Archivi categoria: Link

Città Satellite: La Città del futuro di Giulia Oglialoro

Giulia Oglialoro ha frequentato il laboratorio Raccontare il paesaggio-2018, ad Amelia (Tr). Da allora ha continuato una propria assidua ricerca sulla narrazione dei luoghi. Il suo lavoro “Città satellite: la Città del futuro” è stato scelto a Festivaletteratura 2019 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival. Si tratta di un reportage narrativo il cui campo di esplorazione è particolarmente in sintonia con quello del nostro laboratorio per l’anno 2020, Luoghi dalla distanza: ci stiamo occupando di luoghi inesistenti, un ossimoro, una provocazione, a partire dalla quale cercheremo di rispondere alla questione di come muoiono i luoghi, quando muoiono, nel loro moto di occupazione, trasformazione, perdita e riconquista di identità. Del lavoro di Giulia Oglialoro pubblichiamo qui un estratto dalla prima puntata. [fp]  

Un salone grande, punteggiato da colonne in finto marmo. Catene luminose al led rosa e blu elettrico pendono dal soffitto. Entro passando attraverso pesanti tendoni rossi che ricordano i vaudeville dell’Ottocento. In fondo alla sala, un bancone con gli sgabelli alti, di quelli in legno lucido, che arredano le catene dei ristoranti western, e poi lì accanto un pavone in ferro con la coda spezzata, e poi ancora lungo le pareti un acquario spento, contiene solo una conchiglia e qualche corallo. Le statue sono ovunque, bianchissime, in finto stile neoclassico – quelle femminili hanno collane di fiori intorno al collo, quelle maschili sono inondate da torce che sprizzano a rotazione luci verdi e blu e viola. All’altra estremità della sala, Gino Amoroso – un uomo sulla settantina, felpa sportiva e pantaloni a scacchi – spolvera lunghi divani a righe. “Sono come quelli che si vedono nei vecchi film americani” dice, “non le sembra?”
Questo è il Comedia Club, sala da ballo alla periferia di Milano, inaugurata nel 1964. Gino e sua moglie Antonietta l’hanno presa in gestione nel ’93, dopo averla frequentata per oltre vent’anni. Qui vivono e qui danno lezioni di mazurca, viennese, polka, valzer lento, tango e fox strot. Su una parete, una stampa in bianco e nero che raffigura Parigi di notte convive accanto al poster di due anziani impegnati in un casqué – la donna tende le braccia al cielo, lustrini argentati le cadono dai polsi.
Questo è il Comedia Club, ed è tutto quel che rimane di una Città che non esiste più.
Un bosco fitto circonda il locale. La neve si scioglie sull’asfalto crepato, gocciola da montagne di televisori e ruote e materassi abbandonati lungo la strada. Di fronte al Comedia, un grande cancello, chiuso con catenacci. Poco oltre s’intravedono appena il profilo di un ottovolante e qualche insegna sbiadita, le erbacce hanno divorato ogni sentiero.

Leggi per intero la prima puntata del reportage di Giulia Oglialoro

Giorgio Falco: “Perché sono su Instagram”

di Giorgio Falco

[Giorgio Falco, uno dei docenti ospiti del laboratorio Raccontare il paesaggio, ha risposto all’inchiesta del blog Le parole e le cose sull’uso di Instagram]

Ho rotto la mia ritrosia ai social il 23 giugno 2017; da allora ho un profilo Instagram poiché, in fondo, sono un fotografo, un artista che scrive narrativa, e quasi tutto ciò che ho scritto è attraversato da riferimenti fotografici, da una continua riflessione sul mezzo. Quindi Instagram è un buon esercizio, uno stimolo per prendere appunti visivi che, chissà, magari utilizzerò dopo, in narrativa. Instagram, a differenza di altri social, prevede poche parole, vive di immagini. Questo potrebbe renderlo ancora più inquietante, lapidario. Non è neutro, è pur sempre un social, e un rumore di fondo rimane anche nelle immagini, ma lì so come proteggermi.

Continua a leggere l’articolo in Le parole e le cose.

I luoghi milanesi di una sconfitta

Domenica 25 marzo alle ore 14.30, a Milano nel corso di Bookpride si svolgerà un “evento” nel quale è coinvolto uno dei docenti del nostro laboratorio Raccontare il paesaggio: Giorgio Falco.

Geografia urbana di Ipotesi di una sconfitta. I luoghi milanesi dell’ultimo romanzo di Giorgio Falco

Un itinerario in compagnia dell’autore di Ipotesi di una sconfitta (Einaudi Stile libero) alla scoperta dei luoghi milanesi (e non) in cui si muove un Io alla ricerca di «una collocazione esistenziale più che di un collocamento lavorativo». Ripercorrendo le tappe della sua metamorfica vita lavorativa, dall’Università Statale di Scienze Politiche all’ufficio reclami di un’azienda di telefonia, Giorgio Falco racconta il proprio personale approdo alla scrittura; sullo sfondo un’Italia e una Milano che mutano.

La partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati; pertanto, è necessario iscriversi inviando un’e-mail a piedipagina@gmail.com

Partenza: via del Conservatorio 7 (Università degli Studi di Milano). Ore 14.30.

A cura di
piedipagina

archivioragucci2018_albumplanetarium-0

“È come se ogni mia fotografia, proprio perché inserita all’interno della piattaforma album, diventasse anche cartolina, autografo-ricordo, francobollo…”

di Sabrina Ragucci

[Questo articolo di Sabrina Ragucci è apparso in Le parole e le cose, all’interno della serie Perché sono su Instagram?, a cura di Maria Teresa Carbone. Sabrina Ragucci (è sua la fotografia qui sopra) sarà docente ospite nel laboratorio Raccontare il paesaggio, organizzato dalla Bottega di narrazione].

Non appartengo a coloro che sostengono ci siano troppe immagini nel mondo. Certo, ci sono innumerevoli immagini nel mondo ma non sono più delle parole che siamo costretti ad ascoltare ogni giorno. Da molto tempo viviamo sommersi dai suoni, prima ancora che dalle immagini. Persino i discorsi sulle immagini le sovrastano e, facendo un paragone azzardato tra arte e Instagram, parafrasando Adorno, i discorsi sull’incanto dell’arte sono parole e basta; tutti i mezzi e i procedimenti di produzione provengono dalle parole: l’arte costituisce l’unico momento nel processo di disincanto del mondo.

Kant sosteneva che la nostra rappresentazione delle cose non si regola su di esse, ma sono piuttosto questi oggetti, come fenomeni, che si regolano sul nostro modo di rappresentarceli. Ed eccoci qui, con i criteri. Provengo da una cultura novecentesca: un’immagine interessante dice sempre qualcosa a proposito di se stessa, parla di ciò che è insito nella sua natura, nel linguaggio; il mio interesse per la scrittura funziona allo stesso modo.

Continua a leggere l’articolo di Sabrina Ragucci in Le parole e le cose.