Autore: fiammetta palpati

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

di Francesca Zammaretti

[Wermulleriano il titolo che Francesca Zammaretti – allieva e parte del laboratorio Raccontare il paesaggio sin dalla sua prima edizione – ci propone per una passeggiata, in compagnia dei suoi cani Labrador, tra le parole e le visioni di quegli autori e di quegli insegnanti che chiama, affettuosamente, maestri. Insieme a costoro ha cominciato a ricomporre il proprio contrastato rapporto con il paese nel quale vive, affetto da una bellezza immobile e non negoziabile, attraverso la quale, sembra dire Zammaretti, è complicato vedere la quotidianità. Ma la sua testimonianza in forma di vagabondaggio fisico e letterario è anche il racconto di un processo tuttora in essere attraverso cui ha cominciato a riconoscere sé stessa come parte di quel paesaggio. fp.]

«Il paesaggio punge e trapunge». Piglia e impiglia.

La prima frase è di Andrea Zanzotto. La seconda, mia.

Vivo sulla sponda piemontese del lago Maggiore, al confine con la Svizzera, immersa in un paesaggio che è come una bella donna che non invecchia mai: curatissimo e senza tempo, per questo irreale e fantastico. Qui il paesaggio alimenta il turismo, è fonte di guadagno, dà da vivere. Lo scrivo senza giudicare. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro e adesso che tutto si è complicato ancora di più.

In autunno, quando i giardini si inselvatichiscono e i colori diventano caldi, e in inverno, quando la passeggiata diventa deserta, la luce è radente, ma limpida per il freddo, di più amo il lago: il paesaggio si fa qualcosa di altro, entra in risonanza con me. Esco dalla cartolina e cammino.

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Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (seconda e ultima parte)

Storia di uno sguardo a puntate, 9 / Bianca folla di farina – Santa Maria di Amelia (seconda e ultima parte)

di Fiammetta Palpati

[Nella rubrica Storia di uno sguardo, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi nei quali ho scelto di vivere – Amelia e i colli amerini – e che ospitarono il primo esperimento residenziale di Raccontare il paesaggio. Nata per rendere familiare ai partecipanti le località che li avrebbero ospitati, la rubrica è rimasta un laboratorio personale sul quale misurarmi sulla narrazione dei luoghi, sullo sguardo che crea il paesaggio, sul complesso rapporto tra parola e immagine. fp].

Leggi la prima parte

C’è una macchia chiara nel mio paesaggio verde. Una chiazza biancastra, che si dilata e si restringe, ma rimane là ostinata, se non indelebile almeno persistente, come la plastica, come la luce del giorno.

Una mattina di agosto inoltrato; presto, quando l’aria è ancora lattiginosa, densa di umidità salubre; una data variabile – ma che sempre cade di domenica – un moto innerva le mie colline, appena sotto la cortina che le riveste: la lecceta, gli olivi, gli incolti, e una schiera e l’altra delle nuove abitazioni di questa prima campagna amerina – così nel gergo immobiliare – di questa ruralità urbanizzata. Sono segnali generici, piccole alterazioni subito riassorbite dall’immobilità domenicale: una finestra che si illumina – giusto il tempo necessario ad alzarsi e vestirsi in fretta; una porta chiusa con cautela – per non svegliare il resto della famiglia; l’avviamento di un motore; un paio di abbaglianti, isolati, lungo la statale che improvvisamente svoltano in basso, verso la chiesetta di Santa Maria, senza nemmeno segnalare perché la strada è deserta. Movimenti di per sé insignificanti, se non convergessero tutti nel medesimo punto, nel medesimo tempo.

