Categoria: Racconti

Melbourne a colori

Melbourne a colori

di Loretta Martignon

[Lo spazio è indefinito e non limitato, la mappa è finita e i suoi limiti sono ben tracciati (non fosse altro che dal bordo del foglio o dal ritaglio dell’immagine). La terra, con i suoi elementi materiali, è assai complicata, stratificata, affastellata: la mappa la dis-piega, la semplifica. Gli elementi sono indistinguibili, la mappa li riordina: li classifica, li isola (o viceversa), li evidenzia (alla bisogna annette una legenda). Questo riassetto è frutto di una severa operazione concettuale che impariamo a fare. A furia di mappare, cioè rappresentare uno spazio (fisico o mentale) attraverso segni e icone, l’operazione ci diventa così familiare che la mappa in sé scompare ai nostri occhi: vediamo, o cerchiamo di vedere, soprattutto quella porzione di spazio che pretende di rappresentare o di spiegare. O, al contrario, vediamo soltanto la mappa, la rappresentazione diventa lo spazio. La terra, come sostiene il geografo Franco Farinelli, diventa la carta geografica; la mappa la sostituisce. Inevitabilmente diamo fiducia alla mappa, come se il solo atto di mappare, il prendersi la briga di fare il rilievo, garantisse aderenza, verità, autenticità. Perdiamo di vista che una mappatura ci offre, e ci impone, un modello di mondo. E finanche, per entrare nello spirito del racconto che segue, una colonizzazione del mondo. Il tono amichevole di Loretta Martignon, che in questo racconto ci ricorda quei loquaci compagni di viaggio che nel parlare tra sé ogni tanto ci rivolgono la parola, ci porta invece, sorprendentemente, nel cuore drammatico dell’identità australiana dove i rassicuranti colori sgargianti della mappa e gli impronunciabili toponimi aborigeni testimoniano e raccontano un processo di colonizzazione ancora apertissimo.

Con il testo «Melbourne a colori» di Loretta Martignon inauguriamo una breve rubrica dal titolo «Una mappa è un racconto». Loretta Martignon è italiana e vive a Merlbourne da vent’anni. Nel gruppo di lavoro oltre a essere stata una sorta di agente all’Avana, ha messo in crisi la nostra idea di città da ex cittadini del Sacro Romano Impero. Buona lettura. Fiammetta Palpati]

Da piccola avevo un mappamondo, di quelli di plastica con l’interruttore, che diventano una lampada. Gli stati erano colorati e creavano arcobaleni politici in ogni continente.

Mi divertivo a farlo girare velocemente dandoci una manata a occhi chiusi per poi fermarlo di colpo con un dito per vedere dove capitavo. Asia, America, Europa, qualche volta l’Africa sahariana, e tanti buchi nell’acqua azzurra degli oceani e dei mari. Forse, ma non ricordo, qualche volta devo aver cercato di muovere il dito verso il basso, per esplorare anche l’emisfero sud, e chissà che non sia capitata su Melbourne.

Il cielo è grigio in questa mattina di maggio. Una pioggerellina sottile macchia i marciapiedi e l’asfalto, ma non fa aprire gli ombrelli o aumentare il passo, già frettoloso, alle persone che si aggirano intorno alla stazione.

Mi siedo vicino al finestrino, sul lato sinistro, per seguire il senso di marcia del treno. Tre anni fa c’era molta più gente a quest’ora del mattino, lo scompartimento quasi si riempiva già dalla prima stazione, ma dopo la pandemia non tutti sono tornati alle vecchie abitudini. Per ora siamo solo io e una ragazza asiatica seduta dalla parte opposta, anche lei vicino al finestrino. Sta mangiando. Dà dei piccoli morsi ad una potato cake, gialla e fritta, che spunta da un sacchetto di carta macchiato d’olio.

Fritto. Per colazione, alle sette e mezza di mattina. Mah.

La città di Frankston è lì, oltre il vetro. Scivola via lentamente, man mano che il treno lascia la stazione. Sfilano le palme allineate al centro del viale, il garage del gommista vicino alla rampa del parcheggio del centro commerciale, la rotonda dove c’è la stazione della polizia con il tribunale a fianco. Poi arrivano, di fretta, i capannoni della zona commerciale e le concessionarie d’auto.

Il treno prende ancora un po’ di velocità, si arrampica sul nuovo ponte sopra l’ingresso dell’autostrada e poi inizia a rallentare per fare la stazione di Kananook. Che nome strano. Aborigeno, di sicuro. Appare in giallo sulla striscia luminosa sopra le porte che separano gli scompartimenti.

Lo ritrovo nella mappa affissa alla parete sopra il sedile, per ora ancora vuoto, che ho di fronte.

La conosco, questa immagine. L’avrò guardata, studiata, esplorata un’infinità di volte in tutti questi anni di avanti e indietro per andare in ufficio.

Eppure, l’occhio curioso mi va lì: indugia, ricerca, percorre, scopre.

Mi piace questa mappa dei treni del Victoria: è colorata. Mi fa pensare a quei libri per bambini, quelli che illustrano il corpo umano sovrapponendo le pagine trasparenti a una sagoma disegnata, mostrando ora lo scheletro, ora l’apparato circolatorio e così via. Le linee del treno spiccano su uno sfondo bianco che distingue in modo netto l’area metropolitana di Melbourne da quella grigio-azzurro delle campagne. Solo le linee regionali, viola scuro, si insinuano oltre il bianco e si piegano come gomiti slogati, spostando i paesi e le città dalla loro collocazione logica per farli stare dentro i limiti del foglio adesivo.

Al centro, le linee colorate dei treni aggirano il CBD, il central business district, quella griglia di strade, ordinate e perpendicolari, che è il quartiere di Melbourne. Da questo rettangolo, vuoto e bianco nella mappa, i colori ferroviari si aprono a raggiera.

Frankston è l’ultima stazione metropolitana sulla linea verde. Parte dal basso, in fondo all’immagine, costeggia l’azzurro della baia, sfiora il rettangolo del City Loop, si arrampica fino a North Melbourne e Footscray, poi ridiscende: un ramo finisce a Williamstown sul mare, e l’altro si insinua nelle campagne di Werribee.

