Raccontare il paesaggio, laboratorio di scrittura

Storia di uno sguardo a puntate, 8 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (prima parte)

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero, sono nel mio personalissimo paesaggio. fp].

(leggi la puntata precedente)

Perché un pezzo che racconta del paesaggio tra Amelia città e la sua prima campagna, di una sagra paesana, di gente che va e che viene in ore antelucane lungo una strada sterrata, di macchine lasciate lungo il ciglio o infilate a spina tra un olivo e l’altro – ruote in bilico, aglio selvatico, parafango all’insù, – di due donne che attraverso una siepe mi chiedono dei soldi per il comitato festeggiamenti, di un prete nero che predica tra i tavoli – non v’accorgete di quanto stiamo bene così, tutti insieme? – e allora le teste si alzano dal piatto – il tovagliolo, alla svelta – e fanno sì, sì, con la bocca piena. E il prete nero sorride. E anche loro sorridono. Un pezzo – dicevo – in cui da lontano, dalla mia finestra, vedo una “Sala del regno” con un muro così bianco da essere luminescente – dico: perché un pezzo simile dovrebbe chiamarsi “Bianca folla di farina”?
Non lo so ancora. Ma sospetto che un motivo ci sia.
In questi giorni, dacché vado scrivendo questi pezzi che non so bene cosa siano – forse fette di mio paesaggio e nient’altro – faccio caso alle coincidenze – ai fatti che coincidono nel senso che diamo loro.
Per esempio, mentre scrivevo di Tilde – la donna dalla quale ho acquistato la casa ed ereditato le scarpe da sposa della nuora – è capitato che friggessi delle patate.

Per non fare cattivi odori in casa io friggo all’esterno, nella veranda. Ho allestito un fornello da campo su un ripiano incassato nel muro, appena fuori dalla cucina, proprio sotto alle ceramiche della mia fede popolare – santi, madonne soprattutto, il Castello Massimo della mia amata Arsoli, dove sono nata una seconda volta, persino un pace salute e cortesia a chi entra in casa mia. Comunque. Le patate andavano, e io facevo la spola tra la padella e il camino dove riattizzavo il fuoco. Era una giornata fredda ed ero intabarrata in una vestagliaccia. A un certo punto, mentre giravo le patate che finivano di abbrustolirsi, ho notato un omone che si aggirava dalle parti del cancello. Cioè, non è che si aggirasse proprio. Se ne stava a qualche passo dalla rete e guardava in aria. Non so bene come spiegarlo. Il fatto è che era grande e grosso, proprio. E con un barbone folto, scuro. Ma il modo in cui si avvicinava al confine della mia proprietà e poi faceva un passo indietro, stringendosi nel giaccone da lavoro – le mani nelle tasche; e come scuoteva la testa – a dissuadersi dal restare, ma anche dall’andare – e poi tornava ad alzare il mento e guardare all’insù, alla casa – il suo lato posteriore toccato dal bosco, e quello anteriore della facciata, del cortile col pozzo e i travertini anneriti dal muschio. E come poi, nuovamente, i suoi occhi andavano al tetto largo e scivolavano placidi sui coppi appena scheggiati, colonizzati dai licheni gialli e dai nidi, e seguivano i rami nodosi delle querce che spezzavano il cielo e scomparivano nel fumo del comignolo. E alla mia aiuola; alla mia palma – le palme che un secolo fa facevano giardino – che ondeggiava rumorosa, e grondante acqua, al vento e ai passeri – indefessi nidificatori tra strati di foglie morte e dure come saggine – facendone cadere alcune, ogni tanto, con un crepitante fracasso. Insomma una sequenza di espressioni – sue, del ragazzone – attraverso le quali io vedevo tutto questo in una specie di lente. E poi i movimenti che non avevano a che fare con quel corpo lì – chiuso negli abiti da lavoro – con quel momento in cui lui finiva il turno e io preparavo il pranzo, ma con qualcosa di altro che stava dentro quel corpo, o che c’era stato, o che stava cercando di tornare a essere. E gli occhi che – seppure io potessi vederli solo da lontano – ne sono certa: brillavano di un qualche piacevole dolore. Dolore di ritorno.