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La mansuetudine dei luoghi

La mansuetudine dei luoghi

di Adriana Ferrarini

[Adriana Ferrarini partecipa ai laboratori di Raccontare il paesaggio sin dalla loro prima edizione. Come scrive nell’Introduzione ai suoi testi precedenti apparsi in questo stesso blog “ogni ricognizione nei territori della mia vita mi mette davanti a uno spaccato stratigrafico che connette il mio viaggio a quello di chi mi ha preceduto e lo mappa all’interno di una songline” anche questo sulla mansuetudine ci porta in luoghi reali, virtuali, letterari, luoghi della memoria che sembrano stare non l’uno dopo l’altro – una linea dello spazio e del tempo – ma uno dentro l’altro. Non tanto giustapposti, quanto sovrapposti. E che, dunque, finisce paradossalmente col mettere in crisi il concetto stesso di mappa (come d’altro canto insiste da qualche decennio un geografo come Franco Farinelli col suo concetto di ricorsività) e, implicitamente, anche quello di luogo. Ed è proprio su quest’ultimo elemento – provocatoriamente e paradossalmente battezzato luogo inesistente – che il gruppo Raccontare il paesaggio attualmente al lavoro, guidato dalla scrivente, sta concentrando la propria esplorazione, mettendo alla prova programmaticamente e poeticamente, la solidità, l’identificabilità dei luoghi. fp]

Potrei cominciare da Foscolo, ma preferisco accodarmi alle file di grigi e curvi pensionati che nel corso dei decenni hanno atteso davanti allo sportello dell’ufficio postale per farsi annotare i diligenti risparmi su uno smilzo quadernino blu notte, che via via si riempiva di numeri sempre più lunghi. Seguendo i passi di questa umile coda secolare so che arriverò fino al sito di Cassa Depositi e Prestiti e quindi a quello di una sua società, la CDP Investimenti Sgr.

“Quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta” filastroccava il brillante omileta domenicano Johan Tetzel, nelle terre tedesche, prima che un severo monaco agostiniano, un certo Martin Lutero, lo sorpassasse in eloquenza; ma intanto a Roma sotto la pioggia d’oro versata da povere anime in cerca di una salvezza, celeste o terrena che fosse, erano germogliate cupole altisonanti: brucia, credo, nel cuore di ogni potente città la hýbris di sfidare la geologia ed ergersi oltre le nuvole, perciò squarciano i fianchi delle montagna, per diventare più marmoree di loro: il Burj Khalifa di Dubai con i suoi 828 metri di altezza, non è già una montagna secondo le convenzioni europee?

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Città Satellite: La Città del futuro

Città Satellite: La Città del futuro

Di Giulia Oglialoro

[Giulia Oglialoro ha frequentato il laboratorio Raccontare il paesaggio-2018, ad Amelia (Tr). Da allora ha continuato una propria assidua ricerca sulla narrazione dei luoghi. Il suo lavoro “Città satellite: la Città del futuro” è stato scelto a Festivaletteratura 2019 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival. Si tratta di un reportage narrativo il cui campo di esplorazione è particolarmente in sintonia con quello del nostro laboratorio per l’anno 2020, Luoghi dalla distanza: ci stiamo occupando di luoghi inesistenti, un ossimoro, una provocazione, a partire dalla quale cercheremo di rispondere alla questione di come muoiono i luoghi, quando muoiono, nel loro moto di occupazione, trasformazione, perdita e riconquista di identità. Del lavoro di Giulia Oglialoro pubblichiamo qui un estratto dalla prima puntata. fp]  

