Contare il viaggio / da “Raccontare il paesaggio”, 2018

di Carla Isernia

[Nel corso del laboratorio “Raccontare il paesaggio”, edizione 2018, svoltosi ad Amelia, in Umbria, ma soprattutto nei mesi successivi sotto la guida di Fiammetta Palpati, le e i partecipanti hanno prodotto alcuni testi: non tanto testi descrittivi del paesaggio amerino, quanto – nei fatti – testi di riflessione sulla propria relazione col paesaggio, col guardare, col ricordare, col descrivere. Ne presentiamo qui una selezione, di cui questo di Carla Isernia è il settimo. In questo testo di Carla Isernia si può vedere come basti adottare una strategia minima – il contare – per ottenere subito un incremento della densità del paesaggio. Perché il contare, controintuitivamente, anziché ridurre le cose a numero ci porta a considerarle una per una, a collocarle in categorie più o meno logicamente o pretestuosamente omogenee. (E: non per niente tra “contare” e “raccontare” c’è una contiguità etimologica).
Il programma di “Raccontare il paesaggio 2019”, che si svolgerà a Monghidoro, sugli appennini Bolognesi, dal 3 al 10 luglio, è qui. gm].

Leggi i testi già pubblicati

Introduzione

Il proposito di raccontare il mio annoso pendolare tra Napoli e Caserta è nato ad Amelia l’ultimo giorno del laboratorio “Raccontare il paesaggio 2018”; un progetto fulminante e deciso, incurante dell’assenza lungo il percorso di fiumi, laghi e montagne. Al ritorno dal laboratorio non ho potuto più uscire di casa ogni mattina come avevo sempre fatto e vedere solo la fine della vasca della piscina che ti costringe al cambio di direzione.
Scrivere di questo viaggio ha richiesto presenza, sguardo e memoria fotografica. Ho cominciato con le osservazioni: a destra, a sinistra, sopra la testa, sotto i piedi, e poi ho iniziato a raccontare. Il solito viaggio è diventato una occasione di esplorazione che è poi diventata una abitudine. Ora guardo, i marciapiedi, le strade, i palazzi, la gente. Noto le presenze e le assenze. Vedo l’erba che cresce negli interstizi e gli alberi senza chioma. Noto i cambiamenti nelle vetrine e le macchine in doppia fila, le nuvole che mi trovo sulla testa e gli scoli dei balconi. A volte conto i passi, spesso perdo il conto distratta da un particolare mai notato prima.

