Categoria: Ragionamenti

Mappa, griglia, quaderno

Mappa, griglia, quaderno

Praterie di William Least Heat-Moon, note di lettura di Adriana Ferrarini

[Per la rubrica “Libri che hanno cambiato il nostro modo di pensare il paesaggio”. fp]

La mappa

Chase County, nel cuore della prateria americana, misura poco più di duemila chilometri quadrati, circa due terzi della Valle d’Aosta. È abbastanza piccola da far nascere un’idea assurda: dividerla in una griglia e attraversarne metodicamente ogni quadrato, fino a percorrerla tutta. È il metodo delle vecchie guide del Touring, instancabili nel registrare chilometri, toponimi, monumenti, deviazioni e notizie storiche. Con la promessa implicita che, sommando tutti quei dettagli, un luogo finisca per lasciarsi conoscere interamente.

Questo sembra il progetto di Praterie. William Least Heat-Moon attraversa Chase County con la precisione testarda di un topografo, l’estro di un disegnatore e la curiosità inesauribile di un ricercatore. Dietro questo metodo rigoroso si avverte però anche l’ostinazione di un rabdomante, convinto che ogni luogo riveli qualcosa soltanto a chi gli dedica tempo. Camminando a lungo, affiorano storie che nessuna mappa può contenere.

Anche il titolo dice molto del progetto. PrairyErth, titolo dell’edizione originale, riprende l’antico termine geologico prairyerth, formato dalla fusione di prairie ed earth: non la prateria come panorama, ma la terra della prateria, il suolo, ciò che conserva la memoria geologica e umana. Least Heat-Moon non vuole descrivere una superficie: vuole scavare negli strati di un luogo. Per questo il sottotitolo è A Deep Map: non una mappa più dettagliata, ma una mappa in profondità.

Una “mappa topografica di parole”: per Heat-Moon cartografare e scrivere sono gesti quasi indistinguibili. La scrittura procede come una ricognizione sul terreno: non segue un progetto già concluso, ma lascia che siano i dettagli incontrati lungo il cammino a suggerire la direzione. Carta e racconto finiscono così per coincidere. È un’idea che il libro dichiara ancora prima di essere letto. Lo suggerisce la copertina dell’edizione originale americana: al centro di un cielo minaccioso, sopra il profilo basso delle Flint Hills, compare una griglia aperta, tracciata con linee incerte, quasi disegnate a mano o incise nella roccia. Non è la griglia perfetta del geometra, ma il tracciato provvisorio dell’esploratore.

Questa immagine scompare nelle edizioni italiane. È una differenza sottile, ma significativa: la copertina americana mette in primo piano il dispositivo della mappa; quelle italiane, invece, orientano lo sguardo verso l’immaginario più immediatamente riconoscibile della prateria. La prima traduzione uscita da Einaudi nel 1994 sceglie un dipinto di Jim Dine: quattro riquadri azzurri in cui sono appesi alcuni attrezzi da lavoro sopra una stesura di verde che simula l’erba. L’edizione più recente opta invece per una strada diritta che si perde all’orizzonte, immersa nel verde della prateria e nell’azzurro del cielo: l’iconografia più riconoscibile della frontiera americana. Entrambe sono immagini efficaci, ma rinunciano proprio all’elemento che, nell’originale, anticipava il progetto del libro: quella griglia imperfetta che è insieme mappa, metodo e promessa di esplorazione.

Come scrive Least Heat-Moon, «le mie parole servono come macchie che possono permetterti di entrare in una sorta di tempo da sogno». La scrittura non rappresenta semplicemente il luogo: lo rende attraversabile.

La griglia

La struttura di Praterie riflette perfettamente il progetto di Least Heast-Moon. Dopo una prefazione intitolata Crossings, il libro segue la logica della Public Land Survey, il sistema catastale con cui gli Stati Uniti hanno misurato e suddiviso il territorio. Chase County è ripartita in dodici township e il libro le attraversa una dopo l’altra, con una disciplina quasi topografica. Ogni sezione ripete lo stesso schema: il nome del quadrante, poi un seguito di citazioni che va sotto il titolo di Commonplace Book, quindi la ricognizione sul terreno (In the Quadrangle) che si dirama in una fitta rete di storie, documenti, testimonianze, osservazioni geologiche e naturalistiche.

