di Fiammetta Palpati
Sono arrivata a Piazza San Vigilio con un progetto che avevo intitolato «Raccontare Piazza».
Ero stata coinvolta dalla fondazione Upad in un progetto di rigenerazione sociale, culturale e urbana voluto dall’amministrazione comunale di Merano. Naturalmente mi ero preparata: ragionamenti con i committenti che la zona la conoscono bene e ci hanno una sede, ricerche in rete, in biblioteca, mappe, Googlemap e Street view. Tutte esplorazioni a distanza che mi avevano lasciato il dubbio di quale fosse la piazza che aveva dato il nome al quartiere.
Appena arrivo mi faccio un giro.
Poi a lezione – a fine lezione, dopo aver ragionato su come il paesaggio sia un apprendimento e una formazione continuamente rimessa in gioco – mi faccio coraggio e domando dove sia la piazza. Le risposte si sovrappongono: per i più si trattava di uno dei quattro parchetti formati dalle palazzine più interne: il primo a destra entrando da via dei Frutteti. Quella poteva essere la piazza principale, tant’è che lì c’era l’albero più alto e l’amministrazione comunale aveva collocato una fontana e compagnia bella: un luogo senza altre funzioni che l’incontro. Per altri il nome era l’identità stessa di Piazza: una comunità nata intorno a un luogo.
Il giorno seguente, al mattino, passeggio insieme ad alcuni allievi: facciamo il giro, mi dicono. Mi guidano, additano angoli, percorsi, scorciatoie, raccontano aneddoti, cose vive, cose morte, cose cambiate, confini, appartenenza, identità – questa è Piazza, quella non lo è. Io mi fisso sulla fontana voluta dal Comune: una vasca costruita con rocce tufacee che simula una cavità naturale fra le rocce. Da giardino all’inglese, penso. Incongruenze che mi piacciono.
E comunque, quello in cui mi trovavo lo avrei definito parchetto condominiale: con ogni evidenza mi aspettavo di trovare qualcosa di più somigliante a piazza Verbano, a Roma, dove ci si gira intorno, soprattutto in automobile.

Mentre dietro il concetto di piazza che ha fatto della parola un italianismo nel mondo – il «fulcro della vita sociale, dell’architettura e dello stile di vita italiano [che evoca] un’atmosfera di incontro, mercato e pedonalità» – dovevo avere in mente la splendida piazza di Lucera. In foto un particolare.

A questo punto cercare la piazza «vera» non aveva più molto senso. La mia aspettativa, le diverse piazze indicate e raccontate dagli abitanti, la stessa decisione amministrativa che aveva dato un nome a quell’area appartenevano a piani diversi, ma si sovrapponevano nello stesso luogo.
Ecco, questo è un esempio di cosa intendo quando suggerisco di imparare a conoscere i filtri, nostri e altrui, attraverso cui guardiamo i luoghi. Anche quelli, inevitabilmente, fanno paesaggio.
Da Piazza San Vigilio per oggi è tutto.
Imparare a riconoscere le immagini, le parole e i saperi attraverso cui guardiamo un luogo è uno dei passaggi formativi più importanti di Scrivere il paesaggio, il corso online di Raccontare il paesaggio che comincia il 3 ottobre. Qui puoi leggere il bando e iscriverti.