Contare il viaggio

Dalla porta di casa al portone del palazzo ci sono sei piani e trentaquattro passi.
Quattro passi prima di uscire in strada mi fermo: a sinistra un grande specchio nel quale evito di incontrarmi, a destra il finestrone della guardiola. Oltre il vetro del portone il marciapiede, il palazzo di fronte, un albero, macchine e un pezzo di cielo.
La città è grande e conosciuta per un vulcano e il mare, ma da questo quartiere non si vede il vulcano e neppure il mare. Palazzi guardano palazzi, vetrine si susseguono a vetrine, automobili si incrociano, si intralciano, si fermano al semaforo una dietro l’altra, la fila di destra spesso occupata da chi gira a sinistra. È una strada trafficata, una arteria, si dovrebbe dire, del quartiere collinare; quello residenziale, dove i soldi non mancano; quello dei professionisti e dei cani al guinzaglio; dei commercianti e dei vecchi. A quest’ora i pesci dell’acquario vanno tutti a destra verso la metro, la nuova, quella che ci ha cambiato la vita e ci permette di arrivare alla stazione in un quarto d’ora invece del tempo indefinito che ci mettevamo prima. Non si sa quando passa, non c’è l’orario, forse per questo nessuno si affretta più di tanto.
Tiro la maniglia. Trattengo il respiro. Mi immergo nella non-fila disordinata e caotica, pronta a scansare le code, l’edicola, i tavolini dei bar, le signore con bambini per mano, e quelle con il vestito buono e il pietanzino del pranzo. Dal portone alla metropolitana ci sono circa 7 minuti di cammino, 750 passi e un numero imprecisato di negozi, bar, banche. La maggior parte chiusi, a quest’ora. Preferisco così, preferisco non vedere niente, anche se poi l’occhio mi cade sulle vetrine. Banco Napoli; centro scommesse, col televisore gigante – quando gioca il Napoli si forma un capannello di maschi poggiati alle macchine, come se non fossero passati sessant’anni da quando si assisteva così alle prime trasmissioni in bianco e nero; la clinica per IPhone, il centro Vodafone, rosso. Casa mia. Il negozio di giocattoli della mia infanzia; a Natale espone ancora lo stesso vecchio instancabile Babbo Natale: con una mano scrive, e con l’altra tiene sull’orecchio la cornetta di un telefono d’oro. Cerco di mantenermi dritta, ad andatura regolare, nonostante il peso della borsa sulla spalla e i mattoncini mancanti nel marciapiede. Non sopporto che mi urtino. Nemmeno che mi sfiorino. Stupido, deficiente, mormoro tra me. Materiale elettrico. Il negozio di biancheria che d’estate espone costumi e d’inverno vende abiti da veglione; la friggitoria. Sotto i portici del 117 il primo ad aprire è Caffè Mexico Passalacqua, miscela Harem, il caffè migliore a Napoli, diceva mia nonna. Il camion che scarica al supermercato ostruisce l’uscita del garage. L’ottico ha perduto da qualche anno la proprietaria dagli occhiali wertmulliani. Ancora bar, tavolini e torte moderne, stratificate. La gioielleria di lusso ha ceduto tre vetrine al bar precedente ma ha ancora gioielli superbi; l’oreficeria, subito dopo, pezzi più accessibili; il fruttivendolo ha cominciato a vendere frutta già sbucciata, e la salumeria tre gradini più in basso del marciapiede, piatti pronti. Un negozio di sole pantofole. Rappresentanza Folletto. Una pizzeria antica ed economica, aperta fino alle due di notte, che fa meno clienti da quando è morto il capostipite; vestiti dalla 46 in su. Un bar giallo, un po’ vecchiotto, gestito da tre fratelli che fanno da baristi, camerieri e cassieri. Chioschetto da Ciccio. Ciccio è un trentenne grosso e tatuato.
Sulle strisce pedonali il solito furgone in doppia fila che mi impedisce di vedere chi viene da sinistra. Verde al semaforo. Via Gemito, quella del libro di Starnone, con il faccione peloso in copertina. Da qui in poi mura e giardini. Travertino sulla facciata di un palazzo con gli spigoli arrotondati. Un giardino infossato. Due palme basse, forse tre, un albero di arance, uno di nespole, un cespuglio di oleandro lasciato libero di crescere, una rosa rosa. Fino a un anno fa il balconcino che affaccia su questa piccola oasi era dotato di vecchiarella in poltrona. Ora è murato. Affianco un insolito bovindo.
Graffiti sul muro.
Zinz!, Bloz, FASCISTI SERVI DELLA BORGHESIA, CURVA A, Cri TI AMO, TRIP!, FAHRENHEIT, OTDSO, BURATTINO, SBIRRO, TLOTE, ACAB, NAPOLI, NAPOLI.