L’impressione iniziale è quella di un’opera governata da una rigorosa volontà di classificazione. Eppure, pagina dopo pagina, accade qualcosa di inatteso. Una testimonianza conduce a una leggenda, una fotografia a un documento d’archivio, una formazione geologica alla storia di una famiglia. Ogni quadrato diventa il punto di partenza di una rete di relazioni che continuamente eccede i suoi confini.

La griglia non imprigiona la prateria. Ne rende visibile l’inesauribilità.

Per questo la conclusione del libro assume un valore quasi simbolico. Dopo aver attraversato tutti i dodici quadranti, Least Heat-Moon introduce una sezione finale, Circlings, numerata significativamente XIII, come se esistesse un tredicesimo quadrante oltre la griglia appena percorsa. Ma quel quadrante non è più un quadrato: segue il tracciato del Kaw Trail, un antico sentiero indigeno che attraversa Chase County senza obbedire alla geometria catastale.

Non è una smentita della griglia. È il suo compimento. Heat-Moon accetta il reticolo imposto dai coloni, lo percorre fino in fondo, ne sperimenta tutta la forza conoscitiva e, proprio per questo, può oltrepassarlo. La griglia non viene distrutta: viene trascesa. Come la scala di Wittgenstein, serve per salire; una volta raggiunto un diverso modo di vedere, può essere lasciata alle spalle.

Commonplace Book del XVIII secolo

Il quaderno

Ognuna delle dodici sezioni del libro — tante quante i riquadri della griglia — è preceduta da un disegno che ricorda un graffito rupestre e si apre con una lunga serie di citazioni raccolte sotto un titolo curioso: «Libro dei luoghi comuni».

Il titolo può trarre in inganno: fa pensare ai cliché, alle frasi fatte. In realtà il commonplace book è tutt’altro: un quaderno di citazioni, osservazioni e appunti, uno strumento di lavoro molto diffuso tra gli studiosi dell’età moderna e caro anche a John Locke. In italiano, forse, la traduzione più felice sarebbe «zibaldone» e il rimando a Leopardi inevitabile.  Come lo Zibaldone leopardiano, anche il commonplace book è un’officina del pensiero: un luogo in cui letture, incontri, intuizioni e frammenti di esperienza si depositano senza cercare subito una forma definitiva.

A questo punto diventa chiaro che Praterie non è né un reportage, né una guida e tantomeno un saggio sul paesaggio. È invece il quaderno di lavoro da cui quel libro continua a nascere. Citazioni, interviste, documenti, osservazioni sul campo, racconti, note di viaggio: tutto viene raccolto seguendo un ordine rigoroso, ma senza la pretesa di esaurire il luogo.

Forse è proprio questo il modo più onesto di attraversare un paesaggio. Non dominarlo con una sintesi definitiva, ma raccoglierne le tracce. Annotare ciò che normalmente sfugge: il nome di un’erba, una storia ascoltata per caso, una deviazione della strada, un odore, una rovina, un silenzio.

Viene voglia, leggendo Praterie, di cominciare il proprio commonplace book dei luoghi: scegliere un territorio — magari il più vicino, il più quotidiano — e iniziare a registrarlo senza sapere bene dove questo porterà. Lasciare che siano i dettagli a indicare la strada.

Più che una tassonomia del mondo, uno zibaldone dei luoghi.

Non per spiegare un paesaggio, ma per imparare finalmente a guardarlo. Ed esserne guardati.