“Cerca qualcuno?”

Io brandisco la schiumarola.
Lui si schermisce. Fa un passo indietro. Ma non si gira, non se ne va. Poiché la mia voce non è minacciosa. C’è qualcosa di invitante nella mia voce – o forse è l’odore familiare delle patate pronte. Gli faccio cenno di avvicinarsi. Lui scuote la testa – anzi no: le spalle – e fa un passo avanti, nel brecciolino mollo di questo piovoso inizio di marzo.

“È che questa è la casa di mia nonna.”
“Nonna?”
“Tilde. Era mia nonna.”
“Venga giù”. Spengo il fornello. Le patate rimangono a galla nell’olio.
Ha i piedi grossi e scarpe da lavoro. Da turno di domenica.
“Sono il figlio di Giorgio. Sono passato altre volte. Io qui ci sono cresciuto. Sa, l’estate… questa era la vera casa di campagna. Ma adesso è tutto diverso.”
Io annuisco. Rammento stralci di una storia che mi fu raccontata quando Giorgio era morto da pochi giorni – e seppellito qui, ad Amelia; una storia sui suoi figli – che non erano figli suoi, ma della moglie, anzi della compagna – e che non avevano diritto all’eredità, o avrebbero dovuto lasciare la casa in cui vivevano; non ricordo bene cosa, come fosse la questione. Non so, ma della storia ricordo soprattutto il fastidio che provai nell’ascoltarla. Sicché mi limito ad annuire, ripensare la storia fastidiosa e guardare lui, questo ragazzone che non ha modi da operaio. E capisco che sono i modi di uno sradicato.

Passeggiamo nella mia casa – un po’ come si visita un museo. Io in vestaglia. Lui con la tuta da lavoro.
È tutto cambiato, ripete lui. Io taccio. Non trovo il coraggio di dirgli la fatica che ho fatto affinché non cambiasse nulla, o almeno pochissimo. Lo ascolto parlare della palma – una palma da dattero i cui datteri non giungono mai a maturazione e quando sono sfiniti si spaccano e lasciano sul piazzale un letto di semini marroni che a schiacciarli fan rumore e sporcano; raccontare come fosse stata piantata quando era nato suo padre.
“Giorgio?”
“Ci avevo tre anni quando mamma s’è messa con Giorgio. Per me è papà.”
Ma che ne sa, lui che neanche era nato, di una palma piantata per la nascita di un padre che nemmeno era il suo?
E invece prosegue. Prende a dire dell’abete messo a terra dopo il primo Natale di suo zio – lo zio che poi lo avrebbe cacciato di casa – e che adesso non c’è più perché s’ammalò dalle radici e fummo costretti ad abbatterlo. Al suo posto c’è, invece, oggi, un noce. A volere il noce è stato soprattutto mio marito, convinto che in campagna un noce non debba mancare – che il noce gli ricordava le estati in campagna, al paese. E aveva insistito affinché lo piantassimo. E ad ogni nuova stagione ripete che le noci se le godranno i figli perché è un albero splendido ma lento a crescere. Non lo sa, mio marito, che le varietà che circolano oggi nei vivai crescono in fretta. Il nostro è incredibilmente cresciuto – e sta proprio nel mezzo di quello che era stato il viale d’accesso alla villa.

L’ingresso, innanzitutto, indica lui – il ragazzone di cui ignoro il nome – è stato spostato. Confermo: si entrava da lì. Dalla siepe? Sì. Dal pitosforo dei vicini.