L’origine dei nomi dei quartieri sono tutti mescolati.

Frankston, fondata da un misterioso signor Frank da cui sembra abbia preso il nome, è sulla stessa linea della cittadina di Werribee, con quel nome aborigeno rubato al fiume che la attraversa.

Controllo di nuovo la mappa. Colore per colore.

Sulla linea rosa, quella più corta, quartieri come Sandringham, Hampton, Brighton, così british, sono sulla stessa linea di Prahran, un nome che doveva essere aborigeno, ma che in realtà nasconde un errore ortografico dell’amministrazione locale e chissà, adesso così storpiato, che cosa vorrà mai dire.  

Il suono ritmico annuncia l’apertura delle porte, distolgo lo sguardo dalla mappa per godermi la vista dalla stazione sopraelevata di Carrum. Dal mio finestrino si distingue il giallo spento della spiaggia che si allunga in un ampio arco sul mare e arriva fino ai grattacieli lontani della city, grigi come il cielo che riflettono.

Un uomo sulla quarantina si siede sul sedile di fronte al mio, apre il portatile sopra la valigetta che ha sulle ginocchia e si mette a battere veloce sui tasti.

Lo scompartimento si sta riempiendo. Il treno ha già raccolto maglioni giallo evidenziatore dei carpentieri con gli scarponi infangati, camicette bianche e inamidate delle segretarie, i blazer con lo stemma sul taschino degli studenti delle scuole private e le felpe grigie dei giovani universitari assonnati e spettinati.

Riprendo la mia esplorazione ferroviaria. Allineati lungo la linea blu ci sono i britannici Richmond, Howthorn, Canterbury, ma anche Kooyong, Tooronga e Nunawading. Nomi dati dai clan della Kulin Nation aborigena, parole dai significati misteriosi e incerti, dai suoni difficili che si attaccano alla lingua e si fatica a srotolarli.

La linea rossa si biforca: sotto va verso Hurstbridge, dal nome inglese che combina i termini boschetto e ponte; in alto va a Mernda, con quella enne aborigena così difficile da pronunciare.

La linea gialla è un forcone. E nessuno dei tre denti passa vicino all’aeroporto internazionale di Melbourne. Se ne stanno bene alla larga, lo evitano come se cielo e terra, per qualche motivo, non si dovessero toccare.

Ma anche qui nomi di quartieri come Flemington o Batman – in onore di John Batman padre fondatore delle colonie britanniche non del super eroe dei fumetti – fanno parte delle stesse traiettorie su cui si trova Coolaroo che forse, ma chi sa se è vero, deriva da una parola aborigena che dovrebbe significare serpente marrone.

Alla stazione di Caulfield il treno si svuota di studenti universitari e si riempie ancora di tutti quelli che, come me, vanno a popolare i grattacieli della city, brulicando ogni giorno come formiche, riempiendone i piani fino in alto per abbandonandoli di fretta al primo imbrunire.

La ragazza asiatica non c’è più, al suo posto si è seduto un uomo indiano, si capisce dal turbante che indossa. Le sopracciglia aggrottate creano una ruga in mezzo alla fronte mentre legge il fascicolo che tiene in mano. Al suo fianco c’è una ragazza, sulla ventina: ha un tatuaggio scuro che le spunta dal colletto, le riempie il collo e le sparisce dietro l’orecchio. Ha gli occhi chiusi, ma si capisce che non sta dormendo.

Il treno riprende la sua corsa, puntando dritto verso il centro, dove tutte le linee ferroviarie si incontrano e i colori si intersecano ma non si mescolano.

Come noi, qui, in questo scompartimento, tutti diretti verso la stessa destinazione, ognuno con la sua etnia stampata in faccia, o alla pronuncia e all’inglese strano. Viaggiamo su queste linee disegnate su un foglio trasparente, che si sovrappone alla sagoma, ma non vi appartiene.

Siamo arrivati tutti tardi, dopo che la terra era stata già rubata: siamo solo ospiti, non graditi, in questa città.

Il display luminoso annuncia Flinders Street, la mia stazione. Appena mi alzo uno scossone mi sbilancia, per poco non finisco sulle ginocchia dell’uomo che mi sta di fronte. Mi salvo dall’imbarazzo toccando con due dita la parete sopra il suo sedile, proprio lì, sulla mappa, e riguadagno l’equilibrio.

Mi avvicino alle porte per scendere, e la ritrovo. Con le sue linee ordinate, i puntini scuri delle stazioni, la griglia di riferimento e la lunga legenda dei toponimi sul fondo. È tutto scritto lì, disegnato, rappresentato. È rassicurante, come solo le mappe lo possono essere. Basta un’occhiata per non sentirsi più persi e poter ritrovare la direzione. O per illudersi di far parte di un luogo, anche se lontano e sconosciuto solo perché, magari, lo si può toccare con un dito.

Recanati non esiste

Recanati non esiste

di Lidia Massari

Lidia Massari, instancabile viaggiatrice critica, con Recanati non esiste resta nella propria città. Il testo di Massari, ispirato dichiaratamente e sin dal titolo al geniale Esiste Ascoli Piceno? di Giorgio Manganelli (articolo uscito su una rivista marchigiana negli anni ’80 e ripubblicato da Adelphi, unitamente a 10 cartoline di Tullio Pericoli, nel 2019) ne ribalta tuttavia la premessa. Se Ascoli Piceno (città poco conosciuta e poco immaginata) era, per il lettore italiano medio, un nome sulla carta geografica, un nome da mandare a memoria tra quelli delle provincie italiane, e un vuoto di luogo, Recanati è invece un nome pieno, un nome saturo di racconto: il racconto della poesia e del poeta. Divenendo il tempio della celebrità la città ha finito con il voler assomigliare al set della creazione poetica. Dunque raccontare Recanati cominciando col negarne l’esistenza è, per l’autrice l’unico modo (o almeno l’unico che non somigli all’ennesima – giustificata ma, ahimè, trita – lamentazione sullo snaturamento dei luoghi a beneficio memoriale e turistico) per l’esercizio del suo occhio critico. Ma questo testo – nato in seno al nostro laboratorio «Il tracciato e la città» tuttora in corso di svolgimento – apre anche una breccia nella convinzione dell’esistenza dei luoghi tout court – cioè al di fuori di una esperienza circoscritta di stanziamento, uso, movimento e, nondimeno, di rappresentazione simbolica come potrebbe essere una qualsiasi forma di narrazione: una mappa come un ricordo, un ricordo come un sogno. [fiammetta palpati].

