Picnic al Monte Soratte. Un estratto.

Picnic al Monte Soratte. Un estratto.

di Micaela Arcidiacono

Proseguiamo la pubblicazione degli estratti da Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo con un brano di «Picnic al Monte Soratte» di Micaela Arcidiacono.

Durante una gita scolastica al Monte Soratte, tre ragazzi visitano il bunker costruito negli anni Trenta e successivamente trasformato in rifugio antiatomico. Qui scoprono l’orologio dell’Apocalisse, le cui lancette segnano quanto l’umanità sia vicina a una catastrofe globale.
Nell’estratto che segue, i ragazzi salgono verso la cima e l’ironia con cui esprimono l’angoscia esistenziale si confronta con un paesaggio desacralizzato, ma ancora capace di suscitare la vertigine e di dare una forma concreta al desiderio di assoluto che di quella stessa angoscia è parte. [In copertina Il Monte Soratte di Camille Corot, 1827]
Fiammetta Palpati

Si inerpicano in fila indiana in un percorso stretto tra la rete metallica che termina col filo spinato elicoidale sulla sinistra e un dirupo sulla destra. I nostri chiudono la fila.

«Oh, ma io dico: ’na strada più piccola nun la potevano fa’? Manco li muli».

«Però ’sto paesaggio che t’ha fatto?».

Lungo si ferma, tira fuori il cellulare e fa una foto panoramica partendo dal borgo di Sant’Oreste. La guarda, con un mezzo sorriso:

«Una teoria di nuvole perlacee», ridacchia, «che si dispongono su un filo di cielo azzurro sopra una trama di sfumature giallo-verde. Molto Cézanne».

«Molto nerd. A me invece me stanno a veni’ e vertigini», fa Zazzera.

Il tronco di un albero è cresciuto storto e i rami pencolano sull’abisso. Samurai lo fissa:

«Quasi quasi mo’ che torniamo mi ci impicco».

«Bada che potresti moricce», gli fa Zazzera.

«Ma quanto sei stronzo?».

Tutti zitti fino in cima: Zazzera che si tiene alla rete metallica; Lungo che si ferma spesso a fare fotografie; Samurai che si rigira lo scacciapensieri tra le dita. I suoni dei passi sul ghiaino sono come mani in un sacchetto di caramelle.

La cima è completamente esposta. La scolaresca si raduna intorno alle murature cariate dell’eremo. Le raffiche di vento gonfiano i cappucci alzati. La guida deve gridare per farsi sentire. I nostri sono lontani, con le mani nelle tasche e le giacche sventolanti.

Zazzera sale su un masso bianco sull’orlo del dirupo. Guarda davanti a sé. «Tutta ’sta fatica per quer cazzo de rudere?».

«Rimani così, di spalle, che ti faccio una foto alla Friedrich», gli urla Lungo, di nuovo col cellulare in mano.

«Alla che?» domanda Zazzera voltandosi.

«It’s the end of the world as we know it, it’s the end of the world as we know it», canta Samurai che ha iniziato a girare su sé stesso allargando le braccia, a volo d’angelo.

«Attento!», grida Lungo.

Zazzera inizia anche lui a girare su sé stesso. Allarga le braccia. Afferra Samurai. Vorticano insieme, a braccetto, con gli occhi chiusi, tremando sull’orlo.

«…and I feel fine», canta Samurai a squarciagola.

«È fichiiissimooo», grida Zazzera.

«Guardate qua», dice poi Lungo mostrando l’immagine ai due che si sono buttati ansimanti sull’erba, «queste sfumature tra il bianco e l’azzurro sono una specie di controcampo rispetto a quando scendo dalla Salaria. Da là il Soratte, quando emerge dalla nebbia, ridiventa l’isola che era, la montagna nel mare».

«Amen. Stai a fa’ er poeta o co’ ’st’aria de montagna te s’è fuso er cervello?», fa Zazzera.

Anche Lungo si butta a braccia aperte per terra. Per qualche minuto nessuno dice niente.

«Comunque peccato che non c’è più il tempio», rompe il silenzio Samurai.

«Che volevi prega’? O peggio: cantà al dio Soranus?».

«Be’ visto che l’altro non ha funzionato».

Lungo si siede a gambe incrociate e rolla un’altra sigaretta. Coprendosi con la mano sinistra dal vento, l’accende. Zazzera si poggia su un gomito per fare un tiro:

«Ce pensate?», aspira. «Cento secondi e bum! Manco il tempo de fasse ’na sega».

«Perché, fammi capire», gli domanda Lungo, «tu, se c’è la fine del mondo, ti vuoi sparare una sega?».

«Perché, tu che faresti?».

Di nuovo cala il silenzio.

Si mette a sedere anche Samurai. Zazzera gli passa la sigaretta.

I ragazzi sono assorti nei propri fantasmi.

Lungo torna a osservare la foto, quindi panoramica con lo sguardo sul paesaggio.

«Quanta bellezza», sospira. «E nessuno a godersela».

Dopo un tempo che sembra sospeso, lentamente, si tirano su tutti e tre.

Samurai si abbranca al collo dei suoi amici e sospira: «A ’sto punto non mi suicido più».

«Ci levano proprio tutto», dice Lungo, liberandosi dalla stretta.

«Oh ma scusa Samura’. Mica te capisco» dice Zazzera.

«Se moriamo tutti: che senso ci ha che m’ammazzo? Io lo farei per punire quello stronzo di mio padre: tecnicamente se muore pure lui non ha senso».

Samurai lancia lo scacciapensieri per terra. Zazzera sta per aprire bocca, ma la battuta gli muore in gola.

Poi si guarda intorno, scruta i gruppetti sparpagliati. La guida. Il professore.

«Picnic al Monte Soratte» di Micaela Arcidiacono è uno degli undici racconti raccolti in Il sublime circostante. Esperienze del limite nel paesaggio contemporaneo, a cura di Fiammetta Palpati, con una postfazione di Giulio Mozzi.

Il volume è acquistabile [qui].

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