Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 31 / Il buco là in fondo

di Giulio Mozzi

Il 4 aprile scorso, dal quarto piano dell’Ospedale sant’Antonio della mia città, Padova, ho scattato col telefono un’ingenua fotografia. La vedete qui sopra.

Ovviamente, nello scattare la fotografia, la cosa che mi interessava di più erano i due buchi quadrati. Ma no, non è proprio vero. Mi interessava ciò che vedevo un po’ perché potevo guardarlo come un quadro di Mondrian, di quelli che tutti conoscono,

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Francis Ponge, Il pane, Le pain

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 30 / Un partito preso: le cose

di Giulio Mozzi

Un celebre testo di Francis Ponge, uno dei maggiori poeti francesi del Novecento:

Le pain

La surface du pain est merveilleuse d’abord à cause de cette impression quasi panoramique qu’elle donne: comme si l’on avait à sa disposition sous la main les Alpes, le Taurus ou la Cordillère des Andes.
Ainsi donc une masse amorphe en train d’éructer fut glissée pour nous dans le four stellaire, où durcissant elle s’est façonnée en vallées, crêtes, ondulations, crevasses… Et tous ces plans dès lors si nettement articulés, ces dalles minces où la lumière avec application couche ses feux, – sans un regard pour la mollesse ignoble sous-jacente.
Ce lâche et froid sous-sol que l’on nomme la mie a son tissu pareil à celui des éponges: feuilles ou fleurs y sont comme des sœurs siamoises soudées par tous les coudes à la fois. Lorsque le pain rassit ces fleurs fanent et se rétrécissent: elles se détachent alors les unes des autres, et la masse en devient friable…
Mais brisons-la: car le pain doit être dans notre bouche moins objet de respect que de consommation.

Ed ecco la traduzione:

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Giorgio Falco: “Perché sono su Instagram”

di Giorgio Falco

[Giorgio Falco, uno dei docenti ospiti del laboratorio Raccontare il paesaggio, ha risposto all’inchiesta del blog Le parole e le cose sull’uso di Instagram]

Ho rotto la mia ritrosia ai social il 23 giugno 2017; da allora ho un profilo Instagram poiché, in fondo, sono un fotografo, un artista che scrive narrativa, e quasi tutto ciò che ho scritto è attraversato da riferimenti fotografici, da una continua riflessione sul mezzo. Quindi Instagram è un buon esercizio, uno stimolo per prendere appunti visivi che, chissà, magari utilizzerò dopo, in narrativa. Instagram, a differenza di altri social, prevede poche parole, vive di immagini. Questo potrebbe renderlo ancora più inquietante, lapidario. Non è neutro, è pur sempre un social, e un rumore di fondo rimane anche nelle immagini, ma lì so come proteggermi.

Continua a leggere l’articolo in Le parole e le cose.

Befana a Roma

di Fiammetta Palpati

[Questo racconto è apparso in vibrisse nel gennaio del 2017. Lo ripropongo tra i materiali dedicati a Raccontare il paesaggio perché c’è un uso particolare dei luoghi. Luoghi di Roma, in questo caso. La fotografia in alto: Vincenzo Sagnotti, Roma, Mandrione fp]

[Il racconto in pdf].

Qualcuno aveva buttato i fiori. Anzi, prima ne aveva tranciato il gambo, e poi li aveva gettati nella spazzatura. Questo disse Massimo. Spezzando le frasi per riprendere fiato, e trattenendo il compiacimento di chi porta cattive notizie, le giurò di averli visti con i propri occhi – i lilium, le gerbere, gli iris – insieme alle lattine e alle cartacce unte.

Nelle ultime ore se ne era stato ad accendere e spegnere sigarette nei pochi metri quadrati del pianerottolo, tra l’ascensore e le scale. Prima su una gamba, poi sull’altra, infine poggiato all’intonaco scolorito. Dopo pranzo l’andirivieni era aumentato: parenti alla lontana, vicini di casa, sconosciuti, entravano ed uscivano da casa di sua zia limitandosi a passargli davanti con un cenno della testa. Così si era deciso a scendere dal tabaccaio. E mentre accartocciava il cellophane delle MS rosse s’era accorto dei fiori nell’immondizia. E del portone, spoglio.
Era tornato su, al settimo piano, affrontando due alla volta i gradini male illuminati dai vetri sudici della chiostrina, senza aspettare l’ascensore che saliva cigolando, stipato di gente stretta nei cappotti scuri. E a ogni rampa sentiva crescere l’affanno per lo sforzo, e l’eccitazione per lo scandalo che avrebbe suscitato.

