Il paese dei padri

Il paese dei padri

di Carla Isernia

[“Luoghi dalla distanza” è la rubrica nella quale pubblichiamo i lavori nati nell’omonimo laboratorio di scrittura creativa svoltosi nell’autunno del 2020. I testi sono una mappa sentimentale di luoghi inesistenti (intesi quali porzioni di spazio non più identificabili come tali nel nome e nella funzione, iniziando dagli spazi trasparenti dell’insignificanza per finire sul versante opposto di quelli preservati in una forma cristallizzata, museale, transitando per la degradazione degli habitat e le sorprendenti rinascenze del terzo paesaggio). Nel testo, Carla Isernia, ordinario di chimica presso l’Università degli studi della Campania e narratrice del paesaggio della prima ora, racconta di una casa di vacanze a Santa Maria del Cedro – un nome nuovo che sembra antico per una località dalla identità complessa, e incerta, tra vocazione agricola e urbanizzazione sregolata. Il non finito calabro lo chiama Carla Isernia che ricostruisce i ricordi d’infanzia, la difficoltà di accettare i cambiamenti e l’incontro con nuovi attori sociali (fuori luogo tanto quanto potevano esserlo gli occupanti degli anni Ottanta, con le loro seconde case al mare). Nel corso di questa ricostruzione inciampa in una continuità dell’esperienza del luogo che sembra mettere d’accordo a livello profondo, e ricucire in modo critico, consapevole, le diverse anime e le tante lacerazioni dell’Italia da cinquanta anni a questa parte, di Santa Maria del Cedro, e di sé. fiammetta palpati]

A Tommaso

Calabria, la parte più a nord, più vicina alla Basilicata e alla Campania.

Santa Maria del Cedro. Per via dei cedri, che i rabbini vengono a comprare per la festa di Sukkoth, la festa delle capanne. Prima, il paese, si chiamava Cipollina, prima dei villeggianti. Non lo sapevo, me lo hanno raccontato quest’anno, papà non credo lo abbia mai saputo. Il paese è in alto, la Marina su un lato e l’altro della statale 19: una distesa di residence a buon mercato, costruiti negli anni Ottanta e comprati sulla carta. Per il mare. Un blu spettacolare, la spiaggia amplissima e lunga, sabbia a grana grossa e sassi, a riva e in acqua – diventa subito profonda, e i pescetti da riva a stento arrivano a mordicchiare le caviglie.

All’una vanno via quasi tutti, pranzano a casa, riposano, scendono di nuovo verso le cinque. Anche gli ambulanti si stendono sotto i pini, al fresco, prima di riprendere le camminate sulla sabbia. Sulla spiaggia quattro, forse cinque ombrelloni a riva, non allineati, una coppia di inglesi, o forse olandesi – nordici – silenziosi, una donna grassa in bikini multicolore, una ragazza su un materassino giallo, un uomo con la barba che prende il sole sul bagnasciuga.

I cinesi arrivano intorno alle due e mezzo. Due adolescenti accompagnati dal padre o dalla madre, qualche volta da entrambi; restano a stento un’ora, che passano interamente in acqua. La donna, quando c’è, fa il bagno con un telo bianco e blu sulla testa: il gancio dell’ancora sulla nuca, le punte all’insù sulle spalle. Si guarda intorno e dispensa un sorriso; nel negozio non è così; nel negozio ha un’espressione arcigna, e brutte ciabatte ai piedi. Dopo il bagno si asciugano, risalgono la spiaggia: la donna avanti, il busto proteso per una rapida salita, i due ragazzi dietro spensierati. Passano vicini al mio ombrellone.

Il padre viene di rado; attraversa la spiaggia con una ciambella verde alligatore al braccio che indossa appena prima di entrare in acqua. Poi fa qualche passo e rimane fermo dov’è, dentro la ciambella, vicino alla battigia: entro il primo metro, dove si tocca. Non sanno nuotare. Nessuno di loro sa nuotare. I ragazzi si schizzano, ridono, si schizzano ancora. Il maschio ha la stessa corporatura snella del padre, la pancia incavata, la testa a spazzola. Lei, più piccola, ha i capelli lunghi e un bikini giallo che spicca nel blu dell’acqua. Il padre li osserva, teso, immobile; non tenta neanche di battere i piedi.  Ogni tanto indirizza loro parole brevi, secche, a voce alta che tagliano l’aria bollente, lo sciabordio lento dell’acqua che sembra ferma. Suonano come ordini. La madre, invece, anche quando c’è non ha voce.