Ecco, il pitosforo.
Era andata così. C’era stata – ma prima del nostro arrivo – una compravendita, uno scambio di terreni, di cubature, cambio di destinazione d’uso, servitù di passaggio, eccetera, eccetera, che deve aver fruttato un po’ di quattrini e che aveva consentito la costruzione, intorno alla nostra, di altre villette e l’ampliamento di quelle vecchie e la conseguente necessità di tracciare una strada nuova e spostare i passi vecchi. Solo per questo motivo, cioè grazie alla lottizzazione dell’intera collina, noi potemmo permetterci l’acquisto del palazzo (così sull’etichetta delle chiavi), bello e cadente. A un certo punto – nonostante avessimo messo un cancelletto pedonale sul confine a monte, e un altro carrabile in fondo al campo di pertinenza – chi veniva a trovarci (e talvolta noi stessi, per pigrizia, o abitudine) preferivano il vecchio ingresso che attraversava l’attuale proprietà dei vicini. Finché questi – esasperati a mio parere, non tanto dall’andirivieni, quanto da una sorta di resistenza al cambiamento che sembrava provenire dal luogo stesso, dalle case, dalla collina – una bella domenica si sono messi in quattro a lavorare (uno zio muratore venuto appositamente con cazzuola e ballini di cemento a pronta, e i tre maschi della famiglia) e in una giornata hanno tirato su un muretto e una rete. Con la bella stagione poi hanno riempito tutto col pitosforo. Irrigandolo e fertilizzandolo sistematicamente affinché crescesse in fretta. Questo per separare il casone grande – giallo giallo – con cui avevano ampliato, ma di fatto sostituito, quello che originariamente erano stati l’alloggio del contadino e le stalle. Adesso non si capisce bene cosa sia, cioè in che rapporto sia – se non in un rapporto di vicinanza – questo casone giallo quarzo con la mia, di casa, alla quale continua ad essere collegato idealmente con vialetti, pergolati, memorie, e diviso da una siepe di pitosforo.
Il pitosforo fa un profumo delizioso in estate. Tiene lontane le zanzare.
Anche io, la prima volta, sono entrata dal lì. Dal pitosforo. Sicché la prima immagine della mia casa, frammentata dall’intrico di un pergolato escresciuto abnormemente intorno ai fili di ferro tesi su gran parte del cortile, pieno di nidi di vespe e tana di serpi che mi guizzavano sulla testa e che ho letteralmente presi a badilate, è da lì, da quella prospettiva eccentrica. Se voglio recuperarla devo mettermi in un angolo morto – cieco – del giardino – un vialetto che non è più un vialetto perché finisce contro una rete – salire il gradino di cemento aggrappandomi alla rete, appunto, schiacciarmi contro il pitosforo, e guardare.

