Storia di uno sguardo a puntate, 5 / Torri, asparagi e viandanti: ancora incontri lungo la via Amerina

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

«Dentro le mura, lungo le terrazze, ci sono gli orti.»
Mi era rimasta questa fantasia.

Poco oltre la metà della provinciale per Amelia, quello stesso giorno [leggi la puntata precedente] – o forse fu un giorno diverso, non rammento se non che era pomeriggio – ci fermammo a visitare un altro immobile in vendita, da recuperare. Un piccolo casolare – di quelli dati a mezzadria prima e in fitto dopo – in parte diroccato, tra l’erba alta. Come se ne incontrano diffusamente e fanno malinconica – e quindi paesaggisticamente bella – la campagna. Mi pare che avesse una torretta – una colombaia – ma non ne sono certa. Certo è che la pietra era nuda. E quello fu il primo chiaro segnale che avevamo passato il confine.

Tra il Lazio e l’Umbria, il Tevere, generalmente, fa da spartiacque. Ma qui c’è una piccola anomalia: la giurisdizione di Orte guada il fiume; sulla mappa la linea tratteggiata del confine regionale disegna una sacca, un utero ortano nel bacino del Rio Grande proveniente da Amelia.
Sulla carta è senz’altro un’anomalia. Ma camminando tutto è molto naturale. C’è un punto preciso in cui cambia la qualità della luce: si rischiara. Il paesaggio diventa perfettamente nitido. I colori più saturi. La bruma teverina perde in intensità, in compattezza. Io immagino l’umidità abbarbicarsi alla macchina – o allo zaino di chi percorre questa strada da viandante – e, tornante dopo tornante, arrancare sui colli amerini. E poi – a un certo momento – cedere la sovranità.
Amelia è asciutta, salubre.

È per questa qualità della luce, ritengo, che l’effetto della pietra nel paesaggio amerino è ancora più impressionante.
Questo per quanto riguarda i colori.
Per quanto riguarda le forme, invece, voglio considerare non tanto quelle finite – ché le trovate ovunque – quanto quelle sfinite.

Per più di due millenni, qui, si è murato con una pietra biancastra, fatta soprattutto di calcite, che si spacca con un colpo ben assestato di scalpello e mazzetta in conci irregolari, in pietrame non levigato, della pezzatura che occorre. La differenza tra la casa padronale – o gli edifici pubblici, i palazzi signorili – e la casa rustica, risiede nelle proporzioni e nelle rifiniture delle costruzioni e nella mole dei massi adoperati; nel secondo caso i sassi sono più piccoli e si trovano misti a cocciame e pietrisco vario, di risulta.
Appena uscita dalla cava – dalla montagna mangiata – la roccia appare luminosa, chiara, pieni di spigoli. È il rovinìo che tende a levigare, arrotondare, e pure a ingiallire. Insomma la pietra invecchia.
Ho osservato il degrado di questi edifici in pietra: non procede in modo regolare. Dapprincipio inizia a seccare la malta. Si smagra, e comincia a sgretolarsi. Poi, per un tempo sensibilmente lungo, le pietre rimangono slegate ma in bilico – tangenti minime, incastri inesistenti. Non esagero se dico sospese. Sinché, da un certo momento in avanti, le aperture – finestre, porte, lucernari – tutte, ma una alla volta, cominciano a cedere: perdono la squadratura, gli angoli si sbreccano, le imposte faticano a chiudersi, si staccano dai cardini ed è la volta delle infestanti. Prima le esili – il convolvolo, il caprifoglio – poi le legnose – l’edera, la vitalba.
Alla fine le pietre rotolano in terra e formano cumuli, nuovi agglomerati.