Non è che non si voglia scrivere della città di Recanati. È che non si può; nessuno potrebbe, dato che l’esistenza di una città così nominata dovrebbe prima essere dimostrata; poiché il fatto che una mappa –satellitare poni caso – mostri un territorio collinare definito da due fiumi che scorrono paralleli verso il mare Adriatico (esempio da manuale di deposito alluvionale), nonché degli insediamenti abitativi riconducibili ad epoche lontane fra loro, diciamo – a spanne –, dal Medioevo ai giorni nostri, e persino una piazza che appare senza ombra di dubbio come il centro del centro cittadino, ebbene, tutto ciò non autorizza a pensare che la città che chiamano Recanati esista davvero.

   Come si può parlare di una città che non ha nemmeno un nome? Ricina era una grande città romana, ma stava a quasi venti chilometri da qui, e venne distrutta dai Goti; e non è certo il legame fra quei profughi e l’atto fondativo della città. Se proprio si deve pensare a fondatori romani, c’è una città romana proprio qua sotto, a tre chilometri, ma si chiamava Potentia. E comunque, che vuol dire Recina? Chi propende per Venere di Erice, chi a una radice slava, quella della parola “fiume”, come in Rijeka; e, in dialetto siculo, “andare a recanati” significa vomitare – signora, che busta sceglie? la uno, la due o la tre?

   Come si può parlare di una città senza partire da un centro? Ma Recanati un centro non ce l’avrebbe… No, mi correggo, eccolo, è chiaro dai colori: rosso mattone, palazzi antichi; condomini anni Settanta dai colori improbabili (e ancora più brutti dopo i cappottini fatti col 110%); mattoncini facciavvista della villettopoli pedecollinare. Tuttapposto: borgo normodotato, il cui centro storico si snoda intorno alle tre vie principali che si rincorrono sul crinale del colle, formando una sorta di “L”, a metà del lato lungo della quale si apre la grande piazza circolare al cui centro campeggia la statua, cupissima, del più illustre cittadino di Recanati, quello che i local chiamano «il pupo». Ma la bella piazza circolare lastricata di fresco col centro non c’entra: l’hanno inventata squartando il sagrato della chiesa di san Domenico, abbattendo il vecchio palazzo comunale, isolando la cosiddetta torre del borgo, innalzando un nuovo, gigantesco municipio in mattoncini e pietra calcarea, dallo stile eclettico, dal colore che vira al rosa, impresa mirabile costata quelli che oggi sarebbero miliardi, e tutto per onorare per i suoi primi cento anni il povero Buccio, Muccio, Giacomino nostro, che, ingobbito nel suo mantello, sembra che abbia voglia di piangere, smarrito in mezzo a una piazza che ai tempi suoi nemmeno c’era.

   Ma lasciamo queste vecchie storie noiose: bisogna spiegare bene perché si sta cercando di evitare il compito gravoso, insopportabile e assurdo di scrivere di una città che non esiste. Gli abitanti di Recanati, questa è la verità, da quello che tutti chiamano “centro”, fuggono come da una disgrazia; gli unici luoghi davvero attrattivi, quelli nei quali si formano talora lunghe file e, di fuori, i capannelli dei pensionati, per chi imbocca corso Persiani (senso unico) in macchina sono: le poste, la banca (ex Cassa di risparmio della provincia di Macerata ex Bancamarche [implosa] ex Ubi). Per il resto, non ci sono negozi, i bar sono tre, uno adiacente all’altro, sulla piazza, indistinguibili nell’offerta comune di taglieri di prodotti tipici, vincisgrassi e insalatone. Il centro storico è una voragine che inghiotte le velleità commerciali di chi periodicamente ci prova, a fare una vetrina di abbigliamento o del pregiatissimo olio di oliva monocoltura “raggia”.

   Per contro, puoi trovare i cittadini di Recanati affollare in orario 7-8, 16-17 (inverno), 18-19 (estate) la circonvallazione che cinge il centro. Questa è una strada con diversi nomi (via Cesare Battisti, via Carducci, viale Nazario Sauro, ex statale 77 della val di Chienti [lo vedi che Recanati non esiste? Non c’è nessun fiume Chienti, qui, quello sta molto più a sud, divide Civitanova Marche dalla provincia di Fermo]), simile a un nastro che circonda con poche deviazioni la vecchia cinta delle mura, di età rinascimentale. Data la natura sottile del centro (possiamo visualizzarne una parte immaginando un rettangolo molto slanciato, con due lati lunghissimi e due ridicolmente corti), questa strada ha uno sviluppo di circa quattro chilometri, ma per passare da uno dei lati lunghi all’altro le distanze sono minime, anche meno di cento metri. Se invece si ha la sventura di guidare un veicolo nel centro di Recanati, i sensi unici costringono il guidatore a percorrere volute barocche per andare da un A a un B che a piedi distano non più di tre minuti. Ma i cittadini di Recanati non hanno senso pratico, e invece di scegliere la via più breve, soprattutto negli orari su indicati percorrono la via delle mura (familiarmente “le mura”), muovendosi al trotto, al galoppo, al passo (spanciando), indossando leggins pesanti e kway (soprattutto nelle serate tiepide della prova costume), occhiali da sole e cuffiette, magliette sintetiche dai colori fluo, affollando i marciapiedi nell’uno e nell’altro senso di marcia, urtandosi, salutandosi a denti stretti, di corsa – mica puoi fermarti –, ingenerando un vorticoso moto centrifugo che svuota la piazza e le vie circostanti, ingloba via via correnti e camminanti e poi li fa schizzare per la tangente e raggiungere alle 20 spaccate il desco familiare.

   Qualunque sia la stagione, alle otto di sera tutte le strade si svuotano, rimangono fuori disadattati e turisti. Si dovrebbe parlare di questo vuoto? Non credo, e comunque non voglio.