Un salone grande, punteggiato da colonne in finto marmo. Catene luminose al led rosa e blu elettrico pendono dal soffitto. Entro passando attraverso pesanti tendoni rossi che ricordano i vaudeville dell’Ottocento. In fondo alla sala, un bancone con gli sgabelli alti, di quelli in legno lucido, che arredano le catene dei ristoranti western, e poi lì accanto un pavone in ferro con la coda spezzata, e poi ancora lungo le pareti un acquario spento, contiene solo una conchiglia e qualche corallo. Le statue sono ovunque, bianchissime, in finto stile neoclassico – quelle femminili hanno collane di fiori intorno al collo, quelle maschili sono inondate da torce che sprizzano a rotazione luci verdi e blu e viola. All’altra estremità della sala, Gino Amoroso – un uomo sulla settantina, felpa sportiva e pantaloni a scacchi – spolvera lunghi divani a righe. “Sono come quelli che si vedono nei vecchi film americani” dice, “non le sembra?”
Questo è il Comedia Club, sala da ballo alla periferia di Milano, inaugurata nel 1964. Gino e sua moglie Antonietta l’hanno presa in gestione nel ’93, dopo averla frequentata per oltre vent’anni. Qui vivono e qui danno lezioni di mazurca, viennese, polka, valzer lento, tango e fox strot. Su una parete, una stampa in bianco e nero che raffigura Parigi di notte convive accanto al poster di due anziani impegnati in un casqué – la donna tende le braccia al cielo, lustrini argentati le cadono dai polsi.
Questo è il Comedia Club, ed è tutto quel che rimane di una Città che non esiste più.
Un bosco fitto circonda il locale. La neve si scioglie sull’asfalto crepato, gocciola da montagne di televisori e ruote e materassi abbandonati lungo la strada. Di fronte al Comedia, un grande cancello, chiuso con catenacci. Poco oltre s’intravedono appena il profilo di un ottovolante e qualche insegna sbiadita, le erbacce hanno divorato ogni sentiero.

Leggi per intero la prima puntata del reportage di Giulia Oglialoro

Le stanze del grano, un volume dal laboratorio

Le stanze del grano, un volume dal laboratorio

Le stanze del grano è il volume, pubblicato da Laurana Editore, che raccoglie i testi nati nel corso del secondo laboratorio residenziale di Raccontare il paesaggio, che si è svolto sull’Appennino Emilio-Toscano (o Tosco-Emiliano, a scelta), tra il fiume Sàvena e il Sambro, facendo centro a Monghidoro (Bo). Il laboratorio è stato organizzato in collaborazione con Il Forno di Matteo Calzolari e in concomitanza con la manifestazione Mangirò. Il volume, curato da Fiammetta Palpati, Simone Salomoni e Giulio Mozzi, accoglie testi di Dino Borcas, Giuseppe Cancello, Brunella Cappiello, Elianda Cazzorla, Stefania Costa, Adriana Ferrarini, Sara Fiorillo, Carla Isernia, Moira Stefini e Francesca Zammaretti.

Il volume può essere acquistato in libreria, presso Laurana Editore, o nei negozi in rete: IbsAmazonLibreria UniversitariaLibreria Hoepli ecc.

Qui si può leggere e prelevare un estratto del volume contenente il saggio Stanziamento (via d’uscita) di Fiammetta Palpati..

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Storia di uno sguardo, 11 / La strada bianca

Storia di uno sguardo, 11 / La strada bianca

di Fiammetta Palpati

[Storia di uno sguardo è una rubrica che raccoglie una serie di lavori nei quali racconto molto soggettivamente – diciamo pure che interpreto – i luoghi di cui è fatta la distanza tra la città dove sono nata e vissuta – Roma – e quella dove vivo, e dalla quale ho cominciato a interrogarmi sul paesaggio: Amelia. Con questa seconda breve video narrazione – che a quegli scritti si richiama, e realizzata in collaborazione con Arianna Ulian, musicista e sound designer – accosto semplicemente parola, immagine, voce e suono nell’intento di invitare lo spettatore a seguirmi, e a guardare tutto con eguale disposizione d’animo: i campi come le cime dei monti, le cime come le ciminiere, i barattoli, i tubi, i campanacci. fp].

[Leggi tutte le puntate di Storia di uno sguardo]

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Testo con paesaggio / Ottavo esempio: il racconto

Testo con paesaggio / Ottavo esempio: il racconto

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Con questo ottavo esempio siamo nella letteratura, e con la forma narrativa per eccellenza: il racconto. fp].