Oggi sono arrivati con il padre. Li osservo al di sopra dell’orizzonte del mio giornale: i ragazzi e l’uomo nella ciambella verde alligatore. Torno all’articolo. Non arrivo in fondo che la corrente, sotto la superficie specchiante, ha tirato l’uomo e l’alligatore un paio di metri verso il largo. Si rivolge ai figli con quel suo solito modo brusco; ancora più concitato. È in allarme. I ragazzi lo guardano, come se la sua paura non li raggiungesse. Neanche in spiaggia la sua paura arriva, nessuno si muove, per noi stare dove non si tocca è un’abitudine. E poi è a non più di due metri dalla riva. Il padre insiste con i figli e i ragazzi si decidono a uscire dall’acqua, contemporaneamente. Corrono grondanti verso l’uomo steso sul bagnasciuga, il più giovane in spiaggia, il più aitante. Gli sfiorano un braccio e quello apre un occhio. I ragazzi gesticolano, indicano il padre, la ciambella verde alligatore. L’uomo si alza con flemma, entra in acqua senza fare rumore, senza schizzare, un paio di bracciate lente e perfette di stile: tre, quattro spinte all’alligatore e il cinese ha recuperato piede. Tocca. Si affretta a riva e strilla qualcosa ai ragazzi. Escono anche loro dall’acqua e s’avviano tutti verso la strada. L’uomo con la barba è tornato a stendersi a riva, al sole, a occhi chiusi. Non c’è stato scambio di convenevoli o ringraziamenti. Mentre risale la spiaggia, il salvato si volta indietro due o tre volte a guardare l’uomo a riva, la ciambella ancora intorno ai fianchi. Poi spariscono. Torno a leggere, niente a che vedere con le scene di salvamento da Baywatch.

Quando venimmo qui la prima volta i residence erano pochi e i napoletani pure. Nel nostro buona parte dei condòmini erano avellinesi, beneventani, una famiglia da Bolzano, forse una da Milano, nessuno da Caserta o da Salerno. Molti di loro hanno venduto, alcuni si sono allargati comprando casette ai figli e fanno da babysitter ai nipoti. Alcuni sono andati, la signora bionda che già negli anni Ottanta non cucinava per cena, l’imprenditore con la palestra che veniva da più lontano di tutti, il professore con la moglie casalinga pulitissima, l’aspirante medico obeso e sua sorella che non voleva essere fotografata.

Arrivammo da Napoli, in quattro, con la 850 e il camion che portava i mobili di legno chiaro e i cuscini con le mimose gialle per arredare in una volta sola tutti i 45 metri quadri della nostra prima casa al mare. Trovammo la costruzione ancora da completare, il balcone più corto di quello che ci era stato mostrato nel progetto. Papà riuscì ad accaparrarsi la porta d’ingresso, qualche infisso e i sanitari. Per la prima notte la finestra della cameretta fu oscurata dal canotto di gomma blu che mio fratello pretendeva di portare dappertutto.

I primi giorni andarono così: una volta gli infissi, un’altra i vetri, nel pomeriggio le porte interne, i battiscopa per i balconi, lo scaldabagno, il bidet. Arrivava il camion mandato dal costruttore, e se eri lì pronto, ad aspettare, con qualcosa tornavi. E papà era lì, li sentiva quasi prima che arrivassero. Un non finito calabro forzato a completarsi da una sessantina di famiglie con bambini. La tensione tra i condòmini era smorzata dalla sorte comune, e pure dalla curiosità di conoscersi, dalla speranza di trascorrere in santa pace quel mese di agosto di vacanza. E così si fecero e si rinnovarono amicizie. Si decise insieme qual era il tratto di spiaggia da occupare – alla sinistra del pontile diroccato della vecchia fabbrica di liquore al cedro; e ci si dava la voce quando, a giorni alterni, il barcone portava puzza di pesce appena pescato.

