Testo con paesaggio / Quinto esempio: l’intervento accademico

di Fiammetta Palpati

[Un paesaggio – o un’idea di paesaggio – accomuna un annuncio immobiliare a una poesia di Marianne Moore. Nel mezzo una scelta semiseria, in alcuni casi provocatoria, di testi molto vari per scopo, struttura e funzione: un manuale di giardinaggio e una delibera comunale, un racconto e una guida turistica, una canzone pop e un saggio filosofico, un libro di storia e un taccuino di viaggio.
Quello che vi propongo in questa rubrica è un tentativo giocoso di stressare un soggetto che nonostante la sua giovane età, o in virtù di essa, dimostra un certo appeal sia per la produzione artistica che per la riflessione teorica. Dieci esempi disparati ma accomunati dal fatto di raccontare direttamente o indirettamente, incidentalmente o con intenzione, uno dei luoghi comuni più affascinanti. Proseguiamo, dunque, con un intervento accademico, un testo di filosofia. fp].

Leggi tutti gli esempi

«La persistenza del paradigma estetico visibilistico è stata riscontrabile per lungo tempo nelle disposizioni legislative in materia di protezione del paesaggio, e la si può riconoscere, coerentemente, nelle teorie che identificano il paesaggio con l’identità estetica di un territorio. Esso, rispecchiando appieno l’ambiguità soggettivistica, è impotente (o comunque molto debole) di fronte all’obiezione di difendere una concezione passatista di bellezza (connessa a stili di abitare e di uso del territorio fatalmente obsoleti) a discapito delle logiche effettive di uso dei territori. In positivo, esso non può che condurre alla fissazione dell’immagine estetica dei luoghi, con effetti che vanno dalla imbalsamazione museale a scopo di tutela, all’utilizzazione del valore di icona di un paesaggio a fini commerciali, produttivi e turistici, fino alla rappresentazione di identità e tradizionalità inesistenti (dal fienile walser restaurato filologicamente per essere usato come casa di vacanza di prestigio, fino all’estremo, rivelatore, delle ricostruzioni dei mondi passati nelle Disneyworld o a Las Vegas e persino negli ecomusei come Ballenberg). È come se si conservasse la facciata di un edificio il cui interno è stato sventrato o distrutto.

Questa logica di conservazione di una mera sembianza estetica, analoga, sotto certi aspetti, a un allestimento museale, crea l’illusione che le esigenze della tecnoeconomia moderna siano compatibili con la salvaguardia di dimensioni residuali della memoria storica e identitaria sotto forma di icone o riserve (parchi, aree protette) tutto sommato rassicuranti, in cui ci si può recare la domenica o in vacanza.
(…) la centralità del senso del luogo, di cui il paesaggio è la manifestazione più visibile (anche se non tutta immediatamente visibile), come co-appartenenza di territorio e comunità degli abitanti (…) La fisionomia di un luogo, la sua coerenza espressiva sintetizzata in quella complessa unità di senso simbolico ed estetico che chiamiamo paesaggio è stata, a buon diritto, identificata tramite l’immagine del genius loci o del carattere individuale del luogo. L’idea che una vera e propria personalità si esprima nel paesaggio è utile a comprendere il significato e l’importanza della coerenza che ogni atto territorializzante deve possedere per non essere aggressivo e potenzialmente dissolutore dell’unità espressiva del luogo. Quando una serie di interventi inopportuni, disordinati, dissonanti si attua sul territorio, esso finisce in una progressiva illeggibilità e disorganizzazione che si ripercuote come impossibilità di riconoscimento da parte della comunità, con effetti di ulteriore degrado, incuria, vandalismo ma anche disgregazione e malessere sociale. (…) Se non tutti i luoghi posseggono, evidentemente, le stesse qualità estetiche, tutti, almeno in linea di principio, esprimevano identità culturali locali, meritevoli di essere conservate e trasmesse. (…) Quando si verifica una polarizzazione del valore estetico-paesaggistico su alcune località eccezionali, si diffonde l’idea che le altre non siano meritevoli di cura, attenzione, preservazione o potenziamento della propria identità paesaggistica, facendole così degradare progressivamente a “nonluoghi”, a territori di pura destinazione funzionale.»
(Luisa Bonesio, I limiti del paesaggio, Intervento alla giornata I limiti del paesaggio, Monte S. Salvatore (Ticino), 2003, ora in http://www.geofilosofia.it)

