Befana a Roma

di Fiammetta Palpati

[Questo racconto è apparso in vibrisse nel gennaio del 2017. Lo ripropongo tra i materiali dedicati a Raccontare il paesaggio perché c’è un uso particolare dei luoghi. Luoghi di Roma, in questo caso. La fotografia in alto: Vincenzo Sagnotti, Roma, Mandrione fp]

[Il racconto in pdf].

Qualcuno aveva buttato i fiori. Anzi, prima ne aveva tranciato il gambo, e poi li aveva gettati nella spazzatura. Questo disse Massimo. Spezzando le frasi per riprendere fiato, e trattenendo il compiacimento di chi porta cattive notizie, le giurò di averli visti con i propri occhi – i lilium, le gerbere, gli iris – insieme alle lattine e alle cartacce unte.

Nelle ultime ore se ne era stato ad accendere e spegnere sigarette nei pochi metri quadrati del pianerottolo, tra l’ascensore e le scale. Prima su una gamba, poi sull’altra, infine poggiato all’intonaco scolorito. Dopo pranzo l’andirivieni era aumentato: parenti alla lontana, vicini di casa, sconosciuti, entravano ed uscivano da casa di sua zia limitandosi a passargli davanti con un cenno della testa. Così si era deciso a scendere dal tabaccaio. E mentre accartocciava il cellophane delle MS rosse s’era accorto dei fiori nell’immondizia. E del portone, spoglio.
Era tornato su, al settimo piano, affrontando due alla volta i gradini male illuminati dai vetri sudici della chiostrina, senza aspettare l’ascensore che saliva cigolando, stipato di gente stretta nei cappotti scuri. E a ogni rampa sentiva crescere l’affanno per lo sforzo, e l’eccitazione per lo scandalo che avrebbe suscitato.

Cecilia lo ascoltava in piedi, a braccia conserte in mezzo alla porta di casa, mordendosi le labbra. Non aspettò nemmeno che avesse finito: gli voltò le spalle e corse dentro. Massimo, dietro.

“Mamma!” dissero contemporaneamente.

La trovarono nel corridoio, che s’aggirava con un’irrequietezza lenta da una camera all’altra – un po’ fra i consolati e un po’ fra i consolatori. Cecilia la sospinse verso il salotto, il divano – dai cuscini un lungo sibilo e il sentore, inalterabile, del sintetico – e le si piazzò di fianco. Massimo le si accovacciò vicino alle ginocchia.

Gigliola si sforzava di ascoltare, di distinguere: la raffica nell’orecchio, gli occhi sgranati di sua figlia, quella voce che a forza di bisbiglii luttuosi era diventata rauca, a tratti afona, e poi s’impennava nel solito tono stridulo. Avrebbe dovuto dire o fare qualcosa, secondo Cecilia.
Annuì.
Sì, sì, disse. Poi si poggiò allo schienale.
Scivolava. Il pile della tuta sul vinilico della poltrona, sfrigolando. Lo sguardo sulla finitura lucida del tavolo allungabile; sulla carta metallizzata della stella di Natale; sulla pellicola trasparente ancora intorno all’imbottitura delle sedie; sulla fodera di una giacca, lisa e ombrata intorno alle maniche. Sul raso candido, argenteo, della valigetta delle posate – il silver plate incastrato come piombo nei denti.
Cecilia si era zittita. E la guardava, ritraendo la testa – la distanza della messa a fuoco o dell’attesa o del giudizio. Massimo, invece, di sotto in su. Lui era il cagnolino ubbidiente.
Gigliola deglutì – i tendini incordati sul collo gonfio, arrossato. Mosse le labbra per parlare e sfiatò anche lei.
La guardavano tutti. I suoi figli, la coppia che si dava il braccio sul divano. E anche la donna alla finestra, ancora chiusa nel cappotto, e che proprio in quel momento aveva voltato la testa – solo la testa – verso di lei.
Dovevano essere le gocce che le aveva fatto prendere Elena. Ci aveva imbottito tutti. Riprovò.
“Non ci posso credere”, le uscì – impastato.
“Ma è vero mamma, li ho riconosciuti io” – proruppe Massimo. “E poi adesso il cancello è vuoto” – aggiunse.
Suo figlio era scattato in piedi – alto, grosso – e le aveva afferrato il polso. Avrebbe voluto che s’avvicinasse anche lei alla finestra, che andasse a controllare.
Non ce la faceva. Lasciò che la mano penzolasse ancora un po’, tra loro due. Poi Massimo gliela posò sul bracciolo e si cercò una sedia.

Gigliola si schiarì la voce e tutti alzarono il mento, di nuovo – un branco di cani smarriti.
Cosa avrebbe dovuto dire? Ecco, sì.
“Che almeno non lo vengano a sapere Elena e Bruno,” questo disse. Una raccomandazione.
Dopo di che ciascuno tornò attentamente all’immobilità della propria posizione.

I termosifoni erano accesi e l’aria asciutta. Dall’albero di Natale proveniva un sentore di resina. Dalla carrozzina un respiro infantile irregolare.
Cecilia s’avvicinò. Estrasse dal polsino un fazzoletto e tamponò le minuscole narici, gonfie e rosse, del bambino, che si scosse. Un breve frigno e subito riprese il sonno e il respiro accelerato da qualche linea di febbre.
L’albero era spento – la presa delle luci, staccata. Nell’opacità delle palle infrangibili, dei decori dozzinali, era un viluppo di fili verdi, plastificati. In terra, dove due settimane prima c’era stato qualche pacchetto e un paio di buste da lettera con le banconote contate e ben stese – per i ragazzi, che così si comprano quello che gli piace – un mucchietto di aghi marroncini.

“Ma che è successo, scusi? Quando siamo arrivati noi i fiori c’erano. Anzi, non fosse stato per quelli, neanche avremmo riconosciuto il portone”.

La voce rintronò. A parlare era stata la donna sul divano – quella vicino al marito – che si era sporta in avanti, verso Gigliola e adesso – con le ginocchia serrate e un ghigno d’orrore e stupore sul viso – s’aspettava da lei una risposta.
Ma Gigliola fissava la vetrina davanti a sé e quella, lentamente e col medesimo terrore, se ne tornò accanto al marito.

“Può darsi che si fossero sciupati” disse la donna alla finestra. “Magari ce ne metteranno di nuovi”, aggiunse. Si voltò e incontrò gli occhi vuoti di Gigliola. “Di fiori, intendo”.

Dovevano essere amiche di Elena; di quelle che sua sorella conosceva in farmacia e, una scatola dopo l’altra, prendevano confidenza – Elena era una di quelle capaci di chiamarti tesoro dopo mezza giornata – e cominciavano a raccontarle i loro guai e poi finivano in casa, in circostanze come questa: troppo intime per restare in salotto e troppo estranee per essere ammesse in cucina. Ma perché sua sorella non si decideva a uscire?
I fiori erano già freschissimi, avrebbe dovuto rispondere a quella che non schiodava dalla finestra – cosa sperava di vedere più? Di vedere ancora? Con quel freddo non avrebbero nemmeno avuto modo di afflosciarsi. No: dovevano essere stati spezzati per dispetto. I cinesi del negozio di cinesi. O gli egiziani della frutteria. Sì.
Gigliola distese la testa all’indietro, sul poggiatesta scivoloso, e stavolta chiuse davvero gli occhi.
Li vedeva. Vedeva i suoi fiori – i fiori per suo nipote – insieme ai loro avanzi di verdura; alle cassette di plastica impilate di fianco al secchione di zinco, con le banane annerite e le foglie di cavolo butterate di giallo. Immaginò la ragazzina uscire dal negozio, nell’aria secca e gelida del sei di gennaio – indosso solo una camicina bianca che le lascia scoperti i polsi e gli avambracci – andare a passo corto e veloce verso il portone infiorato a lutto e fare a pezzi uno dopo l’altro i mazzi.
Le mani. I petali. I gambi. La ragazzina.
Poi i muscoli si rilasciarono, il mento scivolò e la mandibola si aprì. Sentiva la pancia gonfiarsi e poi svuotarsi, con lentezza. Dietro le palpebre i guizzi delle luci del lampadario. Infine anche i fosfeni scemarono.
Qualche istante di assenza, riposo, benessere.