Leggi tutti gli esempi
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«… l’ampia spianata di ghiaia biancheggiava alla luce di mezzogiorno, polverosa. Un lungo muretto diroccato segnava un vecchio confine. Antri scavati nel fianco della collina erano nascosti dai detriti. Nessun rumore proveniva dai loro interni, sebbene correnti sotterranee e flussi d’aria si muovessero in continuazione. Alcuni camini trapassavano tutta la roccia della collina e sbucavano più in alto, sul pianoro, in fessure del terreno sottili e disadorne. Da lì entrava l’aria che soffiava giù fino agli antri nascosti, limando dai primordi le pareti di roccia, sgretolandola a poco a poco, portando sabbie finissime in basso, mescolate alle acque sotterranee, ai sali spurgati dalle pareti lentamente.
Al fondo della spianata il terreno cominciava a rialzarsi. Dalla prima catena montuosa erano cadute sbriciolandosi, e cadevano continuamente, pietre che a loro volta producevano frane. Massi di varie dimensioni erano disseminati sul pendio e pareva che la ghiaia della spianata fosse una loro ulteriore, ma in ogni caso non definitiva, riduzione in frammenti (…) Era una pietraia arida su cui il suono anche di un solo ciottolo caduto da un rialzo poteva produrre con le sue vibrazioni altri smottamenti. L’aria che si muoveva compatta levigava e levigava quelle rocce infinitamente asportando veli impalpabili di materia dalla superficie dei minerali e quando un’ultima briciola saltava nel vento tutto l’equilibrio poteva cedere e persino lastre larghe e spesse che erano rimaste migliaia di anni nella stessa posizione cominciavano a pendere verso il basso. In alto la pietraia finiva con nettezza contro la massa montagnosa che saliva in verticale, nuda e ruvida. Da quella massa si era staccata tutta la pietraia pezzo per pezzo. Il fianco della pietraia sembrava sollevarsi dalla pietraia stessa, emergere slanciato in alto, e in parte questo era vero: l’erosione dei venti e delle piogge veniva contemporaneamente riequilibrata dal moto di sollevamento della catena montuosa. Tuttavia era invece la pietraia che enorme digradava lungo quei fianchi a essersene staccata come per scorticatura dall’alto in basso con la forza del peso.
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Bagnanti alla Caserma Piave

Bagnanti alla Caserma Piave

di Fiammetta Palpati

Una delle donne si tirò in piedi e disse che, a quel punto, per lei, era il momento di cercare un bagno. Istantaneamente, anche altre si scossero e l’erba secca di luglio svolazzò dagli abiti e dai capelli. Raccattarono da terra le loro cose e s’avviarono, ciascuna con il proprio cartone della pizza ripiegato, in fila rumorosa per la ghiaia e la lieve ebbrezza alcolica verso l’uscita dei giardini pubblici, aperti fino al completo calare del sole.
Sparsi sulla radura erbosa rimasero le giovani, e i maschi – con le vesciche notoriamente più resistenti: chi sul fianco, chi aggrappato alle proprie ginocchia; in piedi, con le mani in tasca, o seduto sui talloni – braccio teso per la sigaretta fumante, e l’altro tra le cosce, intrecciato al guinzaglio lasco. Il cane è di tre quarti – lucido, nero, e lo sguardo fuori campo di una ceramica da ingresso a grandezza naturale. L’esaltazione per la scampagnata serale, in barba ai circuiti turistici della città li abbandonava, lasciandoli scomposti – per il caldo e la digestione del cibo da asporto. L’insieme còlto nel momento dell’abulia; nell’istante di inerzia in cui tenta di mantenere – o non perdere del tutto – la coesione precedente e prima di averne trovato una nuova.

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La vecchia fiera di Roma

La vecchia fiera di Roma

di Carmen Verde
[Di cosa sono fatti i paesaggi che pretendiamo di raccontare? Di picchi e di valli, certo; di deserti e cascate; amene colline e stridenti ruote panoramiche. Ma quanto, anche, di quei luoghi dell’abbandono che esercitano il fascino un po’ morboso dell’esplorazione? Della violazione? Ogni violazione è anche, inevitabilmente, una ricerca di memoria e di identità. Un nuovo essere, se non altro nelle parole di chi ne accarezza l’immaginazione. Questo mi è sembrato un po’ lo spirito che attraversa il testo che segue. Un racconto che Carmen Verde, l’autrice, stese durante un seminario condotto da Demetrio Paolin, e che avrebbe voluto riprendere e magari espandere durante lo scorso laboratorio di Raccontare il paesaggio. Poi qualcosa le impedì di partecipare – succede. A noi il racconto piace così e volentieri ve lo proponiamo. Quando lo lessi mi venne in mente Alberto Savinio. Dapprincipio i racconti di Casa la vita. E poi le sue immagini. In copertina, di Savinio, L’Ile des charmes. fp].