Dal portone di casa alla fermata della fermata della metropolitana oggi ho contato 382 passi e un numero imprecisato di negozi. Scendo la prima rampa della metro. A quest’ora la linea 1 vomita fuori per lo più lavoratori domestici che vengono a pulire il nostro quartiere. Indiane, srilankesi, filippine, capoverdiane, russe, polacche, ucraine; da sole o in piccoli gruppi. Atrio di marmo grigio e verde e passerelle gialle per i non vedenti. Scale mobili, biglietteria, tornelli. Quattro rampe per andare verso il centro città e tre per la parte alta, la nuova, quella degli ospedali. Da qui in poi e fino ai binari la stazione è un allestimento di arte contemporanea. Le stazioni dell’arte. Questa è Quattro giornate, quelle di Napoli, del 1943. Due uomini di quasi tre metri, la figura appena abbozzata, due sagome. Più avanti, pannelli in bronzo, all’altezza del petto o della spalla destra un fucile, una colomba, un pesce, un filone di pane, per pancia un vuoto, un cratere. Scendo. Targhette satinate. Sergio Fermariello – Guerrieri, sagome di ferro, 2001; Caccia Primitiva, acciaio su vetroresina, 2001; Anime migranti, vetroresina, 2001; Sergio Zazen, gomma su vetroresina, 2001; Baldo Diodato – Exit, lamiera di alluminio, fibre ottiche, 2000; Anna Sargenti – Sabe que la lucha es cruel, serigrafia su policarbonato, 2000.
Zazen è un cerchio incompleto, tracciato con pezzi di copertone, il nero spicca sul fondo bianco del pannello. Nel policarbonato di Anna Sargenti ci vedo la sagoma di Lady D. Sul muro segni di lanci e sputi colanti.
Il vagone è pieno di sportine per il pranzo. Buste di carta aggraziate, di plastica di Harrods, termiche; si somigliano nell’odore di una nuova miseria. Prossima fermata, Salvator Rosa, uscita, lato destro. L’annuncio, talvolta in inglese, che oggi funziona mi commuove. Mi sembra di essere a New York, o in una grande città europea. Salvator Rosa è verde chiaro con il pavimento di linoleum rosa. Materdei, verde acqua. Ognuna ha le proprie installazioni artistiche, tanto che ci portano i gruppi di turisti. A Università, a Dante, a Museo scendono gli studenti che vanno al centro storico, gli aspiranti professori di lettere o i futuri professionisti: avvocati, magistrati, architetti, traduttori. Ma sono pochi, la maggior parte va in motorino; i corsi di laurea scientifici sono tutti dall’altra parte della città.
Io scendo a Garibaldi, lo scambio per la stazione centrale; insieme a me qualche trentenne; i giovani che prendono un qualche treno per andare al lavoro si possono contare. Garibaldi è sotto il livello del mare. Pare che durante la costruzione prima di stendere il cemento dovessero sparare azoto liquido sulle gallerie. Mattonelle nere, acciaio e policarbonato arancione. Mi vengono incontro persone comuni, serigrafate su lastre metalliche, lucide; una donna con una busta al braccio. A specchio pure le scale mobili; si intersecano come lame, o piani e rette; si incrociano tecnologie, presenze, intrecci, chi sale e chi scende, a seconda dell’orario; ci intersechiamo noi. Io salgo, vado a Caserta col regionale. A metà c’è un piano che si può raggiungere solo con uno scaletto. Deve esserci qualcuno che lo fa, che ci sale; un addetto che ci si arrampica, anche se non ce l’ho mai visto. Perché viene periodicamente ripulito dalle cartacce che ci finiscono o ci lanciano. L’uscita verso i treni è spettacolare. Una copertura di acciaio chiaro. Non toglie la luce e lascia passare la pioggia. Una foresta moderna, gli alberi con fusti contorti e sottili. Il piano dei binari è dominato dai tabelloni. Un venditore di mozzarelle, aria di Napoli, corni, pasta artigianale, profumi della costiera sorrentina, biglietterie automatiche, banchetti di Frecciarossa, torrone e liquore Strega. Il pianoforte non c’è più. I regionali sono un po’ tutti uguali: plastica grigia alle pareti, sedili di similpelle blu e aria condizionata che non è detto che funzioni. Fanno tutte le fermate e a volte si bloccano da qualche parte perché c’è un’automobile su un binario o uno scambio rotto o un disservizio elettrico o qualcos’altro. Per un periodo lo prendevo insieme a tanti colleghi: ci ritrovavamo nel secondo vagone. Ora vanno quasi tutti in auto: 50 minuti invece di 1 ora e mezza sono un bel risparmio se viaggi tutti i giorni. E io viaggio tutti i giorni, le attività di laboratorio non si possono fare a casa. A Caserta c’è la Reggia vanvitelliana. E la Seconda Università di Napoli, che ora si chiama della Campania. Il treno è pieno di turisti tedeschi, giapponesi, americani una volta ci salivano soprattutto studenti. Anche i miei che ora sono laureati; quelli dai ventiquattro ai trentanove, quelli che dovrebbero essere la fascia più attiva di lavoratori. In questo conto manca una generazione. Una intera generazione è sparita; spostata al nord, in Italia o in Europa, per continuare a studiare o che lì ha trovato lavoro e non ha nessuna intenzione di tornare. Mai si era vista una migrazione così: dal 2008 al 2015 hanno lasciato il Mezzogiorno 653 mila giovani, dice l’ISTAT, e si vede, dico io, qui non c’è più una famiglia che non abbia almeno un figlio al Nord o all’estero. Quanti di noi li seguiranno?