Una lingua di breccia rifulgeva, giallastra, tra l’erba alta e la porta.
Alla porta sventolava un brandello di tenda estiva verde.
L’agenzia aveva assicurato che alcuni locali, al primo piano, accanto alla torretta, erano abitabili.
Abitati, in effetti.
Era una sistemazione chiaramente provvisoria, l’indispensabile era poggiato sui ripiani – il sale e lo zucchero direttamente dalla scatola – insieme a una quantità di lattine di coca cola, vuote, allineate. L’uomo spense il fornelletto da campeggio. Era la vecchia cucina contadina, col camino in pietra, il forno a legna, il lavandino di cemento e il tavolone per la famiglia colonica. Ma mancava la macchina del gas, disse. Sorrideva.
Ci accompagnò a fare il giro cedendoci il passo davanti ai vani stretti e bassi. Noi ci alternavamo alle finestrelle quadrate – per magnificare il panorama e dire le solite cose: l’armonia dei campi e dei boschi, degli uliveti e delle vigne, e quanto fosse lontana, tremolante ma nitida, sulla valle piatta la linea d’orizzonte. In uno di quei momenti arrivò, a piedi, dalla campagna, una sua amica. Anche lei sorrideva di un sorriso simile a quello di lui, forse un poco più preoccupato. Avranno avuto trentacinque, quarant’anni. Forse anche più giovani. Entrambi una carnagione scura – o scurita da molta vita in strada – e segnata da segni casuali, cicatrici da distrazione, tipica delle persone che sulla strada badano a tutto, tranne che alla loro vita.
La casa no, non era sua, disse l’uomo. E neanche mia, rise la donna. Gliela avevano lasciata in comodato d’uso. Lei pare che abitasse poco distante. Accennò, alzando il mento, a un “più su” – come a un posto che avremmo dovuto conoscere.
Un po’ ci portavano in giro per il casolare, un po’ discutevano tra loro, di cose che noi non potevamo capire, sapere: delle case di campagna, dei romani che le compravano e poi le ristrutturavano e che era una fortuna, ma anche una sfortuna perché avevano fatto salire i prezzi; delle torri colombaie trasformate in b&b; degli inglesi, dei tedeschi, dei danesi – insomma dei nordici – che avevano cominciato a scoprire l’Umbria e, loro sì, loro comprano a poco soldi il centro storico spopolato, mentre gli amerini continuavano a preferire i condomini nuovi, fuori porta. E si davano torto e ragione. Come se da quell’analisi e dalla capacità di condurla puntualmente e senza soverchierie, dipendesse molto di loro, ma non so cosa. Vedevo solo lo scoramento e la speranza passare dall’uno all’altra, e poi di nuovo all’uno. Ed ebbi l’impressione di un amore – o forse di un’intensa amicizia – nata in cattività.
Mentre ce ne andavamo lui si sporse dall’uscio e disse:
«Amelia rivivrà. Di questo sono sicuro. Prima o poi, Amelia, rivivrà.»
Lei invece rimase in silenzio, a guardare lontano, un punto imprecisato verso l’alto, tra i profili delle colline che imbrunivano, mentre il cielo ingialliva. Poi mi sembrò che prendesse la strada del ritorno e noi facemmo retromarcia.

Percorrere un strada è un modo per raccogliere le storie dei luoghi, in ordine non cronologico. Se avessi seguito un criterio storico avrei dovuto raccontarvi – prima di tutto – che la provinciale 52 Orte-Amelia (poi solo provinciale 8) ricalca in parte – nella restante affianca – il tracciato dell’antica via Amerina, cui mi pare, ho già accennato. Ma questo è un percorso che io vi consiglio di fare a piedi. È un’esperienza indimenticabile – mi si dice. Io non l’ho ancora fatta. In compenso ho fatto delle immaginazioni. Mi sono immaginata viandante, diretta a Roma da Ravenna, sull’unica strada all’interno del corridoio bizantino. Si passa per campi, stradine inter-poderali, vigne. Si incontrano colombi che vanno e vengono alle loro torri, pecore. E vecchi che raccolgono asparagi lungo il ciglio stradale – un po’ come oggi. Si attraversa il Rio Grande tra i sassi, nei pressi di un mulino ad acqua. Pare che la parrocchia di Santa Maria della Neve a Penna in Teverina – alzate gli occhi, Penna è sopra di voi – abbia allestito l’angolo del pellegrino. Volendo si può chiedere ospitalità: dispongono di un ostello. Poi proseguite per l’Agro falisco, la provincia di Viterbo, calcate il basolato originale, tagliate le tagliate nel tufo, gli impressionanti cimiteri etruschi.
Ecco, avrei dovuto dirvi tutto questo, di questa strada, invece di raccontarvi che, prima di arrivare ad Amelia c’è tutto versante collinare, un pendio molto dolce, riempito da un assembramento ordinato di piccolissimi edifici – della stessa tipologia – intorno a una costruzione più estesa. Una specie di borgo moderno. Il cartello diceva: Comunità Incontro di Don Pietro Gelmini. Adesso non so, forse il nome di Don Pierino si fa meno – troppo chiacchierato.
Comunque, checché se ne possa pensare, l’idea che delle persone vengano a ristabilirsi ad Amelia mi piace. Va d’accordo con la salubrità del clima.
A proposito: ho incontrato davvero l’uomo e la donna nel casolare diroccato. E mi diedero l’impressione che ho descritto. Che fossero stati ospiti della comunità di recupero è una fantasia mia, che ho fatto successivamente e per darmi una specie di spiegazione.

* * *

4 pensieri su “Storia di uno sguardo a puntate, 5 / Torri, asparagi e viandanti: ancora incontri lungo la via Amerina

    1. fiammetta palpati

      Grazie, Francesca, come sempre, della tua attenzione.
      Non ho capito se è un omaggio o un messaggio. Nel secondo caso spiegami. Ciao

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  1. Francesca Giovanna

    Fiammetta è stata solo un’associazione di idee onomatopeica.
    Non chiedermi cosa voglia dire, che non l’ho capito neanche io.
    Ti mando un bacio sulla punta delle orecchie… decidi tu quale (la destra o la sinistra).

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