Poi fece uno scatto in avanti. Si portò una mano al petto. Era paonazza. Un’extra sistole, biascicò. Puntò le mani per sollevarsi e urlò:
“D’altronde, che sembra la Befana oggi?”
Ricadde seduta.
Cecilia la stava fulminando. Gli altri, confusi. Continuò, con un tono più basso, più accorato:
“Tengono sempre aperto, a tutte le ore del giorno e della notte. Hanno messo pure la bancarella delle scarpe. Ma chi gliele compra, le scarpe, il giorno della Befana?”
Sospiri – di sollievo. Gli ospiti, adesso, annuivano.
“Manca l’aria della festa”, concluse lei.

Mancava l’aria della festa. E non solo perché una ragazzo di vent’anni s’era buttato dal settimo piano. Mancavano i binari del tram silenziosi. Le strade spopolate. Un qualche ritardatario che a passo svelto – un pacco, massimo due, tra le braccia – suona un citofono e infila un portone. Le case affollate, le facciate luminose. E dietro i vetri sottili, scintillanti, la sagoma di lampadari a goccia e lunghe tavole apparecchiate, con il torrone, i mandarini e i numeri della tombola.
Ecco, questo avrebbe voluto dire. Non lo disse. Ma tutti capirono ugualmente.
I coniugi sul divano tirarono un respiro lungo, all’unisono. La donna alla finestra tornò ad accarezzarsi le spalle attraverso il cappotto. Cecilia le strinse la mano.
E Massimo lasciò la stanza. Tornò sul pianerottolo, e s’accese una sigaretta.

***

La notizia gli era sfuggita di mano, tanto più che uno degli amici di suo cugino doveva essere venuto su con la stessa novità e, senza passare dalla sala, era andato direttamente dai suoi zii. Dal vetro della porta della cucina provenivano, infatti, frammenti di una conversazione animata, e qualche tonfo, come di pugni che si abbattevano sull’incerata del tavolo.
Massimo aspirò lentamente. Doveva far passare il tempo. Sopportare l’impotenza di quell’inattività, di quel bisbiglio rauco, luttuoso; del via vai, del telefono fisso che aveva squillato in continuazione prima che sua zia si decidesse a staccare la cornetta, dei quotidiani passati di mano in mano: aperti, sfogliati, richiusi alla meno peggio, sbattuti per terra. Riuscire a rimanere in trappola. Lui, loro tutti, la casa stessa – persino chi entrava a portare condoglianza o conforto – prigionieri, nudi, nella stessa cella.
Estrasse il telefonino dalla tasca posteriore dei pantaloni e scrollò la rubrica.

Finita la conversazione spense la cicca nel vaso – tra le radici che affioravano nella terra asfittica di calcare – e a passo deciso – allargando le spalle e soffiando dalle narici – il setto deviato, il naso chiuso dei fumatori incalliti – come un toro che entra nell’arena – bussò alla cucina.
La stanza stretta. L’aria annebbiata. Le sedie tutte occupate. Uno degli amici di suo cugino – quello che gli aveva fregato la soffiata – a braccia conserte contro il frigorifero. L’altro fumava alla finestra, tra i fili per i panni e la puzza di stantio del cortile interno.
Elena e Bruno, i suoi zii, erano seduti intorno al tavolo. In mezzo c’era suo cugino Ermanno. Sull’ultima sedia Renata, la fidanzata di Ermanno – la testa poggiata sulla tovaglia e gli occhi stanchi ma spalancati su di lui.
Non lasciarlo mai solo. Di questo s’era raccomandato durante la telefonata nella quale la madre, Elena, informava il medico di entrambi del fatto che, alla fine, Lorenzo – il fratello, il gemello – ce l’aveva fatta a buttarsi giù.
Ermanno era scivolato in avanti, sulla sedia – lo sguardo tra il posacenere pieno e la bottiglia di plastica della minerale.
Dal rubinetto si sentiva scorrere un filo d’acqua. La vicina di casa sciacquava la macchinetta per l’ennesimo caffè della giornata: il primo caffè per chi arrivava, l’ennesimo per chi restava. Tazze non ne usavano più. Avevano cominciato con i bicchieri di plastica. E a chi non gli sta bene – aveva detto sua zia Elena facendosi sentire oltre la porta – che scendesse al bar.

Voleva parlare con i suoi zii, disse Massimo.
“Solo la famiglia” – aggiunse. Aveva agitato le mani in aria, goffamente, sfiorando i faretti incassati sotto la mensola in alto, quella con i souvenir e la felce finta.
La vicina si asciugò le mani e uscì senza fiatare. I ragazzi si fecero un cenno tra di loro – quello alla finestra diede un ultimo tiro, poi buttò la sigaretta di sotto – baciarono Elena – su una guancia, sull’altra – biascicarono un a dopo a Ermanno e uscirono. Renata non si muoveva.
Dallo spiraglio della finestra entrava una corrente di aria fredda e cattiva. Elena si alzò, la chiuse, poi, si rivolse alla ragazza:
“Vatti a fare una passeggiata anche tu, che sono due giorni che non esci”.

Erano rimasti davvero soli.
Massimo si schiarì la voce. Suo zio sollevò la testa lentamente, a scatti, come se qualcuno di diverso da sé stesso – la forza di volontà, di non lasciarsi abbattere completamente – lo tirasse su ma con una catena arrugginita che grippava, e lo guardò. Sua zia lo spinse sulla sedia. Poi prese l’accendino dalle mani del figlio, s’accese una sigaretta e si sedette di nuovo anche lei.
Ermanno non s’era spostato di un millimetro.

Zii, aveva detto. Una parola goffa, tanto quanto quel diritto all’intimità, appena fatto valere. Usava zia Elena, perlopiù; poteva aver detto sì, forse qualche volta, anche zio Bruno. Ma non si sarebbe mai sognato di rivolgersi a entrambi con “zii”. Gli evocava il fastidio di quella parentela; di un legame estraneo ma, allo stesso tempo e nonostante tutto, sodale. Se così non fosse perché negli ultimi due giorni – da quando suo cugino Lorenzo si era ammazzato – si erano stretti tutti in quell’appartamento, giorno e notte, arrangiandosi sui divani, e mangiando pizza e pollo di rosticceria?
Da che Massimo aveva memoria si incontravano esclusivamente durante le feste comandate; o per qualche domenica speciale. Soltanto per poche ore.
In quelle occasioni il nonno cucinava per tutti e la nonna rimaneva sul divano, senza poggiare i capelli che il marito le aveva sistemato – cotonati sulla nuca – prima dell’arrivo delle figlie, e di loro – i nipoti. Nell’attesa di mettersi a tavola, suo padre e suo zio Bruno giocavano a briscola, nel silenzio assoluto. Fino alla conta dei punti. Allora gridavano e sbattevano le carte sul tavolo. La televisione rimaneva accesa, con l’audio al minimo. Dopo pranzo c’era il rumore dei piatti che sua madre e sua zia lavavano in cucina. Lui e Cecilia, per solito, rimanevano davanti allo schermo di Domenica In, accanto alla nonna, uno per parte, cercando di non urtarle le braccia raccolte in grembo, sulla gonna di gabardine. Talvolta, invece, passavano il tempo a osservare i gemelli di sua zia: i cuginetti, che giocavano fra di loro. Senza mai litigare, mai alzare la voce. Finita la cucina veniva il momento di tornarsene ciascuno a casa propria. Il nonno, sulla porta, dava a tutti loro nipoti un bacio sulla fronte e alle figlie un pacchetto di stagnola con gli avanzi del pranzo. Sua zia Elena scendeva le scale di corsa, col viso basso, e quando Gigliola cercava di abbracciarla, quella si scostava, nascondeva gli occhi umidi di rabbia. Gigliola cercava di farla ragionare:
“Papà deve risparmiare. Prima o poi dovrà mettersi in casa qualcuno. Lo fa per noi, per non farci pesare mamma, un domani”.
Poi se ne andavano; ma una volta soli, in macchina, sulla strada del ritorno, ci tornava su. Parlava, gesticolando, mentre il marito guidava. Sua madre non aveva mai preso la patente e lui la scarrozzava col finestrino aperto anche d’inverno, e una sigaretta appesa all’angolo della bocca. Capitava che suo padre non prendesse subito la strada per la borgata. Senza dire niente a nessuno imboccava la Prenestina verso il centro.
Avvicinandosi a Porta Maggiore lui e Cecilia cominciavano a muoversi, ad agitarsi sul sedile: aprivano e chiudevano i pugni – ma ognuno per conto proprio – e chiedevano di andare a vedere il presepe a San Pietro, o la Befana a piazza Navona, o le marionette al Pincio. Suo padre non rispondeva. Non diceva né sì né no. Continuava a guidare. Allora sua madre si zittiva e teneva d’occhio le dita scure di lui, la sigaretta col moccolo di cenere che s’allungava e cadeva sul tappetino, le unghie annerite dal grasso dei motori, intorno al volante di bachelite.
Il più delle volte suo padre seguiva il circuito delle automobili e dei tram intorno ai fornici della porta monumentale all’incrocio delle mura e delle otto condotte d’acqua romane – il travertino imperiale annerito dai motori, nascosto dall’erba alta. Faceva il giro – insieme ai binari, ai cavi elettrificati, ai tralicci delle linee ferroviarie – e riusciva dalle stesse Mura Aureliane, ma una decina di archi più avanti. Imboccava la Casilina. Tornavano a casa.
Sarà per un’altra occasione, diceva sua madre. E cercavano di restare allegri.
Suo padre continuava a non dire niente. Però cercava di farsi perdonare e si infilava sotto il ponticello della ferrovia. Allora lui e Cecilia si giravano verso il lunotto posteriore, in ginocchio sul sedile e gridavano:
“Er Mandrione!”