Mio fratello ed io ci passammo gli anni delle discoteche e dei panini serali, dei falò sulla spiaggia e delle nuotate in alto mare, dei primi fidanzati e degli innamoramenti fugaci. Mamma si dedicava a mia cugina che aveva due bambine piccole e a fare la fila alla cabina telefonica per chiamare le zie in città; papà ai lavoretti in casa e a interminabili partite a bocce.

Il campo era la parte alta della spiaggia, le bocce, di legno, si ovalizzavano a forza di lanci, rotolii, urti; le squadre, più o meno sempre le stesse; lunghe discussioni vertevano sulla differenza tra il gioco sulla sabbia e quello sui campi regolamentari. Papà giocava solo d’estate, e solo su quella spiaggia. E sudava. Tornava sotto l’ombrellone zuppo ma contento, aveva vinto – gli accadeva spesso – e sudare faceva bene, era salutare, diceva. E lui era così bello nel suo entusiasmo e sorriso e io non me ne rendevo conto, giocavo a bocce solo di rado e senza voglia, per farlo contento – i sensi protesi a monitorare i movimenti dei miei coetanei.

Dopo la sua morte, per anni ho trovato mille scuse per non andare nella casa al mare. I ricordi da non ricordare occupavano lo spazio fisico più di ogni cosa. La pizza trovata sul tavolo la mattina per colazione, la fornacella per la bistecca, il lampadario di legno fatto a mano, il puzzle che facemmo un inverno tutti insieme, la collezione di piatti da muro di mia madre.

Da allora la facciata è stata ridipinta, gli infissi di legno, che solo papà poteva ricoprire ogni estate di olio di lino, sostituiti da quelli in alluminio anodizzato; le zanzariere installate per via dei nipoti piccoli; i mobili, quelli di allora, dipinti di blu; il bagno rifatto completamente – quello di prima aveva una pendenza sbagliata. Ora è azzurro, ancora manca la lampada sul lavandino. La casa gialla è quella ma sembra un’altra. Cambiamenti che ho preso male ma che hanno poi reso meno doloroso stare qui. Da qualche anno ci torno. Mi sono pure dedicata a un po’ di storia comunale. Ho scoperto che il nome attuale, Santa Maria del Cedro, è recentissimo. 1968. Proposto da un parroco, e approvato da qualche amministratore locale avveduto, ha reso più facile vendere terreni e seconde case; evitava di dover spiegare ai futuri acquirenti che la vecchia denominazione, Cipollina, non era tanto legata alla coltivazione – un po’ cafona – delle cipolle, che pure avveniva, quanto al toponimo latino Cispollinum, al fatto che il paese si trovasse al di qua del Pollino, al di qua della grande montagna conica che sovrasta dall’interno la piana brulicante di case e casette, come uno sfondo. Di sicuro non c’era bisogno di raccontare che i fondatori della cittadina venivano da Abatemarco, borgo andato distrutto da un’alluvione. E che il centro abitato era stato edificato sui resti dell’antica Laos, una città della Magnagrecia grande quanto Pompei (e allora Cispollinum poteva significare al di qua della grande polis, come suggerisce qualcun altro): natali più nobili ma più complicati da spiegare ai compratori di seconde case, come noi.

Oggi, per i turisti, l’amministrazione locale ha voluto un Museo del cedro; esso valorizza uno splendido opificio del XV-XVI secolo, conosciuto col nome di Carcere dell’Impresa. All’interno viene proiettato un documentario realizzato dalla Rai che racconta la crucialità della festa ebraica di Sukkot – la festa delle capanne, con i tetti coperti da fogliame rado, in modo che si possano vedere le stelle, come nel deserto – per il paese di Santa Maria del Cedro. Il documentario mostra i rabbini nel momento dell’anno in cui vengono qui a scegliere i frutti dell’albero più perfetto del giardino dell’Eden, i cedri di Cipollina, per il loro mazzetto verde. Tra la palma che simboleggia (anche per somiglianza) la colonna vertebrale, il salice che ricorda una bocca e il mirto che raffigura l’occhio, il grosso ovale giallo, profumatissimo, del cedro, che soppesano e stringono delicatamente tra le mani, è proprio un cuore, intenso e turgido.

