D’infinito silenzio. La casa di Giorgio Morandi

di Giulia Oglialoro

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Giulia Oglialoro è l’ottavo. Per Morandi, dice Giulia, “Dipingere era un gesto rituale, uno sforzo umano e artistico di attenzione”. E in realtà il descrivere è sempre un gesto rituale. Perché descrivere serve a costruire il mondo che ci circonda: che sia il mondo fatto di angeli ragazzini e Marie quasi bambine del Beato Angelico, o il mondo di corpi eroici di Michelangelo, o il mondo di tazze e bottiglie di Giorgio Morandi, il gesto rituale è sempre il medesimo.
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

Introduzione
Dopo tutte le riflessioni che abbiamo fatto, mi sono chiesta se il paesaggio sia una casa – una domanda che mi ha ronzato in testa per un po’. Ho visitato la minuscola stanza/atelier di Morandi e, semplicemente, sono rimasta ferma, in piedi, due ore, a guardare. Mi affascina il fatto che Morandi nella sua vita non abbia dipinto altro che il paesaggio fuori dalla sua finestra, e il paesaggio quotidiano sul proprio tavolo, fatto di bottiglie e oggetti comuni, persino brutti, ma erano i suoi oggetti e lui li amava. Dipingere lo stesso soggetto ogni giorno, infinite volte, tentando di far cadere tutti i diaframmi e di vederlo sempre come se fosse la prima volta, a me sembra una forma di amore (o di preghiera). Rimanere per quasi tutta la vita nello stesso luogo, nella stessa casa, faceva parte del rituale della pittura, che in fin dei conti per Morandi era un esercizio di presenza. Mio padre una volta mi raccontò la storia di un monaco che aveva pregato ogni giorno ai piedi di una montagna, finché non era rimasta la sagoma delle sue ginocchia impressa nel suolo. Ecco allora tutta la bellezza e la disperazione dell’arte, pensavo, guardando attraverso la parete di vetro quella stanza piccola e polverosa: creare un radicamento, qualcosa che resti nel tempo, mentre tutto il resto scompare.

D’infinito silenzio. La casa di Giorgio Morandi

Il luogo in cui Giorgio Morandi per quasi una vita ha vissuto e creato è una piccola stanza, ora chiusa su due lati da alte pareti di vetro. La finestra ai piedi del letto è sigillata, da lì un tempo ci si poteva affacciare sul cortile di via Fondazza 36 e vedere Bologna e le case addossate e gli alberi che si allungano su per i muri. Da quella finestra entrava la luce che ha commosso Ghirri e molti altri fotografi.
La ricostruzione dello studio è fedele, mi dice la guida all’ingresso del museo, gran parte degli oggetti esposti sono originali. Un peperoncino rosso brillante attira subito la mia attenzione, penzola da un ferro di cavallo inchiodato al muro. Un minuscolo dettaglio, una superstizione comune, rompe la solennità della teca di vetro e mi fa pensare che davvero un uomo in questa stanza ha vissuto e sperato qualcosa. Non un set scenografico, dunque, ma uno spazio di esistenza concreta, e quel peperoncino ne è il centro. Da lì il mio sguardo si apre; corre sui muri scrostati, sui fondali accartocciati in un angolo, sul tavolo impolverato in fondo alla stanza – lì vedo schierati vasi da fiore, bottiglie, teiere, tazzine in ceramica e lattine d’olio e tutti quegli oggetti così cari a Morandi. Noto il cavalletto con gli stracci rappresi, lasciato così come l’ultima volta che è stato usato. E poi i pennelli col pelo secco, e una squadra, appesa al muro, per misurare il mondo e nominarlo in forme elementari.

Per più di cinquant’anni (dal 1910 al 1964, precisa la guida), nella solitudine del suo studio Morandi non ha dipinto altro che il paesaggio fuori dalla finestra, o i pochi oggetti sistemati sul tavolo. Solo questo e nient’altro, con pazienza e ostinazione, in una serena attesa di niente. Di tanto in tanto spostava qualche lattina, isolava tre o quattro bottiglie, imbastiva piccoli teatri del quotidiano che poi contemplava per ore. La sua pittura non cercava l’imitazione realistica e non cedeva nemmeno all’astrattismo. Dipingere era per lui un gesto rituale, uno sforzo umano e artistico di attenzione. Nelle sue nature morte gli oggetti sono ridotti a sagome esili, l’aria si fa materia vibrante, i colori sono semplici aggregazioni di luce. Tutto è vivo e immobile, sottratto al tempo e regalato a un infinito stupore. Mentre nel mondo scoppiavano guerre, l’arte usciva dai musei e si faceva sfida, provocazione, Morandi restava in questa casa, condivisa con la madre e le sorelle, in questi pochi metri quadrati di polvere e luce, e dipingeva. Dipingeva il muto accadere della vita davanti ai suoi occhi.

Se faccio un passo indietro le bottiglie e gli oggetti sul tavolo si riflettono sulla parete di vetro, in un gioco di trasparenze compaiono come fantasmi appesi nel vuoto. Se mi avvicino troppo non riesco ad abbracciare tutto lo studio in un unico sguardo, e allora cerco di continuo la giusta distanza, torno a fissare il peperoncino, mi muovo avanti e indietro in una piccola danza di attenzione. Non posso varcare la parete di vetro, comparare la lucentezza umida dei pigmenti con lo spazio fisico, toccare quel tavolo dipinto mille volte, sentire l’odore che ha. Non posso fare come ha fatto Ghirri, spalancare la finestra, sostare in mezzo alla stanza inondata di luce.

Capisco che Ghirri è un grande fotografo perché quando guardo le sue fotografie mi manca il mondo; ho nostalgia per il mondo tutto, per le case illuminate in lontananza in mezzo alle colline, per i vicoli che non ho mai visto, per lo studio di Morandi e i suoi oggetti semplicissimi. E forse è questo che accomuna i due artisti: tutto nelle loro opere ci è familiare, sospeso in una vaghezza in cui il cuore non si spaura. In un tempo e in luogo in cui le cose ci sono vicine, un attimo prima di averle perse per sempre.

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