Un Pa(v)ese ci vuole?

Un Pa(v)ese ci vuole?

di Daniela Campagna

[In questo racconto almeno tre luoghi, e diverse immagini: viste e distorte, completate o del tutto ricostruite nella memoria, inchiodate alla documentazione dalle cartoline, dalle fotografie, dai racconti, dagli album di famiglia, attraversate dalle parole di un testo di Pavese che suonano lapidarie come un epitaffio. L’autrice, Daniela Campagna, allieva e parte del laboratorio di Raccontare il paesaggio dalla sua prima edizione, ci apre una finestra sulla sua geografia intima e sul viaggio che, partito da uno specchio in cui riflettersi, transita nelle radici fluttuanti del mare delle Egadi, e approda oggi, qui, in una foresta delle Dolomiti Lucane, in un matrimonio tra alberi sradicati. f.p.]

Le cartoline sono rettangolari, tradizionale formato 15 x 10, per la maggior parte composte di tre o quattro riquadri. Le ho trovate per caso, in questa domenica di novembre, nella libreria di mio padre. Il Santo ricorre spesso, occhi profondi dentro zigomi sporgenti, naso diritto, labbra socchiuse, una barba castano caldo. Il suo viso è sospeso, reso fragile dalla mitra argentata e dai pesanti paramenti. Lo sguardo come incredulo, appeso a una qualche rivelazione. La mano destra che benedice, un grosso volume e il pastorale nella sinistra, un cuore con la fiamma. Mi colpisce il suo viso scavato, imprigionato negli abiti barocchi, pesanti, il suo corpo che non vedo  ma che immagino portare con fatica il peso di quelle vesti da santo: mi domando se gli fluttueranno sulle ginocchia, se sotto la tunica bianca spunteranno caviglie incerte o calzature di porpora.

Io non ho mai visto San Cipriano, vescovo e martire, patrono di Oliveto Lucano, in Basilicata. E sono stata a Oliveto Lucano una sola volta, più o meno dieci anni fa.

Al primo sguardo tra le curve me lo ricordo apparire esattamente com’è in uno dei riquadri delle cartoline: case di pietra che coprono la sommità dell’altura, sormontate dalla Chiesa Madre, e dalla punta acuminata del campanile. San Cipriano riposa lì dentro, insieme a San Rocco, raffigurato in un altro riquadro delle cartoline e con la stessa espressione sorpresa, ma una barba di castano più caldo e indumenti appena più semplici, a onorare la tradizione del pellegrino. Entrambi, i due santi, se ne vanno a spasso una volta l’anno, quando Oliveto celebra il suo Maggio, d’agosto.

Non ho mai assistito alla festa del Maggio di Oliveto Lucano.

Mi portarono invece a vedere quello di Accettura, nella domenica di Pentecoste. Nel cuore della Lucania sono ancora molto vivi gli antichi riti pagani poi intrecciatisi alle feste cattoliche dei santi protettori.

«Come fanno due alberi a sposarsi?» avevo chiesto incantata, mentre seguivamo il corteo nuziale della sposa – una frondosa cima di agrifoglio issata su un grosso carro trainato da buoi che andava verso il suo maggio: andava a innestarsi nell’albero maggiore, il cerro più alto e più dritto della foresta di Gallipoli Cognato.

Sono stata a Oliveto Lucano una volta sola, più o meno dieci anni fa.

Un paese che ha gli ulivi nel nome non può che esser gentile, mi dicevo. E così mi appariva dalla parte del nostro ingresso, privo della presa d’artiglio di quei paesi d’Appennino che sembrano strappare alla roccia la loro stessa esistenza. Da lì, la macchia di case chiare nel verde sembrava inerpicarsi lenta, nascondendo l’altro versante, più ostile, appeso al suo sperone di roccia. Una delle prime case era quella di nonna Isabella, così mi dicevano, ma ormai non apparteneva più alla nostra famiglia. Nonna Isabella è la mia bisnonna, la conservo in una foto in bianco e nero: una donna molto vecchia e molto magra ritratta accanto a quel ragazzo che era mio padre. La palazzina sovrastava quelle vicine, ma forse si trattava allora di un fatto di prospettiva, oppure è oggi una distorsione della memoria. Due piani di intonaco chiaro, il primo tagliato per intero da un ballatoio lungo e stretto, recintato da una ringhiera in metallo e chiuso sulla destra da un balcone bianco in muratura. Al secondo piano balconcini con ringhiere sottili e due finestre, una rettangolare più grande, una quadrata piccola piccola. Una storia di giustapposizioni indossate con stravagante eleganza, una metamorfosi sempre in atto, la stessa che avrei ritrovato passeggiando più tardi lungo le vie del paese.

Poi ricordo ulivi, tanti, con la mite saggezza dei loro tronchi contorti. E una piazzetta, che mentre scendeva la sera si riempiva di occhi che sapevano chi ero, mentre io ignoravo per quali rami dei nostri alberi fossimo parenti.

Nella luce giallognola del lampione ricordo la piccola insegna Bar Italia, bianca e blu, sopra la tenda antimosche con le strisce sbiadite, il cartello dei gelati confezionati, il tavolo rivestito di una tovaglia bianca con l’addobbo floreale e, di fronte, le sedie di plastica per il pubblico. Era agosto ed erano proprio i giorni del Maggio. Tra le celebrazioni di quell’anno era stato inserito un ricordo di mio nonno Pietro, e un invito a partecipare. Mio padre ce ne aveva parlato con pudore, quasi con imbarazzo. Io invece ne ero stata entusiasta e avevo organizzato tutte le mie vacanze estive attorno al desiderio di essere lì quella sera, a portare i miei occhi in quel luogo di cui avevo solo sentito parole: una noce ancora da sgusciare.