   C’è un’ultima ragione che impedisce a chiunque abbia un minimo di senno di parlare di Recanati, la città che può vantarsi di essere finta da più di cent’anni. La signora Recanati, nobile anziana con un glorioso passato, potrebbe ricordare i giorni in cui contendeva ad Ancona il dominio della parte centrale dell’Adriatico, giorni in cui contrattava alla pari con la superpotenza veneziana che qua davanti doveva passare, se voleva andare a mercanteggiare in Oriente; potrebbe ricordare la fiera che durava più di una settimana, e che insieme a quella di Napoli era una delle più importanti d’Italia; potrebbe ricordare il boom economico del Settecento, quando per la prima volta proprio qua, nel maceratese, si sperimentava l’innovazione dell’erba medica, e i profitti agricoli ebbero un picco altissimo, e sorsero ovunque splendidi teatri in miniatura (ce n’è uno anche qua, e quando un qualunque recanatese vede la Scala non può che notare che è uguale al teatro Persiani, solo un po’ più grande); potrebbe ricordare con un po’ di dolore di aver perso Loreto, che era una sua contrada, e la favola stupefacente del trasloco della casa dell’Annunciazione (che è vera: la casa, dico, per l’Annunciazione ci vuole fede). Invece no. La nobildonna, rimasta orfana del suo pargolo più dotato, mai più il suo corpo sarà riportato alla madre patria, tu non altro che il canto avrai del figlio … no, scusate, ho sbagliato volume dell’antologia, inizia un lunghissimo lutto non ancora scemato che già dalla fine dell’Ottocento, quando il figlio era famoso soprattutto per versi dalla discutibile sintassi come “dammi, o ciel, che sia foco agli Italici petti il sangue mio”, la porta a conciarsi così come suo figlio l’aveva immaginata nelle sue trasfigurazioni; un make up che vorrebbe farla assomigliare alla sé stessa giovane madre dello sfortunato figliuolo ma che finisce, come gli interventi estetici mal riusciti, per farla diventare una quinta teatrale buona per mettere in scena le descrizioni borghigiane dei canti ad usum di scolaresche distratte e prof di italiano in pensione che hanno visto il film di Martone.

  Ecco, dovrei parlare di questo buco nero dai ridenti dintorni, dove se ci nasci o ci precipiti vuoi solo scappare, e non riesci, e conduci la tua vita da mosca rimasta appiccicata alla carta moschicida? No, grazie, preferirei di no.

La città vuota e la luna secondo l’intelligenza artificiale.

Lo stagno

Lo stagno

di Nunzia Picariello

[Per Nunzia Picariello, autrice del racconto che pubblichiamo a titolo di anticipazione sulla nostra mappa sul sublime contemporaneo, la partecipazione al laboratorio è stato anche l’occasione per rileggere un proprio testo alla luce di una diversa e illuminante chiave interpretativa. Fiammetta Palpati]

I raggi si riflettono sulla superficie d’argento screziata di porpora, che s’assembla e si smembra con ritmo proprio. Le Koi sono il cuore dello stagno: il loro movimento, una danza di corpi sinuosi, è respiro potente che si propaga concentrico verso il canneto, le ninfee e l’elodea. In modo tale che tutto alita all’unisono. Il laghetto artificiale sfrutta l’acqua del fontanile presente nella proprietà e che, in altri tempi, serviva per la marcita. Con il giusto impianto di depurazione Mario è riuscito a farne il luogo adatto per più di cinquanta carpe. Ne conosce la maggior parte, venera la loro grazia, non smette di stupirsi per i colori vividi delle loro squame: nella loro prigione le carpe diffondono l’infinito.

La sua preferita è una Kohaku con una macchia rotonda sul capo e due screziature rosso profondo sul dorso. La sua pancia è liscia, bianco uovo. Quando porta il cibo alle Koi, queste subito accorrono verso di lui. Protendono il muso verso l’esterno dell’acqua e così facendo, mutano di sostanza: mostrando la faccia corrucciata, gli occhi vacui e impersonali e più sotto, una bocca rotonda incorniciata da baffi, ecco che la loro meraviglia scompare. La Kohaku si avvicina per prima e se ne va per ultima: le labbra polpose si aprono e richiudono in una silenziosa sinfonia per il padrone. Lui sorride e avvicina il viso al pelo dell’acqua. Si baciano.

«A che ora arrivano?» Lei e Mario stanno seduti a terra sul bordo dello stagno.

«Tra poco dovrebbero essere qui» risponde lui. Stanno aspettando la consegna dell’ultimo acquisto: una karashigoi di sessanta centimetri. L’ha molto desiderata.

Sono vicini, le loro spalle si sfiorano. Il vento sbuffa e solleva i capelli lunghi che finiscono per intrecciarsi con i fili di barba sottile. Lei si stringe un po’ tra le braccia; lui si volta a guardarla: ha lo sguardo dritto, il naso piccolo, lo zigomo alto e rosato. Le cinge allora la vita e la stringe a sé. Lei contorce la bocca in una smorfia; un piccolo grido le sfugge lieve, ma si affida alla stretta e lascia ricadere lenta la testa sulla spalla di Mario.

«Ti fa male?»

«Un po’» risponde lei.

«Eccoli.»

Dal fondo del viale, si intravede un furgoncino. Il cancello elettrico si apre e i pneumatici scrocchiano sopra il ghiaino risalendo la strada. Mario li guarda e sente una palpitazione prenderlo: ecco, la cosa. Quella cosa che s’approssima alla felicità, anche se non ne conosce il nome. Ma il sapore sì. Ed è quello che sente adesso sotto la lingua. Lei lo guarda e ne riconosce i tratti: in fondo agli occhi del dominus vede quello che l’ha spinta fino a lì. Quella cosa che la tiene legata a lui. Una sorta di buco magnetico il cui centro continua a fissare senza posa. La schiena appoggia sulla nebulosa bianca, ma i suoi piedi, lo sa, sono già intinti nel nero.