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Andrea Pazienza, Stella fiore notte

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 29 / Un cielo tutto cristiano, e altri cieli

di Giulio Mozzi

La striscia (anzi, il quadrato) di Andrea Pazienza che vedete qui sopra mi ha sempre commosso. Che cosa possono insegnare, gli adulti ai bambini, se non la stella, il fiore, la notte? La stella è l’infinità del mondo, dell’universo, che ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. Il fiore è la vita, la riproduzione (il fiore è pur sempre un organo genitale), la ciclicità interminabile delle molecole: un’altra infinità, che ugualmente ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare. La notte è morte, altra infinità, la più misteriosa di tutte, che pure ci interroga e ci spaventa, ci affascina e ci fa immaginare.

C’è altro da insegnare? No. C’è una quantità di cose pratiche, ma la loro importanza è risibile al confronto della stella, del fiore, della notte.

E’ per questo che gli antichi, scrutando le stelle (e ne vedevano molte più di noi, soprattutto quelli che vivevano vicino a zone desertiche, o i marinai), un po’ per esigenze pratiche di memorizzazione (vedere una figura in un gruppo di oggetti è un modo per ricordarli e riconoscerli) e molto, credo, per dare un senso al cielo, s’immaginarono le costellazioni, o più esattamente s’immaginarono di vedere raffigurati in esse personaggi e oggetti della loro mitologia – noi la chiamiamo “mitologia”, e intendiamo che erano tutte balle, ma così non era per chi se l’inventò, per chi vedeva gli dèi nei canneti e nel mare, nelle montagne e nel sole.

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Italo Calvino ritratto da Tullio Pericoli

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 28 / Ehi, Mr. Palomar!

di Giulio Mozzi

Italo Calvino, Palomar, Einaudi 1983Non so se anche secondo voi il libro più interessante di Italo Calvino sia Palomar; secondo me sì, a fianco della Giornata di uno scrutatore (e il signor Palomar, il cui nome viene da quello di un celebre osservatorio astronomico, che cosa è se non uno “scrutatore”?). Se invece a vostro giudizio è il più noioso, potete fare a meno di leggere questo articolo; oppure, no: questo articolo è scritto proprio per voi. Come tutti sanno, esistono due o tre Italo Calvino: il giovanissimo cantore non tanto della Resistenza quanto della gioventù (tanti anni fa, mio nonno a mio nonno, parlando della ’15-’18 combattuta da entrambi: “Ah, come che staxévimo bén in trincèa!”, “Eh, gavévimo vint’àni!” – “Come stavamo bene in trincea”, “Avevamo vent’anni”); il divertito raccontatore di favole; il narratore quasi neorealista, ma di un neorealismo strano e straniante; il costruttore di macchine concettuali, che è quello che ha riscosso successo mondiale: da Le città invisibili a Se una notte d’inverno, da Il castello dei destini incrociati (libro peraltro bruttissimo) a Palomar (libro molto, molto bello).

Che tutti questi Itali Calvini si somiglino tra loro, almeno un po’, è fuor di dubbio; ma, per capirli può essere più utile notare le differenze che le somiglianze. E così, estremizzando, in questa noterella identificherò Italo Calvino con l’autore di Palomar, e morta là. Cominciamo dunque dall’immagine in copertina, la riproduzione di una celelbre xilografia di Albrecht Dürer, Il disegnatore della donna sdraiata (1525).

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Storia di uno sguardo a puntate, 7 / Terrazze, corridoi e altre fette di paesaggio

di Fiammetta Palpati

[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Ho cominciato dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. Adesso sono a distanza zero. fp].

(leggi la puntata precedente)

Or che mi cinge tutta la tua distanza
sto inerme dentro un’unica sera
da Distanza, A. Zanzotto, Dietro il paesaggio, 1951

Ad Amelia comprammo la prima casa visitata, nonostante fosse, con ogni evidenza al di sopra dei nostri mezzi, e solo perché era bella – di una bellezza del tutto priva di funzionalità – e in lungo abbandono.

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