Accostamento a Celati

Accostamento a Celati

di Stefania Pietroforte

[Stefania Pietroforte è una studiosa di filosofia italiana del Novecento. È legata al magistero di Gennaro Sasso Ha pubblicato alcuni volumi e numerosi articoli su diverse riviste filosofiche. Ha dato vita, insieme ad altri, alla rivista “Filosofia italiana”, che contribuisce a redigere da oltre quindici anni. Di recente ha sviluppato interesse per la scrittura letteraria e, per sua istruzione, ha partecipato ad alcuni corsi della Bottega di narrazione con Giulio Mozzi e Fiammetta Palpati. In questo breve scritto c’è il suo incontro con l’opera e la figura di Gianni Celati, verso le quali i nostri laboratori sul paesaggio sono debitori. Spesso, quando ci ritroviamo di persona o in un’aula virtuale, abbiamo sul volto quell’espressione un po’ beota – ingenua e disincantata, ispirata e ironica, divertita e compunta – che hanno i parenti e gli amici che Gianni Celati condusse e seguì su un pullman di colore azzurro, lungo la Strada provinciale delle Anime, nel 1991: quella di viaggiatori in casa propria. fp]

Ho conosciuto Gianni Celati, come autore, alla Bottega di narrazione. Giulio Mozzi mi consigliò di leggerlo per capire un po’ meglio la mia (e qualsiasi) scrittura. Non me ne innamorai, anzi. Le avventure di Guizzardi  mi sembrarono gravate di ideologia, la cosa che meno sopportavo. Lessi con più curiosità e piacere i racconti. Quando arrivai a Condizioni di luce sulla via Emilia, mi trovai davanti un capolavoro in venti pagine, fatto di minimi termini e di tanta metafisica e fascinazione letteraria da riuscire a sfamare chiunque. Con questo, non avevo appreso molto di più sulla mia scrittura, se non per differenza. Però avevo osservato il percorso fatto da quello scrittore un po’ strampalato, lo avevo trovato accidentato e difficile e questo non mi rassicurava sul cammino che mi stava davanti. L’incontro con Celati però non doveva finire qui. La Bottega di narrazione lo teneva davvero in speciale considerazione.

Toccò stavolta a Fiammetta Palpati di riaccostarmelo di nuovo. Nel corso il «Paesaggio del romanzo» sentii parlare di Luigi Ghirri, il grande fotografo italiano che negli anni  ’60 scoprì che si poteva guardare il paesaggio con gli occhi disincantati di un particolare tipo di modernità. Erano lenti, quelle di Ghirri, che dicevano la nudità di ciò che è spoglio, la trascuratezza dell’abbandonato, la desolazione della fabbrica svuotata e lo facevano senza vergogna, senza nostalgia, senza commiserazione. Il fotografo frequentava immagini quotidiane, ma le accompagnava con un’armonia sommessa che, da sola, sollevava quei frammenti del mondo appena un po’ al di sopra del piano d’appoggio. E con ciò li salvava. Per pochi istanti. Per uno sguardo. Ma li salvava. Dalla morte. Quei frammenti erano pure la materia dei film di Celati. Strada provinciale delle anime, scelto da Fiammetta, lo vidi coi compagni di corso al Cineforum del «Paesaggio del romanzo». Scherzammo, cogliendo giustamente quanto di buffo, di irrazionale, emergeva dalla storia. Eppure lì, con quelle immagini spezzettate, indeterminate, insensate, lo scrittore, lavorando come regista, era riuscito a mostrare più immediatamente il suo mondo: quello emotivo, fatto dei luoghi cari della pianura padana, e quello razionale, fatto di frammenti sparsi della realtà, che così gli sembrava dovesse davvero essere. Il frammento era la tessera che univa a colpo d’occhio Celati a Ghirri. Ma, insieme a esso, anche tutto quello che fa del frammento un frammento,  e quel fiume di cose (molteplici cose ciascuna racchiusa nel suo significato) che il confine del frammento trascina con sé. Una realtà scomposta e non ricucibile, perché tale da sempre, che proprio in queste tessere che non si riallacciano ha la sua cifra distintiva e il suo senso. Il senso della gita in pullman sulla strada provinciale delle anime.