Vedono scomparire i palazzi, i semafori, i marciapiedi. Svaporare la luce gelida dei neon e i gas di scarico. Dal vetro curvo – come da un grande schermo – la propria scia biancastra sulla stradina buia, stretta tra le baracche illuminate, gli sfasciacarrozze, gli smorzi, e il tratto scuro e severo dell’acquedotto sul prato. Il resto che è cielo, e stelle. E qualche volta pastori.
In curva suo padre non rallenta. Massimo si lascia cadere su Cecilia. Lei urla. Lo picchia. Schiaffi sulla testa. Gridano insieme e si buttavano contro lo sportello. Poi saltano sui:
“Mamma! Papà! Ci so’ le mignotte co’ le zinne de fòri!”
Donne mezze nude che pestano i piedi davanti a fuochi striminziti – fatti con le cassette della frutta – sotto le volte romane, sull’erba brinata di gennaio.

Sbucavano a Porta Furba e da lì proseguivano sulla Tuscolana: Cinecittà, Anagnina, Vermicino. Lui e Cecilia tornavano a sedere, composti, in silenzio. Suo padre riprendeva la guida regolare, col viso sereno. E sua madre ricominciava a gesticolare:
“S’è sobbarcato tutto papà, senza fare un fiato. Elena non lo sa. Non lo può sapere, per fortuna. Non glielo abbiamo mai fatto capire. Era troppo piccola. Che colpa poteva avere lei? Ci siamo sacrificati io e papà. Dodici anni ci avevo. L’ho cresciuta io, mentre papà pensava a mamma.”
A quel punto si zittiva e cominciava a dondolarsi sul sedile, assorta. Oppure si girava verso di loro – i suoi figli adorati – sporgendosi come se avesse intenzione di abbracciarli. Non ci arrivava e allora si limitava a lanciargli dei bacetti con la mano, uno per ciascuno.

In cucina sua zia lo guardava attraverso il fumo della sigaretta, col viso ingiallito, e i capelli scolorati. Aspettava che dicesse quello che aveva da dire.
Massimo si raddrizzò, deglutì.
Voleva affrontare la questione del funerale. Era inutile girarci intorno; prima o poi l’obitorio avrebbe restituito il corpo e qualcuno avrebbe dovuto seppellirlo. Meglio che ci pensasse lui prima dell’arrivo dei soliti avvoltoi. Per questo al telefono, poco prima, aveva chiamato un ex compagno di scuola delle industriali. Bisognava decidere tra l’inumazione o la cremazione, gli aveva detto il tizio, e poi per il rito funebre. Cercare, nel caso, un sacerdote disponibile, vista la delicatezza della faccenda. Dal momento che il suicida era solo un ragazzo, era quasi sicuro che un prete di vedute ampie l’avrebbero trovato. Certo con la cremazione sarebbe stato tutto più facile: si sarebbe fatta lì, all’obitorio di medicina legale e poi avrebbero potuto portarselo dove volevano. La sepoltura invece era diventata un problema. Da regola – aveva sottolineato il tizio al telefono – visto dove abitavano i suoi zii, avrebbero dovuto portarlo al nuovo cimitero sulla Laurentina ma, se l’idea non gli fosse andata, sapessero che la sua agenzia aveva agganci a Prima Porta. Per il fornetto c’era da aspettare i lotti in costruzione. Altrimenti c’era posto in terra. Avrebbero voluto, gli zii di Massimo, seppellire loro figlio nella terra? Al Verano non ci pensassero neanche. Bisognava conoscere Gesù Bambino. Così aveva detto.

Massimo voleva far ragionare gli zii, appunto. Poche parole ma dette come vanno dette, con i piedi per terra, nel tempo che rimaneva – poco, perché quando l’obitorio ti restituisce il corpo è ora di chiuderlo. Anche di questo si era raccomandato il tizio.

***

Graziella si era ritirata in camera da letto. Imbottita di abiti e maglie ammonticchiate sulla poltroncina e di biancheria – lenzuola, piumoni – nei bustoni sottovuoto in cima all’armadio, o sotto il letto matrimoniale, ci faceva più caldo che in cucina. Nell’aria si sentiva odore di ammorbidente.
Estrasse la tavola da stiro dalla risega del muro; il ferro dall’anta sinistra, in basso; a colpo sicuro. Le avrebbe stirato: avrebbe stirato per Elena .
Questo perché quando suo figlio aveva preso la rincorsa, sul corridoio, Elena aveva appena spinto il pulsante d’avvio del programma per i bianchi. Era sabato, la volta del bianco.
Graziella riempì d’acqua la caldaia del ferro. Accese, sedette sul bordo del letto e aspettò che si scaldasse.

Qualcosa, una sagoma umana, aveva attraversato il vano della porta – così aveva raccontato Elena ai Carabinieri – lei presente. Un’ombra, uno schermo davanti alla lampadina – ma era notte? Pomeriggio, ma già scuro. No, un rumore vero e proprio no: solo un fruscio, uno spostamento d’aria troppo potente per non insospettirla. O forse il sesto senso materno. Elena aveva riso, i Carabinieri no. Allora s’era affacciata. Ermanno – gambe e braccia larghe – sbarrava la porta – la finestra – della camera. Ma l’altro, Lorenzo, con un guizzo – un colpo di genio – l’aveva schivato e poi aveva deviato per il salone. Doveva essere stata una decisione presa all’istante.
Perché non gli era – non gli erano – corsi dietro? Perché non l’avevano afferrato prima che si buttasse, chiedevano quelli. Elena diceva di non saperlo. Era rimasta paralizzata. Quando era riuscita a muoversi Lorenzo aveva già aperto la finestra, e infilato i piedi tra i vasi gelati del balcone si era piegato – testa in avanti e piedi scalzi – intorno alla ringhiera.

Lasciamelo fare mamma. Ti prego.