Seduto dietro a quel tavolo addobbato, vicino al gazebo col rinfresco di formaggi e olive, salame e vino, sotto le luminarie per la festa, mio padre raccontò del proprio padre davanti a tanta gente: lui così taciturno, così riservato. Ascoltai di una gita di settembre e del sapore dei fichi che Pietro coglieva e gli dava da assaggiare: uno dei suoi ultimi ricordi di bambino, prima che la vita lo rendesse orfano. Così compresi perché da sempre io adoro il sapore dei fichi, e forse anche perché mio padre non tornasse a Oliveto da così tanti anni. Un luogo dove da qualche parte tra gli archi di pietra e i portoni di legno c’è una via che conserva il nome di quel nonno che non ho mai conosciuto.

Di quella sera ricordo che me ne andai canticchiando: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Per tutti quegli anni Oliveto aveva di certo aspettato mio padre.

Abbiamo abitato tante città, io e la mia famiglia di bambina. E altre ne ho aggiunte nella mia vita di donna. Eppure, talvolta, mi sembra di girare sempre attorno a uno stesso luogo che non c’è. Dovunque abiterei, da nessuna parte abiterò.

Da sempre mi attraggono le radici degli alberi, specialmente quando le vedo bucare il catrame di città. Quei rami nascosti che sollevano l’asfalto, rivelando più che la loro profondità la loro capacità di allungarsi in punta di dita. Come le vene in alcune braccia, quando traspaiono appena rigonfie sotto la pelle, mostrando il sangue che le attraversa.

Radici e vene che svelano se stesse, a tratti, qua e là. Radici di ulivi, che saprei disegnare, radici di cerri e agrifogli che invece non riesco a figurarmi. E il fico? Come sono le radici di una pianta di fichi?

E poi ci sono anche radici di pini e di mandorli, di lecci e di bossi, perché c’è un altro paese annidato nelle radici che ho. Il paese siciliano dove giocava mia madre bambina, un paese arroccato in faccia al mare e alle isole Egadi. Da lì, Trapani è una falce che si allunga sul mare, e più a sud le saline sono macchie bianche sulla laguna dello Stagnone. A guardare l’orizzonte da lì, non si può che voler navigare.

A Erice ho corso tra le pietre e le aiuole ricamate del Balio, un giardino all’inglese di bossi e panchine di pietra. Ho mangiato gelati ricoperti di cioccolato fuso e genovesi alla crema nelle pasticcerie del centro. A Erice ho abbandonato in malo modo i miei amici immaginari quando ormai non servivano più e da adolescente sono tornata fingendomi una straniera in gita. A Erice ho tanti ricordi quanti ce ne stanno in uno dei pacchetti di Cipster che vendevano al bar nei pressi del Castello: potrei tirarli fuori uno a uno, farmeli crepitare tra le dita e poi sgranocchiarli piano, con quel tocco di salato che resta sulle labbra.

Ma ciò che di Erice resiste di più sono i racconti del nonno di nome Vincenzo che mi accompagnava, racconti che allungavano il mio sguardo all’indietro, a nomi che poi ricomponevo negli album di vecchie foto che lui aveva pazientemente raccolto: la storia di una famiglia, da fine Ottocento a qui. Perché anche a Erice c’era una casa fatta di pietra dove vivevano bisnonne e prozie, con un cortile quadrato e forse anche un pozzo, una casa venduta a chi adesso ospita turisti. Quella puntuale conservazione della memoria che nonno Vincenzo attuava nei suoi archivi fotografici faceva da contraltare alle poche memorie rimaste invece di Oliveto, alimentando in me il desiderio di cercare, scoprire, ricostruire ciò che nell’assenza diventava letteratura.

Forse tutti veniamo da un paese, forse davvero un paese ci vuole.

È con questo spirito che mi sono iscritta al primo laboratorio sul Raccontare il paesaggio, ad Amelia, in Umbria. L’idea di immergermi per una settimana in un luogo prima sconosciuto, scavando nel terreno e nelle parole della gente, assomigliava alla mia personalissima ricerca di che cosa siano fatte le radici che ho.

«Credo di essere qui per questo» dicevo a Fiammetta una mattina di luglio, ragionando di radici lungo l’antica via Amerina, nel tratto che da Todi va verso Amelia, verso Roma. Eravamo sul ponte medievale, a schiena d’asino, restaurato da poco, e faceva caldo, la polvere si alzava da terra e mi si appiccicava alle gambe scoperte, al di sopra degli stivaletti da trekking.

«Lo scoprirai» mi rispondeva, e intanto strizzava un po’ gli occhi puntandoli acuti verso di me e la compagnia che sfilacciata, dall’afa e dalle chiacchiere lungo il percorso, si andava adesso ricomponendo, nella comune attesa della sosta in cui avremmo consumato le nostre fette di pizza.

Ad Amelia non ho scoperto di che cosa siano fatte le radici, ma ho trovato uno specchio.

Perché ogni sguardo sul paesaggio è riscoperta di un altrove che abita in noi.

Nel taccuino di quel primo laboratorio ho appuntato una frase, neanche ricordo chi l’abbia pronunciata, in quale lezione: “Più siamo sradicati più siamo propensi a credere al mito del territorio”.

Ecco, credo sia questa la ragione per cui io cerco paesaggi da raccontare.

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