Sappiamo tutti riconoscere un belpaesaggio – riverbero, ritaglio, o fenomeno del nostro Belpaese. Lo abbiamo appreso dall’arte e, ultimamente, dall’esposizione a una grande quantità di immagini che all’arte, più o meno intenzionalmente, si richiamano. Lo sappiamo riconoscere, lo cerchiamo, e in misura meno diffusa siamo in grado di ricrearlo, magari con un giardino. Ed è difficile credere – ma dobbiamo sforzarci di farlo – che questa consuetudine alla contemplazione non solo non è utile ma potrebbe essere addirittura lesiva per lo spazio che abitiamo, che attraversiamo, che trasformiamo e che chiamerò, per semplificare, il paesaggio quotidiano. Eppure è ciò che ci dice questo testo.
Con questo quinto esempio siamo proprio sul crinale, per restare nel lessico geografico, di questa escursione di testi con paesaggio, entro la quale esso si identifica, alla partenza, con un immenso luogo comune dal quale attingere per gli scopi più vari (anche quello di vendere una casa), e dalla parte opposta, all’arrivo, si allarga e si diluisce nel de-paesamento per eccellenza – quello poetico – dal quale osservare e rifondare senso e linguaggio di quella complessa e atavica relazione tra uomo e natura.
Nel mezzo, in quinta posizione, ho collocato il pensiero, con un testo espositivo e argomentativo che ci costringe ad aderire all’oggetto dell’osservazione. La voce autorevole che ci guida è di Luisa Bonesio (accademica di Estetica e Geofilosofia, promotrice e curatrice dell’Osservatorio sul Paesaggio) che interviene da studiosa – da filosofa della terra – rivolgendosi al pubblico specializzato di uno dei numerosi convegni, seminari, giornate di studio dedicati, annualmente, al tema del paesaggio. Non stupiscono quindi la ricchezza e la complessità dell’argomentazione di questo testo, a cui corrispondono la sintassi rigorosa e articolata, l’assenza di abbellimenti e le limitate tracce di espressività. A quest’ultimo proposito vi faccio notare che il paragone («È come se si conservasse la facciata di un edificio il cui interno è stato sventrato o distrutto») ha uno scopo meramente esemplificativo; e, soprattutto, come la traslazione avvenga all’interno dello stesso campo semantico – il che da una parte ne rafforzata l’efficacia, e dall’altra ne mitiga l’effetto enfatico. A tanta asciuttezza fa da contraltare la ricercatezza terminologica che va tutta a sostegno della finezza dell’analisi.
Insomma quanto di più lontano dalla farraginosità e dall’approssimazione del testo analizzato nell’esempio precedente: la delibera regionale e i suoi svarioni.
Tra questi due testi, così distanti per finalità e calibro, collocherei la Convenzione europea del paesaggio. La piazzerei lì, nel mezzo, senza nemmeno analizzarla – come un monumento il cui valore è soprattutto simbolico. Ad essa o meglio ai piani paesaggistici che l’hanno recepita – di fatto strumenti per proteggere determinate aree a detrimento dell’intero territorio nazionale – la delibera regionale dell’esempio precedente soggiace (come si soggiace a una norma che è estranea al nostro benessere, di cui non comprendiamo lo spirito, e che cerchiamo di aggirare con la furbizia del pessimo burocrate) mentre la relazione della Bonesio ne rappresenta l’architettura concettuale. Il pensiero che sostanzia la norma. La filosofia che sostiene la politica.
Una convergenza, quella tra mondo accademico e legislativo, non poi così scontata – soprattutto di questi tempi e dalle nostre parti. E che, naturalmente, presenta anche criticità: più distanza di quella che l’autrice lascia trasparire in questo brano, ma che va segnalata e valorizzata poiché la portata politica globale della Convenzione, presso l’opinione comune, rischia di non essere compresa pienamente.
Questo testo vuole rispondere in prima istanza, ed è un’istanza razionale, a una domanda: cosa è, davvero, il paesaggio; riportando l’attenzione alla terra e all’uomo che la abita quotidianamente, non solo la domenica in gita.
Vuole farlo scendere dalla montagna, distoglierlo dall’estasi di certi spettacoli come dal raccapriccio – o dall’indifferenza – per altri, e farlo camminare dappertutto. Guardare tutto. Guardare non è contemplare, è fare. Il paesaggio è un atto. O un insieme di atti che riguarda noi nel tempo e nel luogo; come dice Bonesio: il nostro rapporto con gli ascendenti e con i venturi.
Guardare, paradossalmente, – guardare tutto, guardare davvero – è la strada, per parte mia, per superare il paradigma visibilistico per il quale il paesaggio continua a identificarsi con l’immagine estetica la cui persistenza ha portato, e porta tuttora, alla musealizzazione di certi luoghi e all’abbandono di altri.
Alla creazione delle riserve di Belpaese, o all’interramento dei nostri cascàmi.

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