Il camioncino si ferma a pochi metri da loro. Ne scendono due uomini di origine sudamericana, in abiti di lavoro. Fanno un cenno con la mano. Mario si sposta verso di loro, febbrile. Lei rimane. Aspetta. Gli uomini vanno sul retro del furgone e aprono il portellone. Armeggiano tirando fuori una scatola di cartone. Con delicatezza la trasportano verso il laghetto. Mario li precede. Fa poggiare il cartone accanto ad una piccola vasca e fa segno di aprire. Gli addetti aprono l’imballaggio e tirano fuori il contenuto: nel grosso sacchetto di plastica rigonfio d’acqua, ecco la karashigoi.

«Piano» sussurra Mario. «Fate piano.»

La poggiano accanto alla vasca. La carpa si agitata nella sua piccola camera iperbarica. Ha un arancio abbagliante. Mario ne è stordito. Prende il sacchetto e lo mette in vasca. Deve aspettare una mezz’ora per far acclimatare il pesce: non deve subire altri stress di ambientamento. Quando l’acqua nel involucro sarà alla stessa temperatura di quella della vasca potrà liberare la Koi. Solo in seguito, la traferirà nello stagno a far compagnia alle altre.

Lei lo guarda prendersi cura della sua nuova creatura; osserva i gesti precisi, calcolati e l’emozione che sa piegarsi alla volontà dell’accuratezza.  Se deve pensare a una parola, per quello stagno, per le Koi, per la cosa, lei pensa a devozione. È tutto è parte del disegno a completamento dell’opera.

«Non è bellissima?».

«Sì. Lo è» risponde lei.

«Ho fatto un ottimo affare.»

Sorride. L’energia lo scuote. Si sente vibrare dentro. Quel movimento arriva fino a lei: è il respiro dello stagno che li avvolge e li meraviglia. Si abbracciano. Le bacia il collo, poi le labbra e le mani accarezzano. L’eccitazione è muschio e pino; è sciabordio che sbatte contro le curve delle cosce. Si stendono. Lei ha nelle narici fili d’erba; nella bocca limo e ferro. La pancia di lei sbatte contro la terra fresca.

“Sei guarita» le dice Mario mentre accompagna con l’indice le cicatrici rosse. Ne ha sette sulla schiena. Sette lunghe strisce vivide e gonfie. Lei ora ha la pelle d’oca e si volta a guardarlo. Si baciano.

Il sole è quasi al tramonto. I colori del cielo, insieme alle Koi danno fuoco allo specchio d’acqua. È giunto il tempo per la carpa di essere liberata nella prigione. Lui si rialza. Prende un retino e si avvicina alla vasca; pesca senza difficoltà la karashigoi e la trasferisce nello stagno. Questa, con uno slancio elegante raggiunge le altre. Le sembra di aver visto un lampo di felicità in quell’occhio tondo, un sorriso appena accennato tra i lunghi baffi. Una condizione di miseria salutata con benevolenza, quasi fosse la miglior sorte capitata. L’istinto di conservazione fa preferire il dolore alla morte. E il dolore, ti rende essere senziente. Il dolore è un tempio.

«Vieni. Andiamo a casa» la invita Mario. Ha la febbre, gli occhi sono lucidi. Brillano acquosi. A lei pare di vederci tutto lo stagno. Comprende che quella giornata deve essere memorabile. Lui l’ha così desiderata. A lei si chiude il respiro; nelle viscere ha mollezza. Sente umido tra le gambe. Accetta. Non ha paura. Le cosce sono nel nero e il nero scolora l’angoscia, anestetizza l’istinto. Il nero è l’amore. Un amore che tutto può attraversare.

Lui le sorride, le tende la mano. Lei la prende. Lo segue. Una volta dentro, vanno dritti alla stanza. Nessuno ha avuto esitazioni.  Non parlano. Si annusano. Nell’odore di Mario c’è la cosa. Si sente netto e cresce. Sulla pelle di lei c’è sudore nero.

C’è penombra e puzza di muffa.

«Spogliati.» Non c’è comando. È invito. Lei, accoglie. Lui intanto versa un po’ di liquore: ne beve un po’. Le porge il resto. Rum dolce. Beve, lo sente bruciare ma chiede ancora. Riempie di nuovo il bicchiere. Quando lo prende, lui le sfiora i capelli con la mano. Vede amore. Solo amore nei pozzi neri che sono ora i suoi occhi. Lei ci si immerge.

Lui le lega i polsi e le caviglie. Sente il freddo del muro contro la pelle. Quando riceve la prima frustata, la testa le sbatte contro il cemento. Il corpo è scivolato nel buco. Il nero sale. Prende lo stomaco.

Non c’è più muffa, ma solo dolciastro nell’aria. Conta dieci e dopo, no. Dopo il nero si prende i suoi occhi.

Lui l’ha slegata, l’ha portata di peso nel bagno e poi l’ha lavata. Le ha messo un balsamo. Lei ha lasciato fare, una bambola con un buco nel centro. E fasce sulla schiena. L’ha portata a letto, l’ha baciata. Ha ripulito il bagno con la candeggina. Ha bevuto ancora, poi si è addormentato sazio: si è preso cura delle sue creatura.

Si è svegliato ed è solo. La cerca in casa. Quando la trova, lei giace a pancia in giù; i capelli le galleggiano intorno alla testa a mo’ di corona. Il corpo pallido, già un po’ gonfio, trasportato dal movimento lieve delle acque. Le carpe stanno cibandosi delle sue carni. Lui pensa che è bellissima, lì, nel mezzo del suo universo. Regina delle Koi. Con la schiena rosso vivida e la pancia liscia, bianco uova. Una sostanza che ha trovato l’esatta forma corrispondente.

La piuma del paradiso

La piuma del paradiso

di Adriana Ferrarini

[Prosegue la pubblicazione dei Luoghi della distanza, i racconti nati nel laboratorio omonimo che si è svolto sotto la guida di chi scrive, nell’autunno 2020. Il lavoro si è incentrato sull’esplorazione dell’identità dei luoghi e sulla formulazione di una sorta di nuova categoria per quelle porzioni di spazio non più riconoscibili nel nome, nella forma, nella funzione: i luoghi inesistenti. Trasformato, traslocato, seppellito, dimenticato, musealizzato, quel luogo non è più; è morto, o è in un limbo. In questo racconto Adriana Ferrarini, narratrice del paesaggio, dà voce a una immaginaria ricoverata dell’Ospizio Marino – l’edificio che sorse sul Lido di Venezia a metà del XIX secolo e destinato alla terapia climatica dei bambini affetti da scrofola. A colpire non è tanto il destino – altalenante – del complesso architettonico, che ha conosciuto momenti di grande espansione (nel 1933 venne spostato e notevolmente ingrandito) e altrettanti di declino fino all’attuale stato di abbandono – un destino simile a quello di edifici analoghi, quanto la singolarità della sua posizione. Agli inizi del XX secolo, infatti, l’Ospizio Marino fu affiancato, a destra e a sinistra, da due nuove costruzioni che sovrastarono in tutto e per tutto la colonia climatica.