Mi siedo nella direzione di marcia, provo a dormire, riposarmi, scacciare via i brutti pensieri e la tristezza e per un po’ ci riesco, mi appisolo. Potrei guardare fuori, continuare a contare, non i passi, ma le fermate, magari. Oppure annotare le costruzioni basse fatte in economia, i cortili, i campetti di calcio, le scuole, qualche stradina, una piazza, una ciminiera di mattoni rossi in disuso, qualche giardino curato, campi arati e campi arsi, sterpaglia, edera invadente, binari, traversine ammonticchiate, banchine, palme, tronchi di palme senza foglie, stazioni, parcheggi. La periferia nord di Napoli è quella che meno si imbelletta, non si cura di offrire alla vista il pigiama, la barba mal rasata, le pantofole lise, i ninnoli di scarso valore. Peccato che non si veda la nuova stazione di Afragola, futuristica, progettata da una donna, bianca, estesa, una specie di fascia che si allunga sopra i binari dell’Alta velocità. A pochi chilometri in linea d’aria dall’inceneritore di Acerra. A volte, coperti di vegetazione, compaiono casali abbandonati, corpi di fabbrica, stalle aggiunte, archi, corti, tetti spioventi, penso che sarebbero bellissimi se qualcuno li ristrutturasse. Il finestrino del treno ne offre una visione fuggente, non si fa in tempo a immaginare come si vivesse lì dentro. Riesco invece a vedere balconi e terrazzini con piante grasse, gerani, qualche yucca, in vasi di plastica, annaffiati eppure spelacchiati, come fossero vecchi o malcresciuti, un dente in meno, un naso ammaccato, una gamba zoppa, un ventre gonfio.
Poi, a una fermata intermedia li sento salire: sono i giovani studenti della provincia, fanno la mia stessa strada verso il mio stesso Ateneo. Qualcuno mi saluta. Prendono posto, ridono, chiacchierano, si scambiano appunti e informazioni, hanno giacche colorate e telefonini che squillano, auricolari che prendono tutto l’orecchio, pantaloni che non coprono il sedere e scarpe con lacci vistosi. Qualcuno di loro già dice che continuerà gli studi in centro Italia o più su. Io origlio, spio tra loro i più grandi, quelli dell’ISTAT, qualcuno deve essere rimasto. Non ce n’è.
Non ho bisogno di aprire gli occhi per sapere che siamo arrivati, ci pensano gli oh di meraviglia dei turisti. Scendo. Gli americani, i tedeschi, gli inglesi, vanno a sinistra, io a destra, dal lato opposto alla Reggia, verso la zona nuova, insieme agli universitari della provincia. Palazzine basse, parcheggi e la vecchia fabbrica di abiti militari in tufo giallo che è come una seconda casa. Un breve tratto, un cavalcavia, una scala sempre ingombra di spazzatura, un grande cartello installato da poco, e la sbarra di ingresso. Dovrei entrare. Ma mi sono intristita. Continuo a pensare a questo vuoto. A questo conto di passi cui manca una generazione.
Devono essere su un altro treno, al ritorno guarderò meglio, non possono essere andati tutti via.

2 pensieri su “Contare il viaggio / da “Raccontare il paesaggio”, 2018

  1. adriana ferrarini

    Molto bello, preciso, efficace, questo tuo tragitto lungo il quale viene fuori tutta una città e si intravvede sulle sfondo il mare magnum delle storie che la agitano.

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  2. mariagrazia giuliani

    Un testo molto bello, che ci fa vivere la città in tutte le sue sfaccettature, ci propone storie di tutti i giorni o ricordi di un passato ancora vivo. Attraverso le parole della scrittrice si può intuire la sua personalità e la capacità di cogliere anche i vissuti più nascosti.

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