Je t'aime moi non plus Jane Birkin Serge Gainsbourg

Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 22 / Je t’écoute moi non plus

di Giulio Mozzi

Per essere belli erano belli, anzi bellissimi, Jane Birkin e Serge Gainsbourg. Ma per il momento non parliamo di loro. Parliamo – è ovvio – della musica concreta.

Musica concreta. Denominazione coniata nel 1948 dal compositore e teorico francese P. Schaeffer per designare una nuova corrente musicale (di cui è stato ideatore e primo realizzatore) basata sulla registrazione su nastro magnetico di suoni e rumori ambientali da usarsi come materiale creativo. Questo materiale viene poi modificato e rielaborato dal compositore attraverso processi di montaggio e mixaggio analoghi a quelli cinematografici (taglio e riassemblaggio del nastro, scorrimento a velocità variabile, ripetizione e inversione di frammenti). La m. c. nasce in contrasto con quella che Schaeffer chiama “musica astratta”, ovvero quella tradizionale, che vincola il compositore alla scrittura musicale su partitura e all’esecuzione dell’interprete (Treccani).

Ovviamente nel 1948 le possibilità di manipolazione e trasformazione del suono facevano ridere, rispetto a quelle disponibili oggi (per dirne una: variare la velocità di un suono mantenendone l’intonazione era impresa disperata): tuttavia proprio la pochezza dei mezzi a disposizione provocava la sperimentazione e permetteva una ricerca molto aperta. Le leggende dell’epoca parlano di mastri magnetici tagliati con le forbici e attaccati col nastro adesivo, calpestati, messi sott’olio o sotto sale, tenuti in freezer o esposti al sole, palpeggiati con mani sporchissime o addirittura leccati; di suoni registrati e poi fatti risuonare in diversi ambienti e lì ancora registrati, e poi di nuovo e di nuovo; di filtri applicati a occhio, anzi a orecchio, e così via. “Vediamo cosa succede, sentiamo che suono fa”. Erano tempi eroici.

La console audio dello Studio di fonologia della Rai di Milano, dove lavorarono tra gli altri Luciano Berio, Bruno Maderna, Umberto Eco, Giovanni Belletti, Maddalena Novati, Marino Zuccheri

La console audio dello Studio di fonologia della Rai di Milano, dove lavorarono tra gli altri Luciano Berio, Bruno Maderna, Umberto Eco, Giovanni Belletti, Maddalena Novati, Marino Zuccheri e altri (cliccare sulla fotografia per saperne di più)

In realtà, nella grande stagione sperimentale degli anni Cinquanta e Sessanta, la musica concreta non riuscì a conquistarsi un posto d’onore. Man mano che le tecnologie permettevano un migliore controllo del suono, i compositori trovarono più pratico – e più sensato artisticamente – produrre direttamente i suoni piuttosto che elaborare materiali sonori preesistenti. Senza contare che una musica interamente sintetica poteva essere in qualche modo annotata, benché ovviamente non in modo tradizionale,

Un esempio di partitura di musica elettronica sintetica.

Un esempio di partitura di musica elettronica sintetica.

mentre la musica concreta poteva solo (all’epoca) essere conservata su nastro: e quanto siano deperibili i nastri, lo sanno tutti quelli che ci hanno avuto che fare. (Vi ricordate le musicassette, gli ingarbugliamenti, i disingarbugliamenti, la penna biro per riarrotolare?…).

Non, peraltro, che l’uso di materiali sonori preesistenti sia scomparso: semplicemente, mentre nell’idea di Pierre Schaeffer dovevano o potevano essere fonte esclusiva del suono, per tanti altri compositori furono una delle fonti possibili. In particolare la voce umana è stata oggetto di continui studi ed esperimenti. Non sarà un caso se uno dei capolavori di quella stagione è il Gesang der Jünglinge im Feuerofen, ossia Canto dei giovani nella fornace ardente, di Karlheinz Stockhausen, composto di suoni sintetici e di voce (di un bambino) trattata. Il testo, un antico inno ebraico riferito a un episodio del libro di Daniele (capitolo 3), si trova qui. Qui sotto, un frammento con disegni che aiutano a capire il funzionamento del tutto. Se vi interessa il pezzo per intero (circa un quarto d’ora), qui c’è una bella esecuzione, con qualche spiegazione fornita da Stockhausen stesso.

Ma torniamo alla musica concreta propriamente detta; e, prima di arrivare (lo so, non aspettate altro) a Jane Birkin e a Serge Gainsbourg, èccovi un assaggio di Pierre Schaeffer. Dalla Symphonie pour un homme seul (“L’uomo solitario torva la sua sinfonia in sé stesso… Piange, fischia, cammina, batte il pugno, ride, geme; il suo cuore batte, il respiro accelera, parla, chiama e risponde ai richiami”, ecc.: parole di Shaeffer), ecco la sezione intitolata Erotica:

Sono d’accordo, il paragone con Je t’aime moi non plus è impietoso – almeno dal punto di vista strettamente fisiologico. Ma ciò cui volevo portarvi, e spero di esserci riuscito, era questo: ascoltare questa “canzone” (direi che le virgolette ci stanno) come se fosse un paesaggio sonoro.

Ma a questo punto non potete farvi mancare, proprio dal punto di vista paesaggistico, la strepitosa Stripsody di Cathy Berberian (che non era, metto le mani avanti, una pazza furiosa – come si potrebbe inferire dall’abito e dalla cotonatura dei capelli -: è stata una cantante strepitosa, una delle voci più importanti dell’epoca eroica della sperimentazione musicale – gli anni Cinquanta e Sessanta, come ho già detto).

Qui la medesima esecuzione, ma con tutto lo “spartito”:

E, così al volo, una domanda finale: quanto hanno contato, nella vostra percezione del paesaggio sonoro, le onomatopee dei fumetti?

Onomatopee

Le onomatopee, peraltro, sono diverse da cultura a cultura, da lingua a lingua. I più vecchi ricorderanno, almeno, che la pistola di Tex fa bang!, quella di Lucky Luke fa pan!:

(Le ho prese da qui).

La conclusione è che, quando girate il mondo, dovete cercare di gustarvi non solo i monumenti o le bellezze naturali: ma anche gli starnuti, i russamenti, e il rumore che si fa mangiando.

* * *

5 pensieri su “Esercizi per l’esplorazione del paesaggio, 22 / Je t’écoute moi non plus

  1. Francesca Giovanna

    Vorrei far notare che questo blog non è attrezzato all’invio, da parte dei lettori, di file sonori.
    Vorrei far notare che Erotika dura un minuto e mezzo.
    Vorrei far notare che sparare a una mosca è pericoloso.

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      1. Francesca Giovanna

        Sì, è vero, forse dura anche un minuto e venti.
        E comunque qui tutti seri e anche un tantino permalosetti….

        Mi piace

  2. Pingback: Che cosa c’entrano Jane Birkin e Serge Gainsbourg con il racconto del paesaggio? | vibrisse, bollettino

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