[In questa rubrica, dedicata a Raccontare il paesaggio, cercherò di raccogliere delle brevi narrazioni – descrizioni, osservazioni, aneddoti – sui luoghi che ospiteranno il laboratorio. Per familiarizzare. Comincerò dalle terre di confine, o limitrofe, entro le quali – o dalle quali – Amelia e i colli Amerini si definiscono per differenza, propagazione, emanazione. fp].
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Anna scrive di sé bambina, di un viaggio a bordo di un’Ape Piaggio, da un paese arroccato sulla montagna verso l’ospedale di Terni. Parla dei tetti argentati di Terni. E io mi domando se il paesino arroccato da cui scendeva non fosse Papigno, o Piediluco, o Marmore. O forse Cesi. Ma è Papigno il punto – l’unico che io conosca – dal quale ci si può formare l’immagine di una Terni dai tetti argentati. Ché diverse cose sono dette per solito di questa città non brutta – non bella – ma nessuna, mi pare, altrettanto insolita, penetrante e poetica di questa. L’argento dei tetti lo si può apprezzare solo da quella prospettiva, dalla via Curia che scende rastremando la costa ripida e rocciosa del burrone. È in quel momento – alla mia esperienza – che la verticalità diventa la dimensione dominante.
E il dominio dei tetti a valle. Che sono perlopiù comuni tetti industriali di un distretto industriale: lamiere e cemento. Ma è dalla tonalità spenta della roccia calcarea, dal fiume gelido, dall’umidore della cascata, dalla centrale elettrica, dalle archeologie delle fabbriche di carburo di calcio, che nasce l’argento. E che si estende ai tetti. (Certo poi si potrà dire – come tutti dicono – città dell’acciaio)
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