Con queste parole l’aveva implorata, neanche una settimana prima, quando era già a cavalcioni sul davanzale della finestra della cameretta e si sporgeva verso il vuoto e il traffico della strada di sotto e lei, invece, lo aveva tirato dentro, urlando per la disperazione, e per darsi forza. Le era rimasto l’indolenzimento dei muscoli – ogni volta che aveva dovuto alzare le braccia a prendere un bicchiere dallo scolapiatti o un prodotto dallo scaffale alto della farmacia. Elena se ne era lamentata con Graziella, mentre si guardava le unghie spezzate contro i jeans di suo figlio. Da quel momento – le raccontò – avevano preso precauzioni. La tapparella era sempre tutta abbassata. La cameretta dei ragazzi sempre al buio.
Poi Lorenzo aveva cambiato finestra. Di punto in bianco. E il suo corpo si era fracassato tra le bancarelle di scarpe, le cassette di frutta e le strisce pedonali, mentre la lavatrice continuava a girare, sciacquare e centrifugare.
No, non era scesa in strada. Graziella glielo aveva impedito. Graziella chi è?
Il maresciallo s’era girato verso di lei. Graziella alzò la mano. Parlò.
S’era precipitata sul pianerottolo e aveva impedito a Elena di scendere in strada. Come aveva capito che era successo quello che era successo, avevano voluto sapere. Per le solite urla? Non sapeva rispondere. Non ricordava. Sesto senso – quelli, una smorfia d’insofferenza – se lo aspettava. Sì, era nell’aria, già da Natale.
A ogni modo per trattenerla, per impedire a Elena di vedere lo scempio di un figlio sfracellato sul marciapiede, anche lei aveva dovuto usare la forza. E dopo le prime ore in cui Elena era rimasta in stato confusionale – tra le sirene e una folla di persone che le faceva le stesse domande, le spingeva un microfono sotto il naso, la sorreggeva verso il bagno, le portava alle labbra un bicchiere che lei scansava chiedendo insistentemente che roba fosse – Elena le aveva fatto cenno di avvicinarsi. Graziella aveva sentito le labbra di lei sul proprio orecchio:
“Svuota la lavatrice.”
In quel momento – forse – non prima – erano diventate amiche. Ma questo non lo raccontò ai Carabinieri. Graziella aveva aperto l’oblò e cominciato a tirare fuori la biancheria prima che ammuffisse e l’aveva stesa sui caloriferi.
Ogni tanto, tra un interrogatorio, un’intervista ed una visita, aveva visto Elena alzarsi, avvicinare i panni alla guancia, alla bocca – i polsini, il collo – per sentire se fossero ancora umidi. Magari girarli al rovescio.

La caldaia emise uno sbuffo e la spia verde s’accese. Cominciò dalle camicie. Ce ne erano sette. Bruno, costretto a vestire, per lavoro, indossava la camicia anche nel giorno di riposo. Graziella stese il collo e schiacciò il pulsante del vapore. Niente. Ci riprovò e un fiotto violento le appannò gli occhiali. Avrebbe dovuto dire a Elena di mettere una pasticca di decalcificante nella caldaia o di portarla all’assistenza. Passò alle maniche, piccoli movimenti con la punta del ferro – una piega tolta, se ne faceva un’altra, diversa. Pazienza. Avrebbe dovuto dirglielo, prima che il ferro la piantasse in asso. Ed Elena aveva un altro figlio, un marito, una casa con tanti anni ancora di mutuo. Anzi, non le avrebbe detto niente. Finito quel mucchio di panni se lo sarebbe caricato e l’avrebbe portato lei stessa all’assistenza. L’indomani. Sì. Passata l’Epifania sarebbero stati aperti. E vuoti. Finite le feste si svuotano. E tutto ricomincia. Da buona vicina. Da amica.

Come erano diventate amiche – pure questo avevano voluto sapere. Non è facile farsi i fatti propri abitando porta a porta. I muri non sono abbastanza spessi per filtrare le tragedie familiari. In casa di Elena spesso i toni si alzavano. Anche le mani. E le urla finivano in lamenti solitari, nel bagno. Dapprincipio, fino all’anno precedente, più o meno, erano state soprattutto le liti di Lorenzo con Elena; in seguito il ragazzo aveva preso a essere violento anche col fratello. Infine col padre. La domenica, dopo pranzo era il momento dei cocci. Finivano di mangiare e rompevano qualche piatto. Di notte invece spostavano cose pesanti – una scrivania, una cassettiera. E poi il pianto, soprattutto femminile. Che cercava? Soldi, principalmente. No, oro non le pare che ne avesse mai rubato.
La mattina seguente una di quelle notti agitate, nell’ora in cui di solito Elena usciva per andare a piedi alla farmacia nella quale faceva la commessa, Graziella s’era fatta trovare sul pianerottolo, a lucidare la maniglia d’ottone. Aveva chiesto a Elena la gentilezza di portarle a casa una confezione di Aulin, che non riusciva a camminare dal dolore. Sì anche il generico andava bene.
Dopo pranzo, verso le due del pomeriggio, Elena le aveva suonato alla porta con la scatoletta in mano. Graziella aveva pronti i soldi. Fecero lo scambio. Elena stava per rientrare ma si voltò:

“Vieni a prendere un caffè da me” – le disse.
“Venga lei, ce l’ho sul fuoco.”
“Preferisco non lasciarlo solo. Si è alzato da poco.”

È così che erano entrate in confidenza?
Mah. Elena non era tipa da confidenze. Era una molto diretta, senza segreti. Sicché nel momento in cui il caffè dopo pranzo era diventato un appuntamento quotidiano, anche lei, Graziella, vedeva la situazione in modo meno grave di quanto non le fosse apparsa attraverso il muro. Ogni alzata di testa di Lorenzo, ogni stranezza, avevano una spiegazione se non una giustificazione; e i piccoli passi, tenaci, e sempre più sfrontati, verso il male, trovavano posto nella routine: il lavoro, la spesa, le pulizie, la telefonata al medico dopo pranzo, il primo litigio, la telefonata per annullare l’appuntamento, la pace tra madre e figlio, le lacrime insieme, il pentimento, le scuse, un’altra telefonata al medico, l’attesa, la preghiera, lo scongiuro di non uscire, di non sputare le pasticche nella tazza, la speranza in una vacanza con gli amici del fratello, la partenza, il rientro prima del tempo stabilito. Ci si erano quasi abituate. Almeno finché Lorenzo non aveva passato il segno. Ed era finito a cavalcioni sulla finestra.

Graziella infilò la spalla della camicia nella tavola – con la punta del ferro passò intorno al colletto, al primo bottone; spostò la stoffa e proseguì fino alla parte opposta: fatte le spalle il resto era un attimo. Stirare le lasciava la testa sgombra. Per fare che? Pensare. Rimuginare. Le solite cose: i figli. I soliti paragoni. Avevano dieci e dodici anni – molto più piccoli di quelli Elena – ma l’età migliore era passata e d’ora in avanti sarebbe stata una strada tutta in salita. Tanto valeva prepararcisi. Voleva imparare da Elena. No, questo ai Carabinieri non l’aveva detto. Il più grande, soprattutto, la faceva dannare; non che non fosse un ragazzino affettuoso. Ma era immaturo. E con la testa sulle nuvole. Si rabbuiò e poggiò il ferro sulla caldaia.
Due giorni prima lo aveva mandato a fare ripetizioni, i compiti delle vacanze da una maestra di rinforzo. Tornando a casa il ragazzino aveva dimenticato lo zainetto sul tram. Lì per lì – fagocitata dalla tragedia che era appena successa – non aveva dato peso alla cosa. Poi erano passate le ore. Il lunedì il bambino sarebbe dovuto tornare a scuola: senza libri, senza compiti. Si era attaccata al telefono – se per caso lo zaino fosse stato ritrovato. Non era riuscita a parlare con nessun ufficio: era il cinque di gennaio. Allora aveva cominciato a provocare il ragazzino, a insultarlo. Gli aveva tirato una ciabatta. Non era riuscita a calmarsi che quando aveva deciso di andare, di persona, al deposito dei tram sulla Prenestina. A piedi. Una bella scarpinata da Torpignattara. Una passeggiata.

