[Nella rubrica Storia di uno sguardo, raccolgo delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi nei quali ho scelto di vivere – Amelia e i colli amerini – e che ospitarono il primo esperimento residenziale di Raccontare il paesaggio. Nata per rendere familiare ai partecipanti le località che li avrebbero ospitati, la rubrica è rimasta un laboratorio personale sul quale misurarmi sulla narrazione dei luoghi, sullo sguardo che crea il paesaggio, sul complesso rapporto tra parola e immagine. fp].
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Perché un pezzo che racconta del paesaggio tra Amelia città e la sua prima campagna, di una sagra paesana, di gente che va e che viene in ore antelucane lungo una strada sterrata, di macchine lasciate lungo il ciglio o infilate a spina tra un olivo e l’altro – ruote in bilico, aglio selvatico, parafango all’insù, – di due donne che attraverso una siepe mi chiedono dei soldi per il comitato festeggiamenti, di un prete nero che predica tra i tavoli – non v’accorgete di quanto stiamo bene così, tutti insieme? – e allora le teste si alzano dal piatto – il tovagliolo, alla svelta – e fanno sì, sì, con la bocca piena. E il prete nero sorride. E anche loro sorridono. Un pezzo – dicevo – in cui da lontano, dalla mia finestra, vedo una “Sala del regno” con un muro così bianco da essere luminescente – dico: perché un pezzo simile dovrebbe chiamarsi “Bianca folla di farina”?
Non lo so ancora. Ma sospetto che un motivo ci sia.
In questi giorni, dacché vado scrivendo questi pezzi che non so bene cosa siano – forse fette di mio paesaggio e nient’altro – faccio caso alle coincidenze – ai fatti che coincidono nel senso che diamo loro.
Per esempio, mentre scrivevo di Tilde – la donna dalla quale ho acquistato la casa ed ereditato le scarpe da sposa della nuora – è capitato che friggessi delle patate.












Non so se anche secondo voi il libro più interessante di Italo Calvino sia Palomar; secondo me sì, a fianco della Giornata di uno scrutatore (e il signor Palomar, il cui nome viene da quello di un celebre osservatorio astronomico, che cosa è se non uno “scrutatore”?). Se invece a vostro giudizio è il più noioso, potete fare a meno di leggere questo articolo; oppure, no: questo articolo è scritto proprio per voi. Come tutti sanno, esistono due o tre Italo Calvino: il giovanissimo cantore non tanto della Resistenza quanto della gioventù (tanti anni fa, mio nonno a mio nonno, parlando della ’15-’18 combattuta da entrambi: “Ah, come che staxévimo bén in trincèa!”, “Eh, gavévimo vint’àni!” – “Come stavamo bene in trincea”, “Avevamo vent’anni”); il divertito raccontatore di favole; il narratore quasi neorealista, ma di un neorealismo strano e straniante; il costruttore di macchine concettuali, che è quello che ha riscosso successo mondiale: da Le città invisibili a Se una notte d’inverno, da Il castello dei destini incrociati (libro peraltro bruttissimo) a Palomar (libro molto, molto bello).