Il mio ospite ed io visitiamo una ad una tutte le stanze, i corridoi, i sottoscala, le cantinole. Lui riconosce tutto e tutto nomina. Mi accorgo che anche le piccole modifiche che ho fatto lo squassano. Ma che, passo dopo passo, si va abituando. Le trova tutte migliorie.
Un’apertura tra la cucina e il soggiorno, per esempio.
Noi ci venivamo a giocare a carte di pomeriggio – dice – perché è la parte più fresca della casa. Rido, faccio sì sì – anche io mi rifugio qui durante la canicola; a riposare in penombra; e leggere Guareschi, o Morselli, inconciliabili letture estive. Le nostre mappe si stanno sovrapponendo. Lui riconosce, indica e nomina, in una specie di archeologia dei ricordi, la ringhiera di legno a cavalcioni della quale lui e suo fratello si lasciavano scivolare, mentre ai miei figli è stato impedito per evitare di nuocere a una cosa bella e delicata – abbiamo vissuto così: un po’ ingessati in una bellezza che non potevamo permetterci; la cameretta con i letti a castello dove adesso c’è il lettino singolo del mio primogenito che però – in verità – sarebbe uno dei letti gemelli che erano nella camera grande – quella assegnata alla mia secondogenita e nella quale sua madre e il suo patrigno giacevano senza vincoli matrimoniali. Nell’altra, dice – l’altra stanza da letto grande, la mia, quella dove mi sono concessa la prima immaginazione vivace, cioè vivida, completa, di morte – dormiva la nonna.
Tilde.
Ma di Tilde io ricordo, in quella stessa camera, un lettuccio sommier, di lei bambina nata nel 1911, ancora conservato in un angolo, a mo’ di divanetto e con il cinz sbiadito. E so, per averlo letto negli atti notarili, che questa casa era stata costruita da suo padre ma subito appartenutale. Lei, allora diciottenne, nel giorno dedicato al miracolo – e al dogma – dell’immacolata concezione a cui viene intestato un villino costruito da suo padre ingegnere che cedette al gusto eclettico dell’architettura civile degli anni Venti. Ci sono i suoi libri di studio, in francese, di giovanetta di buona famiglia, il suo corredo. I libri sui quali ha annotato la solitudine, o conservato le attestazioni di amicizia, i biglietti di omaggio. La vita riservata di una donna separata. Una signora – tutti me ne hanno parlato così. Pare che suo marito vivesse con un’altra donna non distante da qui. Allora, quando vidi il lettuccio sommier, a mostrarmi la casa c’era suo figlio – il figlio alfa, quello che doveva chiudere i conti e stare con i piedi per terra – lo ziastro di questo ragazzone che ho accanto ora. Ci faceva strada, stringendo un cacciavite in mano: c’era sempre qualcosa che si incastrava, non si apriva, o se si apriva veniva giù. Diceva di essere stanco – lui, l’unico a tenere la casa nel suo cadere, quello a cui toccava di tagliare i fili in corto e allacciare ponti mobili penzolanti lungo le pareti crepate o i solai pericolanti, mentre il resto della famiglia, dei villeggianti, si godeva la fioritura dei gigli.
Si moltiplicano, i bulbi, nella terra. E bellamente sollevano il selciato della corte, aprono buche, crepe. Il rovinìo dei gigli, lo chiamerò. Comunque è con questo figlio qui che facemmo tutta la trattativa di compravendita (una cosa complicatissima perché coinvolgeva tutti gli interessati alla lottizzazione della zona; vi basti che il giorno del rogito eravamo una dozzina). Il figlio che – una volta firmato l’atto – scappò, letteralmente, senza neanche salutare. Aveva già portato via il prezioso, il vendibile. Ci lasciò un mucchio di roba da conservare. O da portare in discarica. Lui, il fratello alfa. Lo zio cattivo.

Osservo il ragazzone che non so nominare – non gli ho chiesto ancora il nome e non glielo chiederò; un nome lega e ho già troppi legami con questo sradicato. Vorrei fargli una carezza. Sussurrargli: lo so, lo so chi sei. Non lo faccio perché non voglio stabilire legami. Ne abbiamo già troppi. Però gli mostro tutto. Gli racconto della tappezzeria nuova sugli armadi vecchi. Delle lenzuola del corredo di sua nonna – di tre corredi – che ho inamidate e riposte con l’etichetta in corsivo: federe, matrimoniali/sopra, traverse, singoli. Della vasca da bagno che ho smontata, sabbiata, dipinta a spruzzo e montata di nuovo. Un lavoro che a breve dovrò rifare, perché il rovinìo non si placa.
Poi lo porto sulla terrazza. Guardiamo insieme Amelia. Io so cosa vede, cosa sospira. È quello che vedo anch’io.
Ci avevo tre anni quando mia madre si è messa con Giorgio, ripete. Per me è papà. E Tilde era nonna.

Ogni volta che vado alla Messa a Santa Maria – la piccola parrocchia di campagna tra le cui anime si conta la mia e quella dei miei figli che qui sono cresciuti – alla domenica soprattutto, io sono Tilde che percorre la strada bianca. Sento il brecciolino sotto le piante dei piedi, attraverso le suola fine delle mie scarpe primaverili. Talvolta la mia caviglia fragile si piega.
Adesso so perché questo pezzo si chiama bianca folla di farina.

* * *

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