Costeggiò i palazzi sulla Casilina a testa bassa – le poche vetrine, squallide, le conosceva a memoria – le porte blindate della banca, i condizionatori sulle finestre della A.S.L. Poi erano solo serrande abbassate, mucchi di vecchia pubblicità macerata negli angoli e vuoti di birra. I passanti rari e il traffico veloce. Accelerò anche lei. Le macchine spostavano aria e pulviscolo. Si alzò la sciarpa sulla bocca. Avrebbe potuto prendere il trenino che veniva da Giardinetti – un paio di fermate, passava in quel momento. Era affollato. Neri, soprattutto, e cingalesi con l’alito di aglio. Abbassò la sciarpa – aveva bisogno di più aria; riconobbe il monossido.
All’altezza di via del Mandrione la strada si restringeva – ricordava la consolare che era stata. Il marciapiedi sul lato della ferrovia si assottigliava – le automobili la sfioravano – fino a mancare del tutto: doveva attraversare. Si fermò. La rete metallica di protezione, la placca con il teschio – non toccate i fili pericolo di morte – a qualche centimetro. Guardò in basso. Un fascio di linee indistinguibili – tutta la Roma sud – si abbassava gradualmente sotto il piano stradale, binari che correvano affiancati, che si sovrapponevano, si scambiavano. Un fiume di metallo.
Rimase a guardare quel letto, i solchi lucenti al riflesso della luna appena sorta.
Il passaggio di un treno merci le tappò le orecchie. Le carrozze arrugginite sparirono tra i mattoni neri delle vecchie cabine di movimentazione, delle carbonaie dismesse, delle loggette di guardia, deserte. Alzò lo sguardo. Di fronte a sé, al di là della strada ferrata e di quel groviglio di pali, ganci e fili elettrificati in sospensione, c’erano i baraccati di prima della guerra, costruiti a ridosso dell’acquedotto: gli annessi, le sopraelevazioni, le parabole satellitari, i tetti di lamiera – ormai condonati. Il profilo di quell’agglomerato fragile, caotico, tra i mattoni appena sbreccati dell’acquedotto, i pieni e i vuoti delle arcate, stellati dal vento di tramontana. Un presepe romano.
Il traffico era aumentato. O era solo la gente che vedendo buio aveva fretta di chiudersi in casa. Si voltò e aspettò sulle strisce pedonali sbiadite, spaccate dalle radici degli alberi in mezzo alla strada. Tre pini giganteschi, inclinati, facevano da spartitraffico, senza banchina – i sopravvissuti della pineta che dava il nome al quartiere. Le macchine sobbalzavano sull’asfalto divelto. Graziella aspettò ancora.
Sibilò un altro treno.
Alla fine dovette buttarsi e le automobili frenarono.
A Via di Villa de’ Serventi il batticuore rallentò. Era ai Villini. Poteva alzare gli occhi dal marciapiedi, godersi la passeggiata sotto una luce meno fredda, meno artificiale. Erano i soliti lampioni al neon. A scaldarli erano i colori delle facciate, tra i nespoli e le palme: rosso corallo, rosso pompeiano, rosso mattone; ma c’erano anche dei lilla, dei verde pistacchio, dei celeste cielo. Il bianco che incorniciava le finestre, come i festoni sui portoncini: gli stucchi popolari. Il verde brillante delle ringhiere smaltate. E le luci di Natale, le natività tra i muschi delle pietre e delle fontanelle.
Elena le aveva raccontato spesso di quando abitavamo ai villini, in affitto. Le aveva dato l’idea che ci fossero vissuti felici. Poi i gemelli erano cresciuti e s’erano dovuti spostare. Però avevano comprato. Dove stavano adesso. Non distante, ma tutta un’altra cosa. Niente più persiane di legno da riverniciare, ogni anno, niente nespoli fioriti d’inverno, né ghiaia sotto l’altalena dei ragazzini.
Anche dalla parte loro c’era brava gente. Si sarebbe ammazzato lo stesso. No, non erano stati gli stranieri a massacrare i fiori. Anzi.
Nella parte alta di via del Pigneto tornò a camminare sotto i balconi stretti – qui dei grattacieli anni Settanta – incombenti. Ogni tanto, lo spazio si apriva intorno alla testa, il vento le sferzava le guance: era una casetta abusiva, a un piano. O persino qualche baracca. Il quartiere era fatto così: c’era un po’ di tutto. Attraversò il ponticello sul vallo ferroviario tra i cantieri della nuova metro e i materassi arrotolati per la notte dei senza tetto.
Si tastò il maglione – che la catenina fosse sotto il girocollo – quella era una piazza di spaccio. Elena le aveva detto che il traffico lo gestivano soprattutto i neri. Quegli africani molto scuri sui quali la luce dei lampioni si rifletteva sulla fronte e le guance. La guardavano mentre camminava al centro della stradina pedonale schivando le buche della pavimentazione – nuova ma già saltata. Lo stesso per le panchine: appena posate, ma spaccate a metà, come per un colpo di karate. E per terra vuoti di birra, in fila, come birilli. Si riforniva qui, Lorenzo? E di che? Non aveva avuto coraggio di chiederlo a Elena. Graziella sapeva solo che c’era roba pesante e roba leggera. Talvolta pareva che il ragazzo stesse male per tutto quello che s’era bevuto o fumato. In altri momenti che bevesse e fumasse a quel modo perché stava male. Sapeva però che l’ultimo scambio tra madre e figlio era stato lei che gli urlava puzzi d’alcool, e lui che ruttava chinandosi a slacciare le scarpe. Questo particolare non l’aveva saputo da Elena. Era sul giornale. E il cronista come l’aveva saputo? Dal verbale dei Carabinieri, senza meno. Il secondo, quello redatto presso il Comando. C’erano andati pesante con Elena. Volevano essere certi che non si fosse buttato giù perché aveva litigato con la madre. Per fortuna la storia dei fiori era successa dopo. Sennò.
Nell’ultimo tratto di strada arrancò sotto i piloni di cemento della tangenziale est, i marciapiedi alti, la stanchezza. La via era deserta, non praticata. Rasentava le gomme spiaccicate, le svastiche, le croci celtiche. Doveva essere il muro che delimitava il deposito. Era arrivata.

Dove si entra?
A chi si può domandare?
Un sibilo costante nelle orecchie, un nastro scorrevole, flessibile, avvolgente, le passa sopra la testa – il circuito della sopraelevata – la intontisce. Si sforza, prosegue ancora un po’. Ecco. Intravede la Prenestina. Riconosce i palazzi dei ferrovieri – quello da cui esce, correndo, la Magnani, e la fucilano alla schiena. E nel mezzo la corsia dei tram per Centocelle, il Quarticciolo.
La vettura sferraglia sullo scambio. Procede lenta sul binario che si stacca dagli altri e taglia la strada in diagonale – solitario. Graziella lo vede entrare nel deposito, imboccare l’ingresso spalancato, traballante attraversare il cono di luce sull’asfalto nero del piazzale, finire la corsa sul fondo del garage. Finire in uno dei tanti capannoni bui, tra un’altra decina di vetture dormienti, e con le porte chiuse. Il vetturino scende, spegne le luci. S’incammina verso un casottino illuminato.
Graziella alza una mano. Sta per chiamarlo. Ma il braccio le rimane così, sospeso in aria.
L’uomo si calca il berretto dell’Atac, si chiude nella giacca. Va.
Graziella è rimasta sulla soglia spalancata del deposito. Accende il cellulare, fa per indirizzare la luce verso i tram per farsi luce. Darà un’occhiata. Magari solo dai finestrini. A cosa? Ah sì, lo zainetto. Lo zainetto del bambino.
Invece non si muove. Segue i passi dell’uomo verso la luce. L’ufficio nel casotto rischiarato.
I vetri sono appannati. Si sentono voci maschili, alterate ma allegre, come di gente che brinda insieme e aspetta la fine del turno.

Se ne era tornata a casa.

Graziella abbottonò la camicia – un soffio sulla madreperla, ché scotta – ripiegò. Poi una passata senza vapore, per fissare – guarda, controlla, odora: cotone pulito. La adagiò sul comò, tra i campioncini dei profumi scuriti, le bollette con un cerchietto giallo intorno alla data di scadenza e le cornici di silver plate. Sollevò quella che racchiudeva una fotografia dei gemellini mascherati: Moschettiere e Principe azzurro. Impossibile distinguerli – entrambi sotto il cappello piumato – tra i banchi di formica verde acqua, le nuvolette di cancellino sulla lavagna, le stelle filanti e le mascherine di Arlecchino che scendevano dal soffitto. Non era mai stato possibile distinguerli se non negli ultimi mesi, quando Lorenzo s’era scheletrito e girava come un forsennato, per casa, in cerca dei soldi che Elena imboscava – e poi non ricordava più, nemmeno lei, dove.
Ma non è questo ciò che interessava a Graziella quando, sfilandosi gli occhiali, avvicinò l’immagine, mise a fuoco. È l’incanto della risata – la testa un poco all’indietro, gli occhi socchiusi e le labbra spalancate – sul viso di quei bambini. In tanto splendore doveva pur esserci una piega, una smorfia, una traccia qualsiasi – un fiore spezzato – che avrebbe potuto far presagire, per uno dei due, quello che sarebbe successo.

