Il dio che abita i parcheggi

Il dio che abita i parcheggi

di Giulio Mozzi

Pubblichiamo oggi un estratto da «Il sentimento del sublime», la postfazione di Giulio Mozzi al volume Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo, curato da Fiammetta Palpati, uscito a luglio 2026 per Raccontare il paesaggio. Foto in copertina di Chris F. (fiammetta palpati)

Il sentimento del sublime è – anche – il sentimento della presenza di un dio. Le vette delle montagne che si perdono tra le nuvole, le grandi cascate, le pianure sterminate a perdita d’occhio, la notte limpida popolata da migliaia di stelle lontanissime ci danno questo sentimento: di essere un nulla, un nulla gettato da un dio dentro un mondo i cui confini sono indefiniti e irraggiungibili. Ma, allora: perché certi luoghi, soprattutto certi luoghi desolati – il parcheggio deserto di un Carrefour abbandonato, a Asti; il capannone disseminato di detriti di un’acciaieria dismessa, a Brescia; una periferia calabrese piena di edifici non si capisce se lasciati a metà o già diroccati, i ferri che spuntano verso il cielo dai pilastri di cemento; il piccolo autogrill deserto e silenzioso, in una notte di nebbia, su un’autostrada dell’Emilia – ci danno una sensazione simile? Provo a rispondermi: perché, forse, tra un luogo dove abita il dio e un luogo abbandonato da dio non c’è tanta differenza. Le rovine della Torre di Babele sono sublimi perché mostrano – esibendo il disastro degli umani che vollero negarla – l’incommensurabile distanza tra gli umani e il dio.

Una cosa curiosa è che sembrano particolarmente predisposti a provocare questo sentimento quei luoghi che Marc Augé nel 1992 propose di chiamare «non-luoghi»: «Se un luogo può essere definito come identitario, relazionale e storico, uno spazio che non possa essere definito né come identitario né come relazionale né come storico sarà un “non-luogo”»; i non-luoghi sono dunque «spazi di anonimato che accolgono ogni giorno un numero sempre maggiore di individui. I non luoghi sono tanto le strutture necessarie alla circolazione accelerata delle persone e delle merci quanto gli stessi mezzi di trasporto. Ma sono anche le grandi catene alberghiere dalle camere intercambiabili, i supermercati o ancora, in modo diverso, i campi di transito prolungato dove vengono ammassati i profughi del pianeta. Il non-luogo è quindi tutto il contrario di una dimora, di una residenza». Il non-luogo è il luogo dove diventiamo non-persone: dove la nostra individualità non conta più nulla, e noi diventiamo semplicemente funzionali al luogo.

Nel momento in cui un non-luogo va in declino, viene abbandonato o addirittura va in rovina, la sua insensatezza – mascherata fino a quel momento dalla sua funzione, per lo più commerciale – appare tutta; e anche noi, non-persone, spogliati della nostra funzionalità al luogo, non sappiamo più che cosa siamo. Siamo perduti. Un luogo naturale, per quanto antropizzato – non esistono, in Occidente, luoghi non antropizzati –, non ci apparirà mai privo di senso; di un campo o di un giardino che, per rinuncia o distrazione degli umani, è ridiventato prato o boscaglia potremmo dire che «è stato riconquistato dalla natura», che ha perso il senso umano per ritornare al suo senso naturale: ma non diremmo mai che è diventato insensato. I luoghi antropizzati e successivamente abbandonati che la natura riconquista – i luoghi del «terzo paesaggio» secondo la definizione di Gilles Clément – possono apparirci misteriosi, ma non privi di senso.

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