di Paola Stella
Pubblichiamo oggi un estratto da «Terra-cielo» di Paola Stella, uno dei racconti raccolti in Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo, a cura di Fiammetta Palpati, pubblicato nel luglio 2026 da Raccontare il paesaggio.
I racconti sono nati da un laboratorio di ricerca e scrittura dedicato alla possibilità di riconoscere e raccontare il sentimento del sublime nei paesaggi contemporanei. Come si legge nella nota introduttiva al volume, «non sono racconti del o sul sublime, ma la messa alla prova della propria sensibilità nello sperimentare il limite, e della propria scrittura nel raccontarlo»
L’immagine in copertina, Terril, è di Paola Stella. [Fiammetta Palpati]
La luce del giorno adesso entrava a fiotti attraverso le maglie dell’ascensore. Dopo un’ultima scossa di assestamento, l’impianto si fermò sopra l’imbocco del pozzo. Voci, parlottii, scambi brevi di frasi, sguardi e sorrisi ripresero tra gli astanti, sollevati dal ritorno in superficie. Le porte si aprirono e i visitatori cominciarono a uscire alla spicciolata.
«Pardon… Permesso…» anche lei sgattaiolò fuori, allontanandosi rapida.
Dal piazzale del sito minerario, al di là della lunga e imponente costruzione su pilastri dove un tempo veniva selezionato e lavato il carbone, si estendeva un grande prato. Sul fondo, all’orizzonte, spiccava la sagoma bianca di un edificio basso dal tetto di tegole rosse: forse un’antica casa rurale. Si diresse da quella parte.
Dopo tanto buio, la luminosità del cielo la stordiva. Camminava con passo malfermo. Sentiva la testa pesante e i suoi occhi erravano alla ricerca di un appiglio, ma tutto, vialetto, ghiaino, terra, prato, alberi, cielo, tutto vacillava e si confondeva davanti a lei.
Finalmente raggiunse una panchina. Si sedette, appoggiò la schiena e il capo all’indietro, chiuse gli occhi. Il calore del sole sul viso, l’odore della terra umida e quello dell’erba appena tagliata. Respirava a pieni polmoni, con voluttà: l’aria in quel luogo, quel giorno, le parve un dono immenso. Tra le palpebre socchiuse filtrava quieta la luce, un venticello amico la scarruffava di tanto in tanto.
Per qualche istante dormì.

Quando riaprì gli occhi si sentiva meglio. Le mani erano sporche, un po’ annerite. La scheggia ancora infilata sotto la pelle: se premeva faceva male. Non troppo, alla fin fine.
Un bombo tutto peloso e ronzante le svolazzò vicino; due bambini si rincorrevano, gridando e ridendo, sul prato proprio davanti a lei e alla sua sinistra, dopo il capannone in legno – l’ex falegnameria della miniera – tanti altri bimbi nell’area giochi erano occupati ad avventurarsi sulle corde, a scendere giù dallo scivolo, a dondolarsi sulle altalene.
I visitatori del sito minerario si godevano la giornata di sole. Alcuni dai piccoli convogli su rotaia gialli e azzurri del trenino turistico, o vicino all’imponente struttura cubica della torre di estrazione, in attesa del proprio turno per scendere nella ex miniera sullo spiazzo, o di visitare il museo presso l’antico pozzo di ritorno dell’aria: una torretta metallica che spuntava al di sopra di un grande tetto spiovente di tegole rosse. Altri si rifocillavano sulla terrazza del bar-ristorante, davanti a una buona birra belga e a una porzione di patatine fritte, a un piatto di spaghetti bolognaise. Lungo il sentiero verdeggiante che conduceva a una collina scura una fila di vecchie berline d’acciaio, come quelle che aveva viste sottoterra, erano state dipinte di nero, e piantumate con grandi pansé gialle, blu, arancio, viola. Poco distante una fitta foresta di aste metalliche.
Ognuna sventolava la sua bandiera, come una mano agitata in segno di addio.
Erano le bandiere dei paesi da cui provenivano i minatori che, fino a qualche decennio prima, avevano lavorato nell’impianto carbonifero. Con gli occhi cercò il tricolore bianco, rosso e verde. C’era. Certo, non poteva mancare: anche l’Italia aveva dato tanto al Belgio. Si sentì fiera. Fiera e triste. Come quei minatori, anche lei un giorno aveva lasciato il suo paese. E dopo così tanti anni, quale fosse realmente il suo paese, ora, non lo sapeva più.
Il sole era ancora alto nel cielo e si accorse che aveva sete. E fame. Frugò nella tasca interna del giaccone, dove conservava una banconota da venti euro per le emergenze. Il bar-ristorante era a pochi metri.
«Bonjour, Madame. Une petite bouteille d’eau plate et un sandwich au fromage, s’il vous plaît… non, pas celui-là, le rond à côté, celui à six euros et cinquante centimes…».
«Allez-vous le manger sur place?» le domandò la banconista mentre afferrava con la molla metallica il panino dentro la vetrina.
«Non, c’est pour emporter. Merci».
Prese il sacchetto di carta giallina, pagò alla cassa, salutò e uscì.
Bevve subito un gran sorso d’acqua poi mise la bottiglietta in una tasca del giaccone. Sbocconcellando il panino, si diresse sulla destra del piazzale prospiciente gli edifici minerari, là dove una freccia di legno indicava il punto di partenza della passeggiata alla scoperta del BIOTOPO TERRIL.
Il viottolo, in leggera salita, era costituito da un ammasso di pietruzze scure, per lo più grigie e nere, ma se ne distinguevano anche di marroni e di rosso cupo. Alcune apparivano spigolose e affilate, altre lisce e arrotondate. Grosse chiazze d’erba, ora secche, ora verdi, punteggiavano quel suolo fuligginoso.