***

Renata aveva raggiunto i maschi nell’ingresso.
Elena li aveva mandati via con una benedizione – divagatevi – e quelli afferrarono al volo le giacche e scesero i sette piani di corsa, saltando l’ultimo gradino di ogni rampa. Una mandria. La serratura del portone schioccò – un refolo duro, di aria fredda, appena stiepidita dai gas di scarico.
Si chiusero nei piumini e uscirono.
Per terra i residui del mazzo da lutto: qualche petalo scolorato dal calpestio, e foglie trinciate. Maurizio li indicò. Luca e Renata scossero la testa. Poi guardarono la strada. Da una parte, dall’altra, indecisi. Era buio. Il traffico in uscita da Roma era intenso: la gente, dopo la visita ai Presepi, rientrava.
Venivano giù a fiotti – secondo l’onda dei semafori – sulle buche rappezzate col catrame: gli anabbaglianti come luci psichedeliche. Poi rallentavano e si incolonnavano – l’incrocio di Torpignattara è un imbuto. Sul lato opposto era più rado, più lento: le luci rosse di posizione procedevano in fila indiana, nella risalita verso la capitale. Nel mezzo, tra le maglie larghe di una rete metallica, il budello scuro, vuoto – persino meno rumoroso – dei binari a scartamento ridotto della ferrovia urbana.
Maurizio prese a sinistra; gli altri lo seguirono. Tirò fuori un pacchetto di MS dalla tasca, estrasse e accese, rallentando appena l’andatura. Luca e Renata fecero altrettanto, scambiandosi l’accendino. L’atmosfera appena meno pesante di quel giorno di festa si saturò immediatamente.
I caseggiati si susseguivano come un unico edificio, un portone dietro l’altro, lunghe liste di cognomi sui citofoni. Camminavano a passo svelto sotto i sei, otto piani di balconi stretti e inabitabili, evitando le cacche di cane seccate dal gelo e i tronchi storti, ribelli alla linea dell’alberatura.
Dopo tutte quelle ore di promiscuità necessaria, ma forzata, marciavano vicini – le braccia oscillanti, le giacche a vento che sfrigolavano di elettricità statica – ma ciascuno per conto proprio e attenti alla sigaretta incandescente tra le dita dell’altro.
Lungo il marciapiedi alcuni pioppi erano stati rapati completamente; di altri, con meno speranze non rimaneva che un moncone in mezzo al catrame che calamitava la spazzatura. Renata gettò il suo mozzicone in uno di questi e attraversò via Filarete. Il supermercato era chiuso – tutto spento sotto l’insegna rossa e blu. Il parcheggio pieno. Nei giorni di chiusura le automobili erano stipate una accanto all’altra, occupavano l’area di manovra dei furgoni, sconfinavano sulla strada, ostruivano i passaggi pedonali, confondevano i punti di riferimento. Un dedalo.
“Passiamo di qua.”
Maurizio si faceva strada infilandosi di traverso, spostava specchietti, strusciava le fiancate polverose. L’altro gli rimaneva attaccato. Renata più indietro, li seguiva – la luce stradale riflessa sulla nuca, tra i capelli già un po’ diradati – e si guardava intorno.
“Dove stiamo andando?”
Non era che qualche metro, ma tortuoso, tra macchine ferme e troppo vicine. Sfociarono lateralmente, in un’area destinata allo scarico merci.
Maurizio si fermò – giusto il tempo di capire dove fossero finiti.
Era un clivo, una stradina parallela alla Casilina, nascosta da un terrapieno e da un gorgo di polloni di robinie. La boscaglia la riparava dal rumore del traffico della consolare, dall’accecamento dei lampioni. I ragazzi si guardarono in giro – le bocche a metà, gli occhi spalancati. Poi seguitarono costeggiando un vecchio muro strombato che cingeva, e nascondeva, uno spazio sconosciuto. Nemmeno immaginato.

L’intonaco aveva perduto il colore, era solo brunito. Dalle scrostature – come ferite aperte – si vedeva la natura del muro: pietre e tufi irregolari. Alcune vecchie aperture – grandi archi o pertugi, da frati – erano murate con mattoni pieni. Contrafforti e speroni dovevano essere stati aggiunti, di rinforzo, a seconda dei cedimenti nei secoli. Su una saracinesca arrugginita, si leggeva – a pennello, col minio – la scritta “Fabbro”.
Il traffico si era ormai fatto lontano. L’illuminazione insufficiente, irradiata.
Sulle teste dei ragazzi un buio non fosco, un freddo sincero.
Renata alzò il cappuccio, infilò le mani nelle tasche.

“Anvedi!”
Luca indica qualcosa.
Anvedi, rispondono gli altri due. Una diversa fonte luminosa – più tenue, ma più tenace, e vicina – proviene dai finestrini opachi di una roulotte parcheggiata in un anfratto, tra le fronde spoglie.
Rallentano. I tre sono quasi fermi, ciascuno col braccio allungato – il dito puntato – verso il piccolo accampamento. Muovono le labbra per dire altro.
Non trovano le parole per uno stupore minore. E restano così, ai piedi di una roulotte col tettuccio allungato. La bombola di gas in terra, di fuori, di fianco al predellino – il tubo attraverso il foro nella resina ingiallita. Dai vetri basculanti, un filo di vapore che subito condensa all’esterno. Un coperchio in bilico su una pentola che sobbolle; tre sagome che si muovono quiete, casalinghe: una donna, un vecchio, un bambino. Poco discosto dall’abitazione un cumulo di materiale – un ombrellone, le gambe rovesciate di sedie da giardino – sotto un telo impermeabile che raccoglie in pozze l’umido della notte. Un gatto che beve.
Con riluttanza i ragazzi riprendono il cammino, voltandosi spesso all’indietro. Pochi passi: la strada e il muro conducono al cancello della Certosa. Così leggono sulla targa tra i conci dell’arco bugnato. Un’edicola con la Sacra Famiglia chiude la rampa. Si segnano velocemente – di nascosto l’uno all’altro – davanti ai fiori freschi e alle luci votive. Poi s’attaccano con le mani alle sbarre. Stringono e avvicinano il viso – il naso – al ferro pieno, saldo. Al vuoto umido e nero di quella porzione di prato romano che era la vigna dei frati sotto l’Acquedotto Felice.

La Casilina li accolse con i sibili dello spostamento dell’aria in quel tratto dove, per assenza di semafori, di negozi e di abitazioni, le accelerazioni si susseguono coprendo ogni altro possibile suono.

“Secondo voi, se non s’ammazzava, si faceva sbattezzare per davvero?”, provò a dire Renata.
I maschi alzarono le spalle. In quel momento il cellulare di Luca squillò: il ragazzo ascoltava, annuiva e bofonchiava i sì e i no. Non appena chiuse Renata lo guardò con preoccupazione:
“Non rimani a dormire?”
“Sono due giorni che mia madre non mi vede.”
La ragazza si rivolse all’altro. Anche Maurizio scosse la testa: doveva cominciare a fare qualcosa altrimenti gli saltava l’esonero di chimica.

Renata allora prese un grosso respiro.
Tornarsene a casa anche lei. Cenare con i suoi, sparecchiare mentre sua madre lavava i piatti, addormentarsi nel letto vicino a quello di sua sorella, senza litigare per la televisione, e l’indomani non alzare la testa dai libri, almeno fino all’ora di pranzo.
Ermanno non ci avrebbe neanche fatto caso. Ma con che coraggio l’avrebbe detto a quella poveraccia di sua suocera, Elena?

***

Ecco, aveva finito. Massimo aveva spiegato ai suoi zii le cose che c’erano da decidere, da fare.
Poi erano rimasti in silenzio, Elena in piedi, a braccia conserte, Bruno col gomito sul tavolo, sul quotidiano spiegazzato e Ermanno ancora immobile.
“Se permettete, penso io anche a sistemare il portone” – aggiunse Massimo. “I fiori ci devono stare, sempre. Finché campo i fiori non li deve toccare nessuno.”
Poi bestemmiò. In quel momento entrò sua sorella Cecilia:
“Zia, ci sono quelli della Lebole. Li faccio entrare?”
Elena scosse la testa:
“Sono colleghi di Bruno, viene lui.”

Bruno ubbidì. Alzandosi poggiò una mano sulla spalla del nipote:
“Per me l’Agenzia dell’amico tuo va bene, gli puoi dire che ci pensano loro.”
Chiuse la porta, adagio, e s’avviò verso il salotto. A passetti. L’orlo dei pantaloni di velluto, sulle pianelle, strusciava in terra. Tirò su i pantaloni – la cintura lenta sotto il ventre floscio – sistemò il girocollo e ravviò i capelli che s’aprivano sulla nuca. Le spalle rimasero curve.
Erano venuti in tre: i due colleghi con i quali copriva i turni del reparto uomo classico, e la moglie di uno dei due – che lavorava pure lei da loro, ma nell’amministrazione.