Molto difficile vederlo, qui, un cedro fresco, o visitare una coltivazione. È tutto per loro, per i rabbini della religione dei patriarchi, dei padri, del padre. Nessun frutto appena colto in una frutteria, in un supermercato, o in un negozio di prodotti tipici. Sono riservati a loro, agli uomini con la kippah e le peyot, i cedri perfetti della Riviera dei Cedri, il solo luogo in Italia con le condizioni giuste: clima mite, terreni ricchi e drenati. Vengono da tutto il mondo a fine agosto a ispezionare, esaminare, scegliere, misurare i frutti verdi da portar via impacchettati con cura. Per noi a fine ottobre il raccolto profano, quello destinato ai prodotti tipici: il cedro candito, il liquore, l’estratto, i biscotti, la pasta, la confettura; un sapore trasformato che ci portiamo via e ci teniamo in casa fino a quando torniamo, l’anno successivo.

Trascorro qui l’ultima settimana di luglio, la prima di agosto, per evitare il caos, le ragazzotte rumorose, il traffico sulla statale e nella piazzetta della Madonnina, Maria del Cedro. Ritrovo il servizio di piatti scelto da mia madre, le carte da gioco per il conchè, lo strofinaccio per la polvere giallo a quadri, le pinze e la chiave inglese, un barattolo di olio di lino, un pezzetto di legno per farne una zeppa, le ciabatte da mare con i buchi nella suola come si portavano. Il cuore si ferma, poi batte più forte, solo da poco ho cominciato a pensare che venire qui è rispettare quello che loro hanno fatto per mio fratello e per me.

Quattro anni fa l’amministrazione ha costruito il lungomare. Un marciapiede lungo fino al Lido Ultima Spiaggia: una strada asfaltata, qualche fontanina. Dall’altro lato la pineta lasciata a sé stessa, il parcheggio, la statale. I lidi hanno preso una buona parte della spiaggia vicino al pontile, ma c’è ancora molto spazio e, anzi, portarsi l’ombrellone da casa vuol dire mettersi più vicino all’acqua e al fresco che viene dal mare.

Al posto dei vecchi condòmini nuove generazioni, persone semplici, a volte cordiali, con SUV e gioielli indossati in spiaggia. Il piano terra all’ingresso del residence è occupato dal negozio dei cinesi.

Il locale è stipato da cose di ogni tipo, dalle mutande alle pentole ai quaderni ai vestiti, costumi, scolapiatti, piante di plastica, materassini, pattumiere per la differenziata, sandali da mare, bicchieri, orologi da muro. Poi ci sono loro: madre, padre e i due ragazzi, il maschio e la femmina. Gli adulti seguono la compravendita, anche se l’italiano non lo parlano, e lo capiscono pure poco. Chiedi loro un quaderno e ti portano davanti ai quadri. Sembrano scorbutici, diffidenti.

In realtà il negozio è utile, i prezzi accettabili per cose che devono durare un mese o poco più. Papà ci sarebbe di sicuro andato a comprare le bocce di plastica colorata. Le avrebbe pesate con le mani, scelte con la stessa cura con cui i rabbini scelgono i cedri. Forse le avrebbe prese. O avrebbe comprato una nuova punta di metallo per l’ombrellone, o una borraccia da portare in spiaggia, o una sedia leggera per sedere all’ombra quando non giocava a bocce. Molto di rado lui scendeva in acqua, neanche papà sapeva nuotare.

2 pensieri riguardo “Il paese dei padri

  1. Un bel leggere, un lento viaggio nel tempo con tanti ricordi che pensavi di aver perso. Malinconicamente ti avvicini ai giorni nostri con le trasformazioni che ormai ritroviamo un pò ovunque ma che non possono avere il sopravvento su antiche tradizioni. C’è tanta famiglia nel racconto e ciò ci porta a rallentare la lettura sia per permettere alla mente di vagare libera nel tempo sia per il piacere di assaporare con calma una scrittura piacevole e fortemente evocativa.

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  2. Uno splendido affresco di più epoche che diventano una, più culture che in uno stesso luogo si incontrano e incrociano e tutto narrato con una delicata poesia dello sguardo: eventi, volti, luoghi scorrono e i colori e i gesti si imprimono nella mente di chi legge con grazie e con forza.

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