Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 4 / Percorsi

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 4 / Percorsi

di Giulio Mozzi

Solo grazie al filo che lo teneva legato ad Arianna il perfido Teseo riuscì, dopo aver ucciso Minotauro, a uscire dal labirinto (perfido, Teseo, perché dopo aver ricevuto cotanto aiuto, aver goduto della bellezza di Arianna – dai loro amplessi nacque Demofoonte – la piantò brutalmente, abbandonandola sull’isola di Nasso), (se la storia vi appassiona, potete ascoltare il bellissimo Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi). Per Teseo il labirinto non fu mai (come fu, presumibilmente, nella mente e nelle carte di Dedalo) una mappa, un territorio: fu un percorso, da seguire all’andata e poi a ritroso. Non contava l’economia del percorso: l’importante non era trovare la strada più breve o meno contorta, l’importante era uscire da lì. Perdere il filo avrebbe significato: morte per inedia.

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Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

Storia di uno sguardo a puntate, 2/ Terni dai tetti argentati

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

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Anna scrive di sé bambina, di un viaggio a bordo di un’Ape Piaggio, da un paese arroccato sulla montagna verso l’ospedale di Terni. Parla dei tetti argentati di Terni. E io mi domando se il paesino arroccato da cui scendeva non fosse Papigno, o Piediluco, o Marmore. O forse Cesi. Ma è Papigno il punto – l’unico che io conosca – dal quale ci si può formare l’immagine di una Terni dai tetti argentati. Ché diverse cose sono dette per solito di questa città non brutta – non bella – ma nessuna, mi pare, altrettanto insolita, penetrante e poetica di questa. L’argento dei tetti lo si può apprezzare solo da quella prospettiva, dalla via Curia che scende rastremando la costa ripida e rocciosa del burrone. È in quel momento – alla mia esperienza – che la verticalità diventa la dimensione dominante.

E il dominio dei tetti a valle. Che sono perlopiù comuni tetti industriali di un distretto industriale: lamiere e cemento. Ma è dalla tonalità spenta della roccia calcarea, dal fiume gelido, dall’umidore della cascata, dalla centrale elettrica, dalle archeologie delle fabbriche di carburo di calcio, che nasce l’argento. E che si estende ai tetti. (Certo poi si potrà dire – come tutti dicono – città dell’acciaio)

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 3 / Ciò che c’è

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 3 / Ciò che c’è

di Giulio Mozzi

Perché i bambini disegnano paesaggi? In linea di massima, perché gli adulti li spingono a farlo, o perché li approvano assai benevolmente. E che cosa mettono, i bambini, nei paesaggi? Sempre le stesse cose: una casa, una strada, un albero, un fiore, una nuvola, un sole… Eventualmente qualche uccello, dei mostri, un trattore…

Ma, esattamente come imparano a parlare imitando le parole degli adulti, i bambini cominciano a disegnare non imitando la realtà: ma imitando altri disegni. Se volete fare un esperimento, chiedete a un bambino, diciamo tra i 5 e i 7 anni, di copiare un disegno e un oggetto reale: la resa dell’oggetto reale, di norma, sarà molto “peggiore” rispetto alla resa del disegno (ricordatevi comunque di lodare la vostra cavia).

E’ ovvio che, nei suoi paesaggi, il bambino non disegna ciò che c’è, ma ciò che è stato addestrato a percepire come rilevante; più esattamente, ciò che è stato addestrato a percepire come esistente. I suoi libretti, a partire da quelli masticabili e da quelli da bagnetto, sono pieni di fiori, di rane, di alberi, di volpi, di soli radianti, di case monofamiliari a due piani con giardino o isolate nel verde, di colline ellittiche e di strade sinuose. E queste cose il bambino metterà nei suoi paesaggi: ha imparato bene che un paesaggio deve essere fatto così. E’ un po’ come per i generi letterari: un giallo senza morto né assassino né investigatore, che giallo sarebbe?

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Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

Storia di uno sguardo a puntate, 1 / Terni

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].

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Un marciapiedi stretto – in centro – tra i palazzi storici delle banche locali, delle fondazioni e i parallelepipedi multipiano anni Settanta – specie di pilastri ficcati nei buchi delle demolizioni post belliche – quando si dice che la città fu distrutta dai bombardamenti. Niente di straordinario. Solo un abitare e un vendere, e garage che mi rallentano – spostano l’ottica lateralmente, a chi sbuca accelerando, dalla rampa, coi fari accesi. Sfioro le vetrine sapendole già; ce le ho nella memoria, nella rappresentazione di questo luogo già attraversato senza amore né nostalgie – da ospite funzionale quale sono. Faretti a led, colori scompagnati degli ultimi saldi e saracinesche ispessite dalla mota urbana – quelle che al 31 di dicembre hanno restituito la partita iva. Tiro dritta evitandomi l’imbarazzo di assistere a spostamenti inconcludenti – a braccia conserte – tra la cassa e lo scaffale; a occhiate malevole, lanciate con la cupidigia triste e digiuna di fine gennaio, verso la mia sagoma frettolosa, stretta e diritta nella fretta, nella borsetta, nel denaro che ho già deciso di lasciare in uno di questi negozi – esercizi commerciali. Poi una tonalità calda lambisce lateralmente il mio campo visivo. Rallento il passo: ciliegio, nocciolo, radica di noce; un filino d’oro scuro, il nero opaco nel finto buco dei tarli, la carta cremosa degli acquerelli, o dei passepartout verde bosco, bordeaux, vellutati. La vetrina del corniciaio.

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 2 / Contare i passi

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 2 / Contare i passi

di Giulio Mozzi

Molti anni fa, credo nel 2005, mi capitò di visitare (al Macba di Barcellona) un’esposizione dedicata all’artista olandese (ma originario del Suriname) Stanley Brouwn. Nell’esposizione, in realtà, non c’era molto da vedere. Però quel poco che c’era dava molto da pensare.

Di Stanley Brouwn non sapevo niente, e non so niente – sia chiaro – nemmeno ora. Ma mi ritrovai a contemplare tutta una serie di piccoli disegni. Tipo questi:

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Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 1 / A occhi chiusi

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 1 / A occhi chiusi

di Giulio Mozzi

L’esercizo è semplice. Procuratevi qualcosa che impedisca totalmente la vista: può andar bene una benda nera, una di quelle paia di occhiali ciechi che vendono a carissimo prezzo negli aeroporti, un paio di occhiali da saldatore accuratamente tappati col nastro adesivo nero (nella foto qui sopra: non ricordo il nome del poveretto – persona molto simpatica, peraltro -: era il 2006, eravamo nella settimana dei mondiali di calcio, c’era un caldo micidiale, si trattava di un seminario per i dottorandi di urbanistica dell’Università di Siracusa – la cui Scuola di architettura e urbanistica ha però sede a Catania).

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