È solo dopo questo secondo accostamento a Celati che ho cominciato a capire qualcosa di quello che lui aveva fatto. Anche se razionalmente c’ero già arrivata con la lettura consigliata da Giulio, è stato soltanto dopo aver visto Strada provinciale delle anime che Celati ha toccato le corde giuste del mio cuore, voglio dire di quell’impasto fenomenale di immaginazione, sentimento, razionalità che raccoglie il meglio della nostra vita e ci fa essere quel che siamo. Solo allora ho visto quanto forte fosse in lui il bisogno di esplorare, di tentare il nuovo, di andare alla ricerca, seguendo però sempre più il filo dell’espressione personale che era insieme scoperta del mondo, mondo umano e mondo di cose pareggiati nel loro valore e mai l’uno prevalente sull’altro. Solo allora mi è sembrato di intuire come deve aver cercato di pensare il mestiere di scrittore. Prima potevo ancora pensarlo come l’autore del bellissimo Condizioni di luce sulla via Emilia. Sarebbe stato ben poco. Forse Ghirri e le sue fotografie, immagini mai scolpite e sempre leggermente, molto leggermente, vibranti di partecipazione alle sorti del mondo, avevano suscitato in Celati un pathos, altrettanto leggero e trattenuto, ma comunque un sentimento di accomunamento al mondo, che trapela anche dai comici personaggi del film, risibili ma umani.

So bene che di Celati si possono dire tante altre e più importanti cose, e si diranno senz’altro da chi saprà farlo adeguatamente e con diversa cognizione. So che Gianni Celati è stato tanto di più di quello che si trova in questa paginetta. Per me, però, è indissolubilmente legato alla Bottega di narrazione, a Giulio Mozzi e Fiammetta Palpati e all’esperienza di scrittura con loro, che ho imparato a riconoscere come un’esperienza importante di conoscenza e di vita.

L’ascolto del paesaggio – un’introduzione

L’ascolto del paesaggio – un’introduzione

di Manuel Cecchinato

Se pensiamo al fatto che viviamo da sempre dentro un luogo, dentro quello che abbiamo immaginato come paesaggio, come paese delle nostre vedute, come ambiente della nostra vita, non possiamo evitare di pensare che questo ambiente abbia una sua vita. Si tratta di una vita acustico-spaziale.

Vogliamo definirlo come “paesaggio sonoro”. Ma cosa è un paesaggio sonoro? Da una parte possiamo dire che corrisponde al concetto elaborato da Raymond Murray Schafer, compositore e musicologo canadese, negli anni ’70: si tratta di quello che chiamiamo “soundscape”, coniato ad hoc come calco di landscape, appunto “paesaggio sonoro”. Dall’altra parte possiamo dire con Henri-Frédéric Amiel che «un paesaggio qualsiasi è uno stato dell’anima, e chi legge nell’uno e nell’altra è meravigliato di trovare la similitudine di ogni particolare» (Diario intimo, 31.10.1852).

Ecco che una visione resta impigliata dentro un ascolto, o viceversa. Leggiamo in proposito cosa scrive M. Schafer:

L’ambiente che mi circonda mentre sto scrivendo è un paesaggio sonoro. Attraverso la finestra aperta posso sentire lo stormire delle foglie dei pioppi al vento. E giugno, le uova si sono schiuse, e l’aria è piena del canto degli uccellini. All’interno, il frigorifero si avvia di colpo con il suo mugolare stridulo. Io respiro profondamente, poi continuo a fumare la pipa, che alle mie boccate scoppietta sommessamente. La penna scorre agilmente sul foglio bianco, scricchiolando a tratti, e facendo click! quando aggiungo un punto a una i o al termine di una frase. Questo è il paesaggio sonoro di un placido pomeriggio nella mia casa di campagna. Provate a confrontarlo con il vostro paesaggio sonoro mentre state leggendo questi appunti. I paesaggi sonori del mondo sono incredibilmente vari, in diversi luoghi e in diverse culture, e cambiano con il passare dei giorni e il mutare delle stagioni.

Questa descrizione evoca delle sonorità e lo fa come scrittura. Ma come è che la scrittura evoca un paesaggio? E questo paesaggio può ri-suonare (una seconda volta) nella pagina scritta?

L’orizzonte visivo del mondo si sposta con noi: dipende dal nostro sguardo.

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