“Non c’era bisogno. Non vi dovevate disturbare.”
Invece quelli se lo passavano tra le braccia strapazzandolo mentre farfugliavano condoglianze e scuse: non avevano capito. Lui – Bruno – non gli aveva fatto capire la gravità della situazione. Altrimenti.
Il viso gonfio e smunto di Bruno si schermì in un sorriso grato, modesto.
“Non ha importanza, adesso.”

La coppia sul divano si alzò dichiarando che no, non facevano nessun complimento: cedevano il posto perché dovevano proprio andare e i colleghi di Bruno si sedettero. Bruno si sistemò su una sedia, davanti a loro. Gigliola, che era rimasta semi sdraiata sui cuscini a smaltire l’effetto del sedativo, si protese in avanti e allungò il braccio:
“Piacere. Sono la cognata.”
Poi suonò ancora una volta il citofono. La visita era per Ermanno.

***

La stanzetta è in penombra. Sul divano letto due sagome scure – quella corpulenta della donna matura e quella esile e tremante del ragazzo che ha appena concluso lo sviluppo – sedute, l’una accanto all’altra. La donna parla sommessamente, con la continuità monocorde di una nenia che vorrebbe addormentare e l’esitazione di chi teme di far male. Il ragazzo si dondola. In avanti, all’indietro – lo sguardo fisso e asciutto sul letto di fronte – gemello.

Ermanno l’aveva ricevuta nella sua cameretta. Erano entrati con la luce naturale del pomeriggio, quella del sei di gennaio, che cala velocemente e lascia freddo. Le loro spalle avevano continuato a sfiorarsi, nel buio. E nessuno dei due s’era alzato per premere l’interruttore della luce.
Teresa non aveva voluto allontanarsi. Rischiare. Doveva approfittare di quel momento – grazia, debolezza – in cui Ermanno si lasciava consolare.
Davvero si lasciava consolare?
Almeno non se ne andava.
Non era più il bambinetto che aveva accolto in classe, sollevandolo per le ascelle, quattordici anni prima. Maestra mi fa male la pancia. Maestra ho perso il temperino, ho scordato la merenda, ho bagnato il grembiule. Maestra.

Aveva insegnato a entrambi.
Ricordava perfettamente la donna che era entrata in classe, insieme alle altre mamme – ma più forte, più potente, perché ne portava due, identici, uno per mano. Come li avrebbe riconosciuti, fu il primo pensiero di Teresa. Aveva guardato il grembiulino – quello di uno portava lo stemmino di una macchinetta sportiva. Sull’altro era ricamato un pallone da calcio. Si era sentita meschina. Mai più.
Dei due, Lorenzo era quello che le aveva dato filo da torcere. Era il più intelligente. Non avrebbe mai detto una cosa del genere – lo diceva, adesso, per la prima volta, anche a sé stessa.
E sfrontato. La metteva alla prova. Non con le cose di scuola, le domande insidiose dei saputelli. Piuttosto con quell’avvicinarsi e allontanarsi, dare e riprendersi, fidarsi e non fidarsi che, alla fine, non era che un modo per capire a che gioco stessero giocando, lei e lui. Che non fosse un “facciamo che tu l’allievo dotato e io la brava maestra.”
Erano stati cinque anni belli. Una bella classe, che le aveva dato soddisfazioni. Non voleva fare graduatorie – i bambini sono tutti uguali – ma era stata una classe speciale. I gemelli erano usciti con dieci.
Finita l’apprensione per gli esami, era sopraggiunta l’angoscia del distacco. Poi la malinconia della separazione. Come ogni volta, come ogni quinta, certo. Ci si preparava. Staccava i cartelloni dalle pareti, recuperava le puntine in un barattolo, arrotolava le cartine geografiche, gettava via le ultime cartacce, i disegni senza paternità che riconosceva al primo tratto. Grattava lo scotch dai vetri, puliva la lavagna con la pezza bagnata, una volta per tutte. Raccattava molle, mozziconi di matita, gomme, tubetti di colla. Oggetti che erano stati di un nome e un cognome. Si sforzava di non conservare niente. Le ci voleva tutta l’estate per svuotarsi. Non cercare nei nuovi, i vecchi. Non sentire più la fitta dolorosa del commiato, nel chiasso, sotto il sole forte di metà giugno nel giorno della consegna delle pagelle. L’abbraccio con ciascuno: non troppo forte, ma nemmeno fiacco. I ragazzi per solito schiamazzavano insieme ai genitori nel cortile, verso il cancello. Lorenzo s’era voltato ed era corso indietro. Si era stretto a lei, e aveva premuto la guancia sul suo petto.
Ricordava quella pressione intensa nonostante avesse fatto in tempo a salutare altre due quinte e andare in pensione – ma quella mattina del giorno della Befana, il telefono di casa aveva squillato:
“Maestra Teresa?”
“Sì?”
“Volevo dirle che il suo nome era la password del computer di mio figlio.”
Lei e la voce di donna – di mamma – che le era familiare ma a cui non riusciva a dare un nome – erano rimaste in silenzio, a respirare. Poi la voce aveva aggiunto:
“Lorenzo non c’è più.”
E lei l’aveva riconosciuta.

O forse tutti questi ricordi, l’intelligenza pungente, la sensibilità acuta, l’abbraccio finale non erano che ricostruzioni a posteriori per giustificare a sé stessa il fatto che un allievo, il quale aveva scelto il suo nome per proteggersi dalle intrusioni altrui, si fosse suicidato.

***

Rimasta da sola in cucina Elena si sedette di nuovo. Sulla sedia che era stata di Bruno. Appoggiò la testa sulle mattonelle e fumò.
“Zia, quei signori se ne vanno.”
Era ancora sua nipote Cecilia, che faceva capolino.
Elena fece un ultimo tiro e poi schiacciò il mozzicone – il pollice da una parte, dall’altra, fino in fondo; svuotò le cicche nella pattumiera sotto il lavandino e spalancò la porta.
La donna le si buttò addosso e scoppiò a piangere.
Il marito le mise in mano un fazzolettino. Lei lo strinse facendo impallidire le nocche e continuò a bagnare la maglietta di Elena.
Con la donna ancora abbarbicata a lei Elena fece cenno a Cecilia di rispondere al citofono che aveva nuovamente suonato. La vide diventare paonazza e ripetere che, cosa, i fiori di nuovo? E poi scappare verso la sala.

Elena aspettò che i singhiozzi della donna si calmassero mentre quella farfugliava mezze frasi circa il destino, il male, un vortice dal quale non ci si salverebbe. A quel punto la prese per le spalle e la scosse:
“Non dirlo. Non pensarlo. Però, mi raccomando, non fare finta di niente. Fatelo ricoverare.”
Il marito scuoteva la testa e la donna urlò:
“Ma non me lo prendono se non è lui stesso a volersi ricoverare. Gliel’ho detto a quelli del Centro di Igiene Mentale che siamo a rischio. Che già la nonna s’è ammazzata. Lo sai, deve succedere questo – accennò alla sala, col mento – per farli intervenire.”
Poi chiuse improvvisamente la bocca – pentita, vergognosa. Si asciugò gli occhi, si soffiò il naso.
Elena assentiva. Le carezzava la guancia.
Sì, sapeva. Sapevano.

Non s’erano toccate, prima d’allora, che attraverso il bancone della farmacia, sfiorandosi le dita mentre si scambiavano numeri telefonici e medicine: Elvira era infermiera al policlinico e le passava quelli di neurologi e psichiatri, comunità di recupero, gruppi di aiuto. Erano diventate madri molto competenti. Molto competenti.

Nel sottofondo si sentiva la cantilena di Bruno. Non si distinguevano le parole ma il tono era quello collaudato. Quello con cui si cerca di raccontare, di spiegare – per l’ennesima volta, a degli estranei – che tuo figlio s’è ammazzato.
Elena ebbe un fremito.
Poi posò le mani sulle spalle di Elvira e la spinse verso il pianerottolo. Non tornò dentro finché non assicurò entrambi – marito e moglie – dentro l’ascensore.