In copertina una fotografia proveniente dagli archivi della Croce Rossa Americana, ritrae un dormitorio per bambini allestito durante la guerra 1915-18, dalla Croce Rossa americana, nel pianoterra di un hotel del Lido, con i letti rimossi probabilmente dall’Ospizio Marino, in quegli anni non utilizzato. La spiaggia del Lido e l’adriatico si intravedono appena oltre le finestre sul retro”.

Le immagini all’interno del testo, invece, raccontano una storia diversa, ma a quello affine. Si tratta dei pregiati tessuti e tappezzerie veneziane Fortuny, in auge nei primi anni del Novecento. Buona lettura. Fiammetta Palpati]

Ai nostri devoti e insigni Benefattori
e gentili Autorità di Governo 
che hanno fatto di questa trista barena
buona solo per le zanzare 
un Paradiso 
Rivolgiamo la nostra gratitudine e un’umile Preghiera
  

Una mattina tutta azzurra ci ha mostrato le montagne dietro al campanile di San Marco e tutti gli altri campanili, un po’ storti un po’ dritti, così tanti che noi non ci si poteva credere, e forse era solo un sogno perché quando il sole è alto nel cielo, qui tutto si scioglie, diventa di vetro, e non si sa più cosa è vero e cosa no.

«Ecco le vostre montagne, voi venite da lì, e anche questa sabbia viene da quelle adamantine alture, il ghiaccio e la pioggia le grattugiano fini, una polvere che il Piave porta giù fino al mare. Quest’isola non era che una striscia di polvere, una duna buona solo per farci orti, e a noi giudei, come ci chiamano, per stracciarci le vesti e recitare il Kaddish in onore dei nostri morti. Guardate ora il miracolo, quei magnifici palazzi, re e regine vengono qui per godere di questo mare, come voi, poveri montanaretti impiagati.»

Così ha detto il dottore. E con il braccio teso, dalle montagne si è girato giù verso la spiaggia, indicando i due hotel luccicanti. Ma il nostro Ospizio marino, che sta nel mezzo, neanche in punta di piedi si vedeva. E per fortuna. I bambini guardavano con la bocca pendula, zotici scrofolosi che non sanno neanche di stare al mondo, in un posto così squisito. Sia resa grazia all’infinita bontà dei cuori caritatevoli dei nostri benefattori e qui appunto inizia il discorso. E l’umile preghiera.

Ma dirò prima che noi non ci ha portato giù il Piave, come questa sabbia fine, bionda e calda tale e quale il pane appena uscito dal forno della Mistica, noi ci ha portato giù il treno e nessuno di noi aveva mai visto un treno e si aveva paura, con tutto quel rumore di ferro e il fumo e come correvano via veloci dal finestrino: le case, i monti, i paesi, non facevi in tempo a vederli che già se n’erano andati.

«Andrete a fare i bagni di mare, brutti musi deformi, e guardate di comportarvi pulito, perché laggiù in pianura ghe sé tanti siori e mangiano la carne dei bambini cattivi, senza parlare dell’uomo nero. E te, Antonietta sta’ attenta, che sei la più grande di tutti e hai più giudizio.»

Continua a leggere “La piuma del paradiso”
Il paese dei padri

Il paese dei padri

di Carla Isernia

[“Luoghi dalla distanza” è la rubrica nella quale pubblichiamo i lavori nati nell’omonimo laboratorio di scrittura creativa svoltosi nell’autunno del 2020. I testi sono una mappa sentimentale di luoghi inesistenti (intesi quali porzioni di spazio non più identificabili come tali nel nome e nella funzione, iniziando dagli spazi trasparenti dell’insignificanza per finire sul versante opposto di quelli preservati in una forma cristallizzata, museale, transitando per la degradazione degli habitat e le sorprendenti rinascenze del terzo paesaggio). Nel testo, Carla Isernia, ordinario di chimica presso l’Università degli studi della Campania e narratrice del paesaggio della prima ora, racconta di una casa di vacanze a Santa Maria del Cedro – un nome nuovo che sembra antico per una località dalla identità complessa, e incerta, tra vocazione agricola e urbanizzazione sregolata. Il non finito calabro lo chiama Carla Isernia che ricostruisce i ricordi d’infanzia, la difficoltà di accettare i cambiamenti e l’incontro con nuovi attori sociali (fuori luogo tanto quanto potevano esserlo gli occupanti degli anni Ottanta, con le loro seconde case al mare). Nel corso di questa ricostruzione inciampa in una continuità dell’esperienza del luogo che sembra mettere d’accordo a livello profondo, e ricucire in modo critico, consapevole, le diverse anime e le tante lacerazioni dell’Italia da cinquanta anni a questa parte, di Santa Maria del Cedro, e di sé. fiammetta palpati]

A Tommaso

Calabria, la parte più a nord, più vicina alla Basilicata e alla Campania.

Santa Maria del Cedro. Per via dei cedri, che i rabbini vengono a comprare per la festa di Sukkoth, la festa delle capanne. Prima, il paese, si chiamava Cipollina, prima dei villeggianti. Non lo sapevo, me lo hanno raccontato quest’anno, papà non credo lo abbia mai saputo. Il paese è in alto, la Marina su un lato e l’altro della statale 19: una distesa di residence a buon mercato, costruiti negli anni Ottanta e comprati sulla carta. Per il mare. Un blu spettacolare, la spiaggia amplissima e lunga, sabbia a grana grossa e sassi, a riva e in acqua – diventa subito profonda, e i pescetti da riva a stento arrivano a mordicchiare le caviglie.

