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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 14 / Altre cartoline

di Giulio Mozzi

Nell’estate del 2009 mi inventai un gioco. All’epoca il Facebook non era ancora così importante (e invasivo) com’è oggi, e la sede del gioco era il mio bollettino vibrisse. Lo spiegavo così:

La proposta è: se andate in vacanza, ma anche se non ci andate, mandatemi una cartolina illustrata. Nello spazio bianco, dove di solito si scrive “Cordiali saluti”, o “Saluti da Saluzzo”, o “Vorremmo tanto che foste anche voi qui a Campobasso”, o “Qui a Tradate è tutto così bello!”, eccetera, provate a scrivere invece una storia breve. Brevissima. Che ci stia appunto in quello spazio. Se possibile, una storia che abbia una relazione con l’illustrazione della cartolina. Io scannerizzerò e pubblicherò qui in vibrisse […] tutte la cartoline: illustrazione e testo. Basta che arrivino entro il 15 settembre. Mi riservo il diritto di non pubblicare le cartoline recanti immagini o testi che mi sembrino inopportuni.

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“È come se ogni mia fotografia, proprio perché inserita all’interno della piattaforma album, diventasse anche cartolina, autografo-ricordo, francobollo…”

di Sabrina Ragucci

[Questo articolo di Sabrina Ragucci è apparso in Le parole e le cose, all’interno della serie Perché sono su Instagram?, a cura di Maria Teresa Carbone. Sabrina Ragucci (è sua la fotografia qui sopra) sarà docente ospite nel laboratorio Raccontare il paesaggio, organizzato dalla Bottega di narrazione].

Non appartengo a coloro che sostengono ci siano troppe immagini nel mondo. Certo, ci sono innumerevoli immagini nel mondo ma non sono più delle parole che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno. Da molto tempo viviamo sommersi dai suoni, prima ancora che dalle immagini. Persino i discorsi sulle immagini le sovrastano e, facendo un paragone azzardato tra arte e Instagram, parafrasando Adorno, i discorsi sull’incanto dell’arte sono parole e basta; tutti i mezzi e i procedimenti di produzione provengono dalle parole: l’arte costituisce l’unico momento nel processo di disincanto del mondo.

Kant sosteneva che la nostra rappresentazione delle cose non si regola su di esse, ma sono piuttosto questi oggetti, come fenomeni, che si regolano sul nostro modo di rappresentarceli. Ed eccoci qui, con i criteri. Provengo da una cultura novecentesca: un’immagine interessante dice sempre qualcosa a proposito di se stessa, parla di ciò che è insito nella sua natura, nel linguaggio; il mio interesse per la scrittura funziona allo stesso modo.

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