***

Erano stati ragazzi sereni. Non avevano mai dato problemi: giudiziosi, educati. Si erano diplomati col massimo.
Ma, allora… tutto insieme? Avevano chiesto quelli, uno accanto all’altro, sul divano – la testa piegata da un lato.
Bruno si guardò intorno. Voleva essere preciso, sincero. Sua cognata, stesa ma sveglia – gli occhi sbarrati al soffitto. L’amica di sua moglie che cullava la carrozzina – il cigolio.
Tornò ai colleghi. No: era stato l’incidente di Elena .
Ma come? Quando era successo? Non ne avevano saputo niente. Era stata una cosa grave?
Erano cinque anni. Sì a febbraio sarebbero stati cinque. Ma come? Non lo sapevano?
Giurano: non ne sapevano nulla.
Lui immaginava che tutti l’avessero saputo perché per assistere la moglie aveva consumato tutte le ferie e quando s’era trattato di chiedere l’anticipo di quelle dell’anno seguente l’amministrazione non gliele aveva negate, però gli avevano fatto capire che era meglio che non facesse la domanda. Comunque sì era stata una cosa molto grave.
“Tornava dal lavoro. Saranno state le sette, le sette e mezza – il lunedì lavora anche di pomeriggio. A piedi, perché prendere i mezzi non conviene.”

Gigliola – senza spostarsi – fece no col dito:
“Mia sorella è come me: non guida. Non guidiamo.”

Bruno riprese:
“Fa piazza dei Condottieri, via del Pigneto, via Augusto Dulceri e sbuca all’altezza del supermercato. Era arrivata, praticamente. Stava al semaforo. Ha attraversato col verde. L’hanno vista – tre testimoni l’hanno detto – era già a metà, sulle rotaie del trenino. Un motorino. Un motorino l’ha fatta saltare di cinque metri. Era tutta rotta. Era un ragazzino. Dice che la Casilina era intasata e lui, per sbrigarsi, s’è buttato sui binari. L’hanno tenuta in ospedale quaranta giorni, poi è tornata a casa ma non stava mica in piedi.”
Fece di no col dito, anche lui. E seguitò:
“E non era più quella di prima. Come se si fosse rotto qualcosa dentro” – Bruno si stringeva il maglione all’altezza del cuore – “oltre che fuori.”
I colleghi annuirono, tristi e comprensivi.
Bruno riprese.
A quel punto era cominciato il tran tran della riabilitazione: c’era da portarla, andarla a riprendere. Tutti i giorni, col traffico, fino alla clinica. Non ce la facevano. Alla fine avevano messo in mezzo una conoscenza ed erano riusciti a farla ricoverare. Altri due mesi lontana da casa. I ragazzi erano responsabili, facevano tutto, pulizie, spesa, tutto. Ma la mamma è la mamma, dice Bruno.
Annuirono di nuovo, i colleghi. Approvavano.
Poi c’era stata tutta la questione legale.
“Stiamo ancora in causa. Elena se n’è fatta un’altra malattia. Sì, è cominciata così: non c’era più la mamma a tenere le redini. E i ragazzi hanno cominciato ad andare per conto loro.”
“E il motorino?” chiese l’impiegata dell’amministrazione.
“L’hanno ricoverato. Pure lui,” rispose Bruno.

***

È in questo momento che Cecilia irrompe, fuori di sé, nella stanza:
“Mamma!” urla. “Ha citofonato Massimo. Ha trovato quello dei fiori. Ha detto che lo ammazza.”
Corre via. Ma Bruno è scattato in piedi. Le taglia la strada – spalanca la cucina, il cassetto – le mani tra le posate, fruga, cerca, bestemmia.
“Dove cazzo sta?” grida smuovendo l’acciaio.
“Che cazzo cerchi?”.
È arrivata sua moglie.
Lottano. Elena cerca di chiudere il cassetto – col fianco, con il sedere. Le mani di Bruno rimangono in mezzo.
“Tòglile, che ti fai male!”
Quello annaspa, fuori di sé, pallido, smorto – le pupille, un foro, il bianco iniettato di sangue. Le braccia – le mani di uno, dell’altra – un groviglio tra i mestoli e le fruste a mano.
“Lasciami fare.”
Una spinta. Elena cade – la coscia, l’osso sacro.

Quando si rialza, zoppica, trascina la gamba. Veloce. Più veloce che può, dietro a tutti. Corre sul pianerottolo: troppo tardi. Di nuovo.

Bruno è sceso – una furia con le pianelle ai piedi – stretto al coltello da pane.
E immediatamente dietro corrono Cecilia, Ermanno, Renata – i giovani – e poi Graziella e persino la donna alla finestra. La maestra Teresa e Gigliola arrancano, un paio di piani più indietro. Un corteo a impedire un’altra tragedia.
Elena si sporge verso la tromba delle scale – verso le mani che s’avvicendano sulla ringhiera:
“Fermàtelo!” grida. “Levàteglielo dalle mani.”
Si affacciano i tunisini – fritto di cipolla – guardano in su:
“Dio mio. Dio mio. Finirà ammazzato.”
L’ascensore si apre: Elvira e il marito, sono risaliti.

***

Massimo non lo teneva più: l’uomo non cercava di scappare. Si guardava le mani, sporche di verde – per terra i fiori trinciati. Tirava su col naso e si puliva sulla giacca, come una ragazzino.
Bruno gli stava di fronte, paralizzato: le labbra secche, di nuovo smorte, strinate dalla tramontana. Tutti gli altri – convenuti, passanti e pure tre zingari vestiti da zampognari – intorno: il pubblico nell’agone. Una bolla nel traffico, nelle luci artificiali.
Elena si fece strada sul marciapiedi, senza rumore. Si avvicinò a Bruno, sfilò il coltello – a Cecilia, pronta – e strinse la mano del marito. Erano di fronte al loro persecutore. A chi gli impediva di piangere in pace, di piangere e basta – il dolore sacro, di padre e di madre.

Perché, chiese. Chiesero.
L’uomo singhiozzava, il naso colava.
Elena si guardò intorno – erano scesi senza giacca, senza niente – in ciabatte e maglioncino. Mimò sulle sulle labbra: “ci avete mica un fazzoletto?”
La gente si toccò le tasche, aprì la borsa. La ragazza cinese fu più veloce di tutti: porse un intero pacchetto.
L’uomo si soffiò il naso. Ringraziò.
Sua moglie non glielo faceva vedere, disse. Erano due anni che non vedeva suo figlio. Aveva dovuto mettere in mezzo l’avvocato. Ci aveva diritto. Il giudice gli ha dato ragione. Ma quella non glielo dava lo stesso. E lui che poteva fare? Sarebbe tornato in galera. A Natale, invece, s’era impietosita. Non lo sa nemmeno lui, perché. Forse ci ha un altro. Boh. Gli aveva lasciato il ragazzino per un’ora. Una passeggiata. A casa sua no, non ce lo vuole portare. Vive con altri uomini, non è un ambiente per un ragazzino. Però gli aveva promesso un regalo dalla Befana. Lui ci tiene alla Befana. Più che a Babbo Natale. Babbo Natale è una gran cazzata – dice – ma la Befana è vera. A Roma tutti ci credono alla Befana. Perché è vecchia, e brutta e ci hai sempre paura che ti fa male, e invece ti fa bene, dice. E sorride. Gli brillano gli occhi, le lacrime sulla barba incolta.
Se la mamma voleva, se ce lo rimandava.
La mamma aveva voluto. E lui era andato a prendere il ragazzino. Suo figlio. Passeggiavano tra le bancarelle. Sceglievano i calzini. E poi dal cielo era cascato giù quel coso nero che s’era sfracellato. Accanto a lui. Davanti agli occhi del ragazzino suo.

L’egiziano della frutteria si avvicinò: portava delle sedie, impilate. Voleva che l’uomo sedesse, che s’accomodassero anche Elena e Bruno. Stava preparando una spremuta d’arancia, per tutti. Due minuti, ed era pronta.
Bruno ringraziò. Troppo, troppo gentili. Ma era meglio che rientrassero. Faceva freddo, ed era ora di cena. Anzi: che sì, salissero anche loro!
Poi guardò l’uomo che aveva smesso di piangere, e la moglie.
Elena approvò – il viso pesto, ma morbido.

Lo presero, a braccetto, e s’incamminarono stretti verso l’ascensore.
Gli altri aspettarono il loro turno, o salirono a piedi.

* * *

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