La vecchia fiera di Roma vive prigioniera in un’enorme scatola arrugginita, un parallelepipedo tutto cemento e ferro e amianto, proprio di fronte a casa mia. Nessuno l’ha vista mai. Nel quartiere dicono che viene fuori di notte. (Ma se è prigioniera, dico. No, non è prigioniera, dicono, dall’interno la porta si apre. E io, allora, un po’ ho paura).
Lo straordinario è sentirla. Un rumore di ferrivecchi, come di armi arrugginite (riuscite a immaginarlo?). Certe volte, invece, è un suono colloso come vernice, somiglia a un dolore che si scioglie: ma lungo interi anni. Altre ancora sembra una voce, cupa, di apocalisse. Da cosa venga non si sa. Potrebbe essere un uccello: un uccellaccio spennato dalle zampe lunghe, che se ne sta tutto il tempo a dormire con la testa nascosta sotto un’ala e poi, quando si sveglia, dà una craniata al soffitto e si immalinconisce; un lucertolone che urta con la coda contro il muro e scoppia a piangere come un bambino; uno scarafaggio steso a pancia sopra, che non riesce a rimettersi sulle zampe e, così rivoltato, leva il suo lamento. Tutto, potrebbe essere. Ma l’unica cosa che si vede è quest’armatura di cemento bianca e rossa: enorme, buttata di profilo lungo la Cristoforo Colombo. E questo muro, lungo, e sporco e screpolato, come la crosta di una ferita, coperto di scritte e disegni, che per vederli tutti insieme devi guardarli da lontano: da così lontano che alla fine non vedi niente. Dicono che uno di quei disegni sia proprio la vecchia fiera di Roma. Ma quale? Il dragone cinese con i denti all’insù e gli occhi cerchiati di rosso? Il serpente arrotolato? La mandorla gigante a forma d’occhio? E quello che l’ha dipinta, poi, quando l’avrebbe vista la fiera?
Per tanto tempo me la sono immaginata come un cane.
Non un cane-cane: un cane-belva. Forse la facevo troppo semplice, ma era la mia prima esperienza con le cose che non si vedono. Ora, di notte, passo per via dei Georgofili, la via che di lato la costeggia: passo, e notturnamente sto. Certo bisogna sapere aspettare, perderci un sacco di tempo, ma a me va bene: non ho mai badato a quanto tempo ci vuole per le cose. È come con Dio: se tu ci credi, allora aspetti. Altro discorso è se non ci credi. Perché se non ci credi, che ci vieni a fare qui, sulla Colombo, al civico 348, a stare in piedi tutta la notte, a provare a guardare dritto in faccia la vecchia fiera di Roma? Che ci vieni a fare, se non ci credi? Se non ci credi, allora è solo il grande brodo della notte.
A volte, dopo qualche ora che aspetto, mi sembra di scorgerne il ceffo scuro dietro il cancello, poi la perdo di vista. Quando c’è la luna piena, sto molto attento, perché se io posso vedere lei, lei può vedere me, e allora chi lo sa come potrebbe finire. Quando sarà, sarà una cosa epica, penso. Lei passerà, e io mi farò da parte, per lasciarla passare. Ci sarò solo io in mezzo alla strada, perché sarà così notte che non si vedrà neanche una macchina sulla Colombo: e non avrò paura.
Da quando mi ci sono messo d’impegno, mi pare di saper guardare meglio. Certe notti la vediamo, io e Giovanni, che da qualche mese mi accompagna: accucciata sotto il cielo come un cagnolone, ma poi si alza e diventa una Gorgone. “La vedi?” dico allora a Giovanni. “Laggiù, eccola. Ora vado e la prendo: o è mia o è di nessuno”. E mentre mi allontano, lo sento pregare. Non è questione di pregare, Giovanni, gli vorrei dire. È questione di sapere dove mettere le mani, in tutto questo buio. Io non prego, ma se devo pregare il Signore, gli dico: dammi qualche soldo, Signore, qualche soldo e la vecchia fiera di Roma.
Eccola. Si scrolla il fango dal pelo, la vedo riflessa sull’asfalto. Poi corre ad arrampicarsi su un pino della Cristoforo Colombo.
Chi ci crede, lo sa che è così. Chi non ci crede, fatti suoi. Per chi non ci crede, è solo quello che sembra: un’armatura di cemento bianca e rossa, vuota, enorme, buttata di traverso sulla Cristoforo Colombo.

