La vecchia fiera di Roma

di Carmen Verde
[Di cosa sono fatti i paesaggi che pretendiamo di raccontare? Di picchi e di valli, certo; di deserti e cascate; amene colline e stridenti ruote panoramiche. Ma quanto, anche, di quei luoghi dell’abbandono che esercitano il fascino un po’ morboso dell’esplorazione? Della violazione? Ogni violazione è anche, inevitabilmente, una ricerca di memoria e di identità. Un nuovo essere, se non altro nelle parole di chi ne accarezza l’immaginazione. Questo mi è sembrato un po’ lo spirito che attraversa il testo che segue. Un racconto che Carmen Verde, l’autrice, stese durante un seminario condotto da Demetrio Paolin, e che avrebbe voluto riprendere e magari espandere durante lo scorso laboratorio di Raccontare il paesaggio. Poi qualcosa le impedì di partecipare – succede. A noi il racconto piace così e volentieri ve lo proponiamo. Quando lo lessi mi venne in mente Alberto Savinio. Dapprincipio i racconti di Casa la vita. E poi le sue immagini. In copertina, di Savinio, L’Ile des charmes. fp].

La vecchia fiera di Roma vive prigioniera in un’enorme scatola arrugginita, un parallelepipedo tutto cemento e ferro e amianto, proprio di fronte a casa mia. Nessuno l’ha vista mai. Nel quartiere dicono che viene fuori di notte. (Ma se è prigioniera, dico. No, non è prigioniera, dicono, dall’interno la porta si apre. E io, allora, un po’ ho paura).
Lo straordinario è sentirla. Un rumore di ferrivecchi, come di armi arrugginite (riuscite a immaginarlo?). Certe volte, invece, è un suono colloso come vernice, somiglia a un dolore che si scioglie: ma lungo interi anni. Altre ancora sembra una voce, cupa, di apocalisse. Da cosa venga non si sa. Potrebbe essere un uccello: un uccellaccio spennato dalle zampe lunghe, che se ne sta tutto il tempo a dormire con la testa nascosta sotto un’ala e poi, quando si sveglia, dà una craniata al soffitto e si immalinconisce; un lucertolone che urta con la coda contro il muro e scoppia a piangere come un bambino; uno scarafaggio steso a pancia sopra, che non riesce a rimettersi sulle zampe e, così rivoltato, leva il suo lamento. Tutto, potrebbe essere. Ma l’unica cosa che si vede è quest’armatura di cemento bianca e rossa: enorme, buttata di profilo lungo la Cristoforo Colombo. E questo muro, lungo, e sporco e screpolato, come la crosta di una ferita, coperto di scritte e disegni, che per vederli tutti insieme devi guardarli da lontano: da così lontano che alla fine non vedi niente. Dicono che uno di quei disegni sia proprio la vecchia fiera di Roma. Ma quale? Il dragone cinese con i denti all’insù e gli occhi cerchiati di rosso? Il serpente arrotolato? La mandorla gigante a forma d’occhio? E quello che l’ha dipinta, poi, quando l’avrebbe vista la fiera?
Per tanto tempo me la sono immaginata come un cane.
Non un cane-cane: un cane-belva. Forse la facevo troppo semplice, ma era la mia prima esperienza con le cose che non si vedono. Ora, di notte, passo per via dei Georgofili, la via che di lato la costeggia: passo, e notturnamente sto. Certo bisogna sapere aspettare, perderci un sacco di tempo, ma a me va bene: non ho mai badato a quanto tempo ci vuole per le cose. È come con Dio: se tu ci credi, allora aspetti. Altro discorso è se non ci credi. Perché se non ci credi, che ci vieni a fare qui, sulla Colombo, al civico 348, a stare in piedi tutta la notte, a provare a guardare dritto in faccia la vecchia fiera di Roma? Che ci vieni a fare, se non ci credi? Se non ci credi, allora è solo il grande brodo della notte.
A volte, dopo qualche ora che aspetto, mi sembra di scorgerne il ceffo scuro dietro il cancello, poi la perdo di vista. Quando c’è la luna piena, sto molto attento, perché se io posso vedere lei, lei può vedere me, e allora chi lo sa come potrebbe finire. Quando sarà, sarà una cosa epica, penso. Lei passerà, e io mi farò da parte, per lasciarla passare. Ci sarò solo io in mezzo alla strada, perché sarà così notte che non si vedrà neanche una macchina sulla Colombo: e non avrò paura.
Da quando mi ci sono messo d’impegno, mi pare di saper guardare meglio. Certe notti la vediamo, io e Giovanni, che da qualche mese mi accompagna: accucciata sotto il cielo come un cagnolone, ma poi si alza e diventa una Gorgone. “La vedi?” dico allora a Giovanni. “Laggiù, eccola. Ora vado e la prendo: o è mia o è di nessuno”. E mentre mi allontano, lo sento pregare. Non è questione di pregare, Giovanni, gli vorrei dire. È questione di sapere dove mettere le mani, in tutto questo buio. Io non prego, ma se devo pregare il Signore, gli dico: dammi qualche soldo, Signore, qualche soldo e la vecchia fiera di Roma.
Eccola. Si scrolla il fango dal pelo, la vedo riflessa sull’asfalto. Poi corre ad arrampicarsi su un pino della Cristoforo Colombo.
Chi ci crede, lo sa che è così. Chi non ci crede, fatti suoi. Per chi non ci crede, è solo quello che sembra: un’armatura di cemento bianca e rossa, vuota, enorme, buttata di traverso sulla Cristoforo Colombo.

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