All’una vanno via quasi tutti, pranzano a casa, riposano, scendono di nuovo verso le cinque. Anche gli ambulanti si stendono sotto i pini, al fresco, prima di riprendere le camminate sulla sabbia. Sulla spiaggia quattro, forse cinque ombrelloni a riva, non allineati, una coppia di inglesi, o forse olandesi – nordici – silenziosi, una donna grassa in bikini multicolore, una ragazza su un materassino giallo, un uomo con la barba che prende il sole sul bagnasciuga.

I cinesi arrivano intorno alle due e mezzo. Due adolescenti accompagnati dal padre o dalla madre, qualche volta da entrambi; restano a stento un’ora, che passano interamente in acqua. La donna, quando c’è, fa il bagno con un telo bianco e blu sulla testa: il gancio dell’ancora sulla nuca, le punte all’insù sulle spalle. Si guarda intorno e dispensa un sorriso; nel negozio non è così; nel negozio ha un’espressione arcigna, e brutte ciabatte ai piedi. Dopo il bagno si asciugano, risalgono la spiaggia: la donna avanti, il busto proteso per una rapida salita, i due ragazzi dietro spensierati. Passano vicini al mio ombrellone.

Continua a leggere “Il paese dei padri”
Un Pa(v)ese ci vuole?

Un Pa(v)ese ci vuole?

di Daniela Campagna

[In questo racconto almeno tre luoghi, e diverse immagini: viste e distorte, completate o del tutto ricostruite nella memoria, inchiodate alla documentazione dalle cartoline, dalle fotografie, dai racconti, dagli album di famiglia, attraversate dalle parole di un testo di Pavese che suonano lapidarie come un epitaffio. L’autrice, Daniela Campagna, allieva e parte del laboratorio di Raccontare il paesaggio dalla sua prima edizione, ci apre una finestra sulla sua geografia intima e sul viaggio che, partito da uno specchio in cui riflettersi, transita nelle radici fluttuanti del mare delle Egadi, e approda oggi, qui, in una foresta delle Dolomiti Lucane, in un matrimonio tra alberi sradicati. f.p.]

Le cartoline sono rettangolari, tradizionale formato 15 x 10, per la maggior parte composte di tre o quattro riquadri. Le ho trovate per caso, in questa domenica di novembre, nella libreria di mio padre. Il Santo ricorre spesso, occhi profondi dentro zigomi sporgenti, naso diritto, labbra socchiuse, una barba castano caldo. Il suo viso è sospeso, reso fragile dalla mitra argentata e dai pesanti paramenti. Lo sguardo come incredulo, appeso a una qualche rivelazione. La mano destra che benedice, un grosso volume e il pastorale nella sinistra, un cuore con la fiamma. Mi colpisce il suo viso scavato, imprigionato negli abiti barocchi, pesanti, il suo corpo che non vedo  ma che immagino portare con fatica il peso di quelle vesti da santo: mi domando se gli fluttueranno sulle ginocchia, se sotto la tunica bianca spunteranno caviglie incerte o calzature di porpora.

Io non ho mai visto San Cipriano, vescovo e martire, patrono di Oliveto Lucano, in Basilicata. E sono stata a Oliveto Lucano una sola volta, più o meno dieci anni fa.

Continua a leggere “Un Pa(v)ese ci vuole?”
Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io

di Francesca Zammaretti

[Wermulleriano il titolo che Francesca Zammaretti – allieva e parte del laboratorio Raccontare il paesaggio sin dalla sua prima edizione – ci propone per una passeggiata, in compagnia dei suoi cani Labrador, tra le parole e le visioni di quegli autori e di quegli insegnanti che chiama, affettuosamente, maestri. Insieme a costoro ha cominciato a ricomporre il proprio contrastato rapporto con il paese nel quale vive, affetto da una bellezza immobile e non negoziabile, attraverso la quale, sembra dire Zammaretti, è complicato vedere la quotidianità. Ma la sua testimonianza in forma di vagabondaggio fisico e letterario è anche il racconto di un processo tuttora in essere attraverso cui ha cominciato a riconoscere sé stessa come parte di quel paesaggio. fp.]

«Il paesaggio punge e trapunge». Piglia e impiglia.

La prima frase è di Andrea Zanzotto. La seconda, mia.

Vivo sulla sponda piemontese del lago Maggiore, al confine con la Svizzera, immersa in un paesaggio che è come una bella donna che non invecchia mai: curatissimo e senza tempo, per questo irreale e fantastico. Qui il paesaggio alimenta il turismo, è fonte di guadagno, dà da vivere. Lo scrivo senza giudicare. Ho sempre avuto rispetto per il lavoro e adesso che tutto si è complicato ancora di più.

In autunno, quando i giardini si inselvatichiscono e i colori diventano caldi, e in inverno, quando la passeggiata diventa deserta, la luce è radente, ma limpida per il freddo, di più amo il lago: il paesaggio si fa qualcosa di altro, entra in risonanza con me. Esco dalla cartolina e cammino.

Continua a leggere “Il seme di luce gettato dai maestri; ovvero, di come sia cambiato il mio sguardo sul paesaggio e di come sia cambiata io”
La mansuetudine dei luoghi

La mansuetudine dei luoghi

di Adriana Ferrarini

[Adriana Ferrarini partecipa ai laboratori di Raccontare il paesaggio sin dalla loro prima edizione. Come scrive nell’Introduzione ai suoi testi precedenti apparsi in questo stesso blog “ogni ricognizione nei territori della mia vita mi mette davanti a uno spaccato stratigrafico che connette il mio viaggio a quello di chi mi ha preceduto e lo mappa all’interno di una songline” anche questo sulla mansuetudine ci porta in luoghi reali, virtuali, letterari, luoghi della memoria che sembrano stare non l’uno dopo l’altro – una linea dello spazio e del tempo – ma uno dentro l’altro. Non tanto giustapposti, quanto sovrapposti. E che, dunque, finisce paradossalmente col mettere in crisi il concetto stesso di mappa (come d’altro canto insiste da qualche decennio un geografo come Franco Farinelli col suo concetto di ricorsività) e, implicitamente, anche quello di luogo. Ed è proprio su quest’ultimo elemento – provocatoriamente e paradossalmente battezzato luogo inesistente – che il gruppo Raccontare il paesaggio attualmente al lavoro, guidato dalla scrivente, sta concentrando la propria esplorazione, mettendo alla prova programmaticamente e poeticamente, la solidità, l’identificabilità dei luoghi. fp]

Potrei cominciare da Foscolo, ma preferisco accodarmi alle file di grigi e curvi pensionati che nel corso dei decenni hanno atteso davanti allo sportello dell’ufficio postale per farsi annotare i diligenti risparmi su uno smilzo quadernino blu notte, che via via si riempiva di numeri sempre più lunghi. Seguendo i passi di questa umile coda secolare so che arriverò fino al sito di Cassa Depositi e Prestiti e quindi a quello di una sua società, la CDP Investimenti Sgr.