Testo con paesaggio / Settimo esempio: il taccuino di viaggio

Testo con paesaggio / Settimo esempio: il taccuino di viaggio

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, ed entriamo ufficialmente nella letteratura, con un taccuino di viaggio. fp].

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«Quando io cammino, cammina un bisonte. Quando mi fermo, si riposa una montagna. (…) fuori dal freddo le prime mucche; mi commuove. Intorno al letame, che fuma, una gettata di cemento e due bambine che vanno sugli schettini. Un gatto nero nero. Due italiani che spingono insieme una ruota.
Questo odore acuto dei campi! Corvi che volano verso oriente e dietro di loro il sole ormai basso. Campi grevi e umidi, boschi, diversa gente a piedi. A un cane lupo si vede il fiato davanti la bocca. Per Alling cinque chilometri. Per la prima volta paura delle automobili. Su quel campo hanno bruciato giornali illustrati. Suoni, come di campane dai campanili. Nebbia che scende, una foschia. Mi blocco tra i campi. Giovani contadini in moto passano con strepito e si allontanano. (…) Un guanto intriso di pioggia nel campo, e nei solchi dei trattori è rimasta l’acqua fredda. Gli adolescenti sulla moto vanno all’unisono alla morte. Mi vengono in mente le rape non raccolte, ma per dio, giuro, qui intorno non ci sono rape non raccolte. (…) C’è un bosco nero e fermo. (…) Placide figure con cani lungo il bosco. (…) Il prugnolo mi balza davanti, intendo come parola: la parola prugnolo. E invece c’è un cerchione di bicicletta, ma senza gomma, e tutto dipinto a cuori rossi. (…) Mi passa accanto un albergo, albergo al bosco, grande come una caserma. E c’è un cane, un mostro, un vitello. (…) Un campo di mais, non raccolto, d’inverno, cinereo che crepita, eppure non c’è vento. C’è un campo e si chiama morte. (…) Arriva una bicicletta e a ogni giro completo il pedale urta contro il carter. I guard rail mi accompagnano e sopra di me corre l’elettricità. Questa collina però non è proprio invitante. Quasi sotto di me c’è un paese nella propria luce. (…) Fuori Alling un pantano, suppongo capanne di torba. In una siepe snido dei merli, una schiera spaventata, che vola via nell’oscurità. La curiosità mi conduce al posto giusto, una villa da fine settimana, giardino chiuso, ponticello sul laghetto; casa sigillata. Io seguo la via diretta … prima si fa saltare una persiana, poi s’infrange un vetro, ed eccoti dentro. (…) sul tavolo una tovaglia con un motivo moderno dei primi anni cinquanta. Sulla tovaglia delle parole incrociate, fatte per un decimo al massimo, con fatica, e gli scarabocchi sui margini rivelano che si era alla fine delle risorse. Si è risolto copricapo: cappello. Spumante: champagne. Parlare a distanza: telefono. Io risolvo il resto e lascio tutto sul tavolo come ricordo. (…) Dopo ancora per un poco mi occupa la mente una donna che andava per la strada del paese, nel buio notturno, con una brocca di latte in mano.»
W. Herzog, Sentieri nel ghiaccio, Guanda, Parma, 1980, pp. 11-16. (Wien, 1978)

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