nelle stanze o affacciandosi dalle finestre in punti diversi, come se il paesaggio interno ed esterno alla casa risuonasse dentro di lei (scusate intendo dentro l’osservatrice, ovvero Fiammetta), con accordi diversi.
    La voce narrante è sempre la stessa, ma il tono però è a volte dolce, a volte incrinato, a volte infastidito (per esempio da quell’insegna inopportuna).
    Come se il paesaggio con la sua forza evocativa, potesse modificarci, almeno per quanto riguarda gli stati d’animo.

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  4. Valentina

    Com’ è personale la lettura…non finirò mai di stupirmi.Leggevo ora il commento di Ma.Ma e mi trovo completamente all’ opposto del suo giudizio.La seconda parte del racconto è per me la più bella.La durezza (?) del presente,quello che rimane del vecchio paesaggio,lo sguardo nuovo con cui guarda quel mondo,beh, l ho adorato.E di più, mi piace la malinconia (che forse è tutta mia).con la quale si coltivano i ricordi.

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  5. Pingback: Storia di uno sguardo a puntate, 8 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (prima parte) | Raccontare il paesaggio

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