“Quando cade il soldin nella cassetta/l’anima vola al cielo benedetta” filastroccava il brillante omileta domenicano Johan Tetzel, nelle terre tedesche, prima che un severo monaco agostiniano, un certo Martin Lutero, lo sorpassasse in eloquenza; ma intanto a Roma sotto la pioggia d’oro versata da povere anime in cerca di una salvezza, celeste o terrena che fosse, erano germogliate cupole altisonanti: brucia, credo, nel cuore di ogni potente città la hýbris di sfidare la geologia ed ergersi oltre le nuvole, perciò squarciano i fianchi delle montagna, per diventare più marmoree di loro: il Burj Khalifa di Dubai con i suoi 828 metri di altezza, non è già una montagna secondo le convenzioni europee?

Continua a leggere “La mansuetudine dei luoghi”

Città Satellite: La Città del futuro

Città Satellite: La Città del futuro

Di Giulia Oglialoro

[Giulia Oglialoro ha frequentato il laboratorio Raccontare il paesaggio-2018, ad Amelia (Tr). Da allora ha continuato una propria assidua ricerca sulla narrazione dei luoghi. Il suo lavoro “Città satellite: la Città del futuro” è stato scelto a Festivaletteratura 2019 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival. Si tratta di un reportage narrativo il cui campo di esplorazione è particolarmente in sintonia con quello del nostro laboratorio per l’anno 2020, Luoghi dalla distanza: ci stiamo occupando di luoghi inesistenti, un ossimoro, una provocazione, a partire dalla quale cercheremo di rispondere alla questione di come muoiono i luoghi, quando muoiono, nel loro moto di occupazione, trasformazione, perdita e riconquista di identità. Del lavoro di Giulia Oglialoro pubblichiamo qui un estratto dalla prima puntata. fp]  

Un salone grande, punteggiato da colonne in finto marmo. Catene luminose al led rosa e blu elettrico pendono dal soffitto. Entro passando attraverso pesanti tendoni rossi che ricordano i vaudeville dell’Ottocento. In fondo alla sala, un bancone con gli sgabelli alti, di quelli in legno lucido, che arredano le catene dei ristoranti western, e poi lì accanto un pavone in ferro con la coda spezzata, e poi ancora lungo le pareti un acquario spento, contiene solo una conchiglia e qualche corallo. Le statue sono ovunque, bianchissime, in finto stile neoclassico – quelle femminili hanno collane di fiori intorno al collo, quelle maschili sono inondate da torce che sprizzano a rotazione luci verdi e blu e viola. All’altra estremità della sala, Gino Amoroso – un uomo sulla settantina, felpa sportiva e pantaloni a scacchi – spolvera lunghi divani a righe. “Sono come quelli che si vedono nei vecchi film americani” dice, “non le sembra?”
Questo è il Comedia Club, sala da ballo alla periferia di Milano, inaugurata nel 1964. Gino e sua moglie Antonietta l’hanno presa in gestione nel ’93, dopo averla frequentata per oltre vent’anni. Qui vivono e qui danno lezioni di mazurca, viennese, polka, valzer lento, tango e fox strot. Su una parete, una stampa in bianco e nero che raffigura Parigi di notte convive accanto al poster di due anziani impegnati in un casqué – la donna tende le braccia al cielo, lustrini argentati le cadono dai polsi.
Questo è il Comedia Club, ed è tutto quel che rimane di una Città che non esiste più.
Un bosco fitto circonda il locale. La neve si scioglie sull’asfalto crepato, gocciola da montagne di televisori e ruote e materassi abbandonati lungo la strada. Di fronte al Comedia, un grande cancello, chiuso con catenacci. Poco oltre s’intravedono appena il profilo di un ottovolante e qualche insegna sbiadita, le erbacce hanno divorato ogni sentiero.

Leggi per intero la prima puntata del reportage di Giulia Oglialoro

Bagnanti alla Caserma Piave

Bagnanti alla Caserma Piave

di Fiammetta Palpati

Una delle donne si tirò in piedi e disse che, a quel punto, per lei, era il momento di cercare un bagno. Istantaneamente, anche altre si scossero e l’erba secca di luglio svolazzò dagli abiti e dai capelli. Raccattarono da terra le loro cose e s’avviarono, ciascuna con il proprio cartone della pizza ripiegato, in fila rumorosa per la ghiaia e la lieve ebbrezza alcolica verso l’uscita dei giardini pubblici, aperti fino al completo calare del sole.
Sparsi sulla radura erbosa rimasero le giovani, e i maschi – con le vesciche notoriamente più resistenti: chi sul fianco, chi aggrappato alle proprie ginocchia; in piedi, con le mani in tasca, o seduto sui talloni – braccio teso per la sigaretta fumante, e l’altro tra le cosce, intrecciato al guinzaglio lasco. Il cane è di tre quarti – lucido, nero, e lo sguardo fuori campo di una ceramica da ingresso a grandezza naturale. L’esaltazione per la scampagnata serale, in barba ai circuiti turistici della città li abbandonava, lasciandoli scomposti – per il caldo e la digestione del cibo da asporto. L’insieme còlto nel momento dell’abulia; nell’istante di inerzia in cui tenta di mantenere – o non perdere del tutto – la coesione precedente e prima di averne trovato una nuova.

Continua a leggere “Bagnanti alla Caserma Piave”