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Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

di Francesca Zammaretti

[Wermulleriano il titolo che Francesca Zammaretti – allieva e parte del laboratorio Raccontare il paesaggio sin dalla sua prima edizione – ci propone per una passeggiata, in compagnia dei suoi cani Labrador, tra le parole e le visioni di quegli autori e di quegli insegnanti che chiama, affettuosamente, maestri. Insieme a costoro ha cominciato a ricomporre il proprio contrastato rapporto con il paese nel quale vive, affetto da una bellezza immobile e non negoziabile, attraverso la quale, sembra dire Zammaretti, è complicato vedere la quotidianità. Ma la sua testimonianza in forma di vagabondaggio fisico e letterario è anche il racconto di un processo tuttora in essere attraverso cui ha cominciato a riconoscere sé stessa come parte di quel paesaggio. fp.]

«Il paesaggio punge e trapunge». Piglia e impiglia.

La prima frase è di Andrea Zanzotto. La seconda, mia.

Vivo sulla sponda piemontese del lago Maggiore, al confine con la Svizzera, immersa in un paesaggio che è come una bella donna che non invecchia mai: curatissimo e senza tempo, per questo irreale e fantastico. Qui il paesaggio alimenta il turismo, è fonte di guadagno, dà da vivere. Lo scrivo senza giudicare. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro e adesso che tutto si è complicato ancora di più.

In autunno, quando i giardini si inselvatichiscono e i colori diventano caldi, e in inverno, quando la passeggiata diventa deserta, la luce è radente, ma limpida per il freddo, di più amo il lago: il paesaggio si fa qualcosa di altro, entra in risonanza con me. Esco dalla cartolina e cammino.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 13 / Cartoline, cartoline!

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 13 / Cartoline, cartoline!

di Giulio Mozzi

Uno dei testi più fascinosi, noiosi e imbarazzanti prodotto da Georges Perec si trova nel piccolo libro (pubblicato postumo, è una raccolta di cose varie) L’infra-ordinaire (Seuil 1989; in Italia uscì come L’infra-ordinario nel 1994 presso Bollati Boringhieri, ma è da tempo fuori catalogo: peccato) e s’intitola: 243 cartes postales en couleurs véritables. Non mi ricordo come traducesse l’edizione italiana, ma il significato è: 243 cartoline in colori autentici. Perché colori autentici? (véritables). Perché negli anni Settanta, evidentemente, quando il testo fu scritto, restava ancora memoria (o forse esistevano ancora) delle cartoline a colori non autentici, ossia prodotte con fotografie in bianco e nero colorate in fase di stampa (se siete giovani e non capite, non preoccupatevi: erano affascinanti, e orribili).

Le cartoline illustrate, vi piaccia o no, costituiscono un genere letterario. Nel momento in cui (se lo fate ancora) vi sedete al tavolino del bar e tirate fuori le cartoline destinate a nonno, nonna, zia, cuginette, maestra delle elementari diventata ormai decrepita, amici che sapete in vacanza in luoghi forse più forse meno ameni di quello in cui siete voi – eccetera, le regole di questo genere letterario subito si affacciano alla vostra mente. Come il buon giornalista, nel momento in cui si siede a scrivere un pezzo di cronaca, senza nemmeno stare a pensarci su attacca subito con le celebri “5 W” del giornalismo inglese (Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo?), così – secondo Perec e i suoi terribili amichetti dell’Oulipo, che ci ragionarono in una qualche serata presumibilmente alcolica – una buona cartolina di saluti dalle vacanze non può non contenere questi cinque punti: “localisation, considérations, satisfactions, mentions, salutations“; ovvero non può non rispondere alle domande: dove siamo? Che aria tira? Cosa c’è di bello? Una cosa in particolare?, e poi chiudere con i saluti.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 5 / Che cosa succede quando non succede niente

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 5 / Che cosa succede quando non succede niente

di Giulio Mozzi

Ci sono molte cose in place Saint-Sulpice, ad esempio: un municipio, degli uffici di tesoreria, un commissariato di polizia, tre caffè di cui uno è anche un tabacchi, un cinema, una chiesa ai cui lavori hanno partecipato Le Vau, Gittard, Oppenord, Servandoni e Chalgrin e che è consacrata ad un cappellano di Clotario II che fu vescovo di Bourges dal 624 al 644 e che si festeggia il 17 gennaio, un editore, un’impresa di pompe funebri, un’agenzia di viaggi, una fermata degli autobus, un sarto, un albergo, una fontana decorata dalle statue di quattro grandi oratori cristiani (Bossuet, Fénelon, Fléchier e Massillon), un’edicola, un negozio di oggetti votivi, un parcheggio, un istituto di bellezza, e molte altre cose ancora.
Di queste cose, molte, se non la maggior parte, sono state descritte, classificate, fotografate, raccontate o recensite. Nelle pagine che seguono, il mio intento è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò di cui normalmente non si prende nota, ciò che non si osserva, ciò che non ha importanza: ciò che succede quando non succede niente, se non il tempo, le persone, le macchine e le nuvole.

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