Ai lati il verde era rigoglioso, nonostante gli alberi spogli: l’edera formava masse inestricabili strisciando e arrampicandosi saldamente sulle cortecce degli alberi fino a nasconderle del tutto. L’inclinazione del terreno era dolce, la passeggiata gradevole. Finito di mangiare il panino, non essendoci cestini della spazzatura in vista, piegò in quattro il sacchetto, il tovagliolino di carta e si mise tutto in tasca, accanto alla bottiglietta d’acqua ormai vuota.
La pace era assoluta. Salendo, per proteggersi dal sole, spesso metteva una mano davanti alla fronte e intanto osservava il paesaggio. Si chiedeva quali essenze arboree, nel corso degli anni, fossero venute a colonizzare lo sterile, quell’accumulo di materiale privo di valenza economica su cui ora stava camminando. Nonostante i rami ancora brulli riconobbe i saliconi, con le loro lunghe infiorescenze cilindriche che precedono le foglie: gli amenti femminili, piccoli e discreti, di un bel verde vivo e gli amenti maschili, i gattini, batuffoletti bianchi dagli stami dorati, più grandi e appariscenti. E naturalmente le betulle, a uno o più fusti, cresciute in folti gruppi dalle pendici fino alla sommità del colle. In quel momento i tronchi bianchi e luminosi si stagliavano netti sulla massa color ebano del pietrame su cui erano nati, mentre i rami sottili, quasi rossicci, spiccavano contro il fondale azzurro del cielo. Ma le zone più estese del terril continuavano a rimanere quasi del tutto prive di vegetazione; solo i capolini gialli della farfara illuminavano, ogni tanto, l’ammasso imponente di scisti e arenarie carbonifere.
Il sentiero terminava in una moderna scalinata in lamiera piegata corten che agevolava il raggiungimento della cima del terril: una struttura solida, leggera, la cui colorazione bruno-ruggine s’integrava perfettamente al pietrisco grigio-rossastro, alle stoppie gialle, al verde delle piante perenni. Nell’ultimo tratto, il più impervio, si snodava in una successione di rampe a zigzag: duecentoquattro gradini (così era scritto sul cartello) che salì di buona lena, uno ad uno, tenendosi al corrimano. Più saliva più aveva l’impressione di girare e di innalzarsi verso l’aria, la luce, l’azzurrità del cielo.
Dalla cima la natura di quella collina era evidente: una impressionante travatura reticolare di acciaio arrugginito era collocata su un monticello di pietrisco e due grandi pulegge di rinvio del verricello con i due grossi cavi d’acciaio, traente e portante, scendevano mollemente giù, lungo la parte più scoscesa del pendio. La parte finale del meccanismo di trazione e sollevamento dei vagoncini che, carichi dei materiali di scarto, attraverso rampe, rotaie, cavalletti, funi e argani, nel corso di tanti anni erano saliti, avevano rovesciato il loro contenuto e poi erano tornati indietro, creando a poco a poco quella massa gigantesca di residui minerari all’aria aperta.
Fece gli ultimi passi, in cima al poggio, accanto alla travatura reticolare, per ammirare la veduta. Di fronte, enorme nonostante la distanza, si stagliava il castelletto di estrazione, il simbolo stesso nel paesaggio della miniera, e di ogni coltivazione in sotterraneo
Cercò di immaginare il paesaggio desolato, apocalittico di un tempo: quando tutto là intorno era nero e grigio, gli uomini e la terra; quando il terril non cessava di bruciare al suo interno per la combustione spontanea dello sterile con l’ossigeno e con la pirite; quando quel cumulo di sassi si accendeva come un piccolo vulcano, sprigionando vapori e odore di zolfo dalle fumarole.
Uno spettacolo di grandiosa devastazione di cui aveva partecipato.
Una sensazione intensa la attraversò dai piedi alla testa. Una specie di vertigine.
Ora un vasto panorama di colline, vallate, paesi apparivano e scomparivano dietro declivi morbidi, rasserenanti. Lentamente, inevitabilmente, anche in quel nuovo spazio di devastazione prodotto dall’uomo la vita era ripresa. E piante e alberi poco esigenti, capaci di attecchire su terreni inospitali, aridi, caldi, poveri, pietrosi, lo avevano cominciato ad abitare, a trasformare, a reggere e compattare saldamente con le loro radici, preparandolo per l’arrivo di nuove specie, più esigenti.
Lentamente prese a ridiscendere, era stanchissima. Raggiunse le betulle, i rampicanti perenni.
Il sole adesso era dietro di lei, ne avvertiva il tepore sulla schiena. Nel cielo non una nube, solo azzurro e oro. Nel grande parcheggio accanto agli edifici dell’antica miniera diventata lo scrigno della memoria storica e culturale di tutto un territorio, il mare di tettucci delle automobili sbrilluccicava sotto i raggi luminosi.
Le parve di intravedere un leggero movimento al suolo. Si avvicinò pianissimo: era una Vanessa atalanta detta anche Vulcano, un lepidottero dalle ali nero-bruno vellutato con una striscia trasversale arancio e alcune macchioline bianche sulla punta di quelle anteriori. La farfalla se ne stava immobile su un pezzettino di carbone grande quanto le sue ali spiegate; immobile al tepore del sole.

Paola Stella (1963). Italiana di nascita, belga d’adozione, si sente soprattutto europea. Curiosa delle parole italiane e straniere, amante del bello e di ogni forma di vita, da tanti anni ha fatto sua, in senso non solo figurato, la massima di Candide: «Je cultive mon jardin».
Cura il